mercoledì, 22 Gennaio, 2020

Ci si mette pure De Rita!

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Il titolo intero, sforbiciato prima che lo facciano altri per fare sintesi, avrebbe dovuto essere:”Ci si mette pure De Rita a far crescere il caos! Ero e resto ammiratore di De Rita che, per dirla al modo dissacrante ma intuitivo di Giuliano Ferrava, è uno dei pochi geniali inventori di orospici politici da parecchi decenni. Le rilevazioni del Censis con le interpretazioni che ne ricava De Rita c’entrano ben poco. Si potrebbero commissionare esclusivamente a De Rita le rilevazioni e relative propensioni degli italiani perché ci penserebbe lui a compilarne una serie tra cui fare una scelta che più si adatti alle circostanze. Quella di quest’anno è così eclatante quando rileva che quasi la maggioranza assoluta degli italiani propende per un uomo forte, stanca ormai dell’auto-delegittimazione ed inconcludenza della classe politica. Un senso diffuso certo ma talmente generico da interpretare pro o contro il maggior leader rappresentativo oggi del Paese che è Salvini.

Quando si dice: “ Uomo forte”tutti pensano a lui, alla sua pressante richiesta di avere la maggioranza assoluta “per avere tutti i poteri”. A partire da Craxi, con la sua grande riforma mai nata, la storia d’Italia è costellata da una ferma opposizione del Paese verso ogni tentativo di concentrare i poteri pur col nobile intento di non avere alibi alle proprie inadempienze scaricandole sugli alleati di turno. L’ultima smentita storicamente probante della volontà dell’uomo forte da parte del Paese viene dalla sorte riservata alla riforma costituzionale di Renzi.

Basterebbe citare solo i due punti più rilevanti da lui strappati agli occasionali ed unici alleati disponibili (Berlusconi e FI) per rilevare nel voto e non nei sondaggi un andamento opposto a quello sbandierato da De Rita. Mi riferisco all’Italicum ed all’aver strappato ad una destra sempre ostile il ballottaggio tra i due partiti di maggior peso per sapere, come si dice anche oggi, a chi dare la legittima responsabilità del potere una volta scrutinate le schede. Ballottaggio che recideva sul nascere ogni dubbio di voler perseguire l’alleanza con Berlusconi. L’altro punto cardine conseguito da REnzi, insieme con la riduzione dei senatori, la sottrazione della legittimazione del Governo al nodo scorsoio del bicameralismo perfetto col suo estenuante ping-pong, causa prima dell’abuso crescente dell’esautoramento del Parlamento con i voti di fiducia. Due punti nodali per avere istituzioni governanti e governabili, una svolta nel Paese di cui tutto il sistema avrebbe beneficiato.

Il voto referendario ha spazzato tutto via per la sola ragione plausibile che l’unico allora a poterne beneficiare, dopo il voto europeo favorevole al PD con quello storico 40,08 %, era solo Renzi. Queste due svolte più che mature da tempo, erano peraltro necessarie per non finire fanalino di coda in Europa. L’importanza decisiva di quella svolta storica era stata intuita da Renzi tanto dal farne derivare la stessa sua permanenza in politica. C’è invece restato, abiurando se stesso e quanto aveva seminato, in due occasioni su tutte: quando ha dato adito e legittimazione all’accanimento antieuropeo e nazionalista dei sovranisti e populisti con un gesto deprecabile. Quello in cui, come Capo del Governo, si è fatto intervistare, avendo fatto togliere alle sue spalle accanto alla bandiera italiana quella europea, costata lacrime e sangue di un intero continente e la pagina obbrobriosa dello sterminio degli ebrei e di altre minoranze.

L’altra occasione della sua discesa agli inferi della pura sopravvivenza con la scissione dal PD di aver aperto al Conte 2 senza condizionare l’accordo gestionale di Governo ad una preliminare intesa istituzionale sui due punti richiamati e per lui irrinunciabili onde risparmiare al Paese un ritorno alla prima Repubblica, preludio ad elezioni consecutive come in Spagna, questa sì l’esca per delegare tutto all’uomo forte fuori dai bilanciamenti dei poteri che caratterizzano la democrazia rappresentativa. Come si concilia l’interpretazione di De Rita con l’avvento sulla scena, a piazze piene, delle sardine, nella loro aspirazione d’essere antitossine contro tentazioni autoritarie e perciò espressamente anti-Salvini, a cominciare dalla violenza dei toni usati, pur nell’esercizio di compiti istituzionali, che arma gli squilibrati di ambedue i fronti estremi peraltro legittimati a partecipare nelle manifestazioni pubbliche? Le piazze piene di spontanea adesione al movimento delle sardine mi pare smentisca l’indistinta propensione per l’uomo forte a qualunque costo nel nostro Paese prescindendo dal rapporto con le istituzioni, con la necessità di renderle governanti e governabili dagli eletti dal popolo e non dai nominati dalle oligarchie dei partiti.

Roca

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