sabato, 8 Agosto, 2020

Cile: non basta resistere è necessario agire

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Domenica 20 ottobre, circondato dai militari, Sebastián Piñera dichiarava che il Cile è in guerra. Negli ultimi giorni, infatti, la situazione in Cile è cambiata radicalmente. Se, fino a pochi giorni fa, Piñera poteva ancora vantarsi dell’efficacia della governance neoliberista, imposta a fuoco e sangue dalla dittatura militare e amministrata dogmaticamente con il ritorno alla democrazia, oggi sembra chiaro che qualcosa in Cile è giunto al termine. La risposta massiva ed il clima insurrezionale iniziato a Santiago, si è già diffuso in tutto il paese. Il 23 ottobre, giorno di sciopero nazionale, 90.000 persone hanno marciato per le strade Santiago, altre 10.000 a San Antonio, insieme a Valparaiso, Calama, Antofagasta, ecc. La situazione è precipitata e non ha smesso di deteriorarsi dall’inizio della settimana del 14 ottobre, dopo che il governo ha decretato un aumento del prezzo del trasporto pubblico nella capitale. Un costo, quello del trasporto pubblico cileno, che ha quasi raggiunto quello dei sistemi di trasporto europei (€ 1,1), applicato però ad un paese in cui, quasi i due terzi della popolazione riceve uno stipendio inferiore a 500 euro.

Secondo alcune statistiche, il trasporto pubblico rappresenta la seconda spesa più significativa delle famiglie cilene, raggiungendo una media di $ 170.000 per famiglia, ovvero 200 euro. Questa misura, sembra mirare a mantenere gli enormi tassi di profitto delle società private che concedono il trasporto pubblico, e che purtroppo non sorprende, se consideriamo le diverse misure che impediscono ad una popolazione precaria ed indebitata come quella cilena, l’accesso a servizi di base come l’istruzione, la sanità, l’edilizia abitativa.

La prima risposta è arrivata dagli studenti del liceo, uno dei settori più combattivi del movimento studentesco cileno, che dall’inizio dell’anno ha avuto un acuto conflitto con il governo, arrivando persino a proporre l’elusione massiva del pagamento del biglietto della metropolitana all’ingresso delle stazioni. Il governo, decide però di rispondere in modo repressivo a tale provocazione, invocando l’esercito e imponendo il coprifuoco. In un secondo momento, addirittura, chiudendo alcune delle principali stazioni della metropolitana. Immediatamente, quella che sembrava una mera protesta studentesca, viene condivisa da organizzazioni sociali, sindacali e da ampi settori della popolazione. Ahimè, la disobbedienza civile che si stava forgiando nella metropolitana sotterranea, era già uscita per strada trasformata in ribellione popolare espandendosi in tutto il paese ed il governo si è visto costretto a decretare lo stato di emergenza.

Oggi l’ennesimo e partecipato sciopero nazionale è stato convocato sulla scia del grido “Renuncia Piñera” ossia, “Piñera dimettiti”. Dall’altro lato, il governo tenta la strada di proposte di riconciliazione che però non convincono la popolazione, commettendo lo sbaglio di escludere le organizzazioni sociali e sindacali da ogni trattativa e sabotando ogni tentativo di dialogo. Che lezione si può e si deve trarre dunque da tutto questo? Ancora una volta il Cile serva da monito? A mio avviso sì! In quanto la situazione cilena ci pone di fronte a diverse questioni.
La prima, riguarda un malcontento generalizzato della classe media e medio bassa, che dal Cile all’ Europa si è vista calpestare diritti, opportunità e qualità della vita. Una moltitudine indistinta e, forse, indistinguibile di persone si è mossa puntando il dito contro governi, livelli e forme di rappresentanza, borse, agenzie di rating e nel caso cileno, contro quell’1% che detiene la ricchezza totale del paese.

In una società frammentata e lacerata nella sua coesione da selvagge politiche liberiste, e con la crisi dei partiti politici e l’indebolimento dei corpi intermedi, vi è un vuoto che amplifica rabbia, indignazione e rancore.
Se allo stato, questi sentimenti di indignazione mantengono ancora un carattere prepolitico, il rischio che sfocino, come la storia insegna, in una adesione alla retorica dell’uomo forte è sempre più possibile, diventando spesso utile nutrimento dei populismi nelle loro molteplici forme e natura.
Questo contesto dimostra, quanto le sorti dell’Unione Europea non sono una questione che riguarda solo gli europei. Il fallimento dell’Europa, difatti, rappresenterebbe un successo per i sostenitori delle politiche neo-sovraniste con a capo gli Stati Uniti di Trump. Tale esito, rappresenterebbe una pietra tombale della cooperazione tra Stati ed aprirebbe il varco a forme neo egemoniche ed autoritarie che destabilizzerebbero non solo il continente latinoamericano, ma gran parte del mondo.

È per questa ragione che le forze socialiste europee devono svolgere un rinnovato protagonismo su scala internazionale, cominciando a ribadire la loro piena solidarietà a quanti in ogni parte del mondo, stanno lottando per ristabilire principi di equità e giustizia sociale e contro ogni iniziativa in contrasto con i diritti umani e con i più elementari codici di democrazia. Pertanto, non basta resistere, bensì è necessario agire!

Simona Russo

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