sabato, 22 Febbraio, 2020

Cile oggi, a ferro e fuoco. Genesi di una protesta

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Santiago del Cile – Per fare un paragone che in Italia si possa capire facilmente: il Cile potrebbe essere come la Svizzera. Forse di più.
Al Cile, con una popolazione di circa 18 milioni di abitanti, appartengono tra le più grandi riserve di rame al mondo e lo stesso si può dire del litio, il recente scoperto oro bianco. Ha una costa di più di 4000 km di un mare che una volta era pescosissimo e che, in ogni caso, ancora abbondantemente supplisce alimento. Al Cile appartiene metà della Cordigliera, la catena montuosa che lo divide dall’Argentina, e che, nonostante la crisi climatica, continua a rappresentare una enorme riserva d’acqua.
Ma il più grande tesoro del Cile è la sua gente: con una fervente creatività, intelligenza, un linguaggio rapido chissà con un velo di tristezza però capace di improvvisazioni da jazzista, sempre disponibile alla battuta, gente resiliente nelle situazioni più estreme.

UN PREGIO E UN DIFETTO
Un gran pregio, certo, ma anche un enorme difetto. Un difetto perché, nei 30 anni dal ritorno della democrazia che portava con sé le migliori aspettative, i cileni hanno resistito e osservato il lento consolidarsi di un modello economico crudele che, insieme alle apparenti libertà, sempre più andava erodendo diritti, patrimonio ambientale, salute, educazione, economia familiare, per imporre uno stato di pacifica soddisfazione creata dalla possibilità di accedere al consumo. Per alcuni: beni, viaggi, appartamenti. Per altri: cibo, bevande gassate e alcoliche, al punto che oggi obesità e diabete sono tra i problemi di salute più risentiti dalle classi cilene meno abbienti. Per non parlare degli alti livelli di depressione.
Tuttavia, secondo una recente dichiarazione del Presidente Sebastián Piñera, che ha fatto il giro del mondo, il Cile sarebbe un’oasi felice. Contraddizioni. Quindi?
Innanzitutto, occorre fare un brevissimo accenno all’origine coloniale dell’intero continente che è nato, prevalentemente, dalle dominazioni spagnola e portoghese in cerca di ricchezze e mai andate per il sottile sui modi in cui procurarsele. In seguito, in coincidenza con la epoca industriale, sono arrivati gli altri. Attratti dalle ricchezze del sottosuolo, si sono impossessati, a poco a poco, del continente per poterlo sfruttare a piene mani, ovviamente a discapito dei popoli residenti. Se nel secolo IXX, i coloni si sono guadagnati l’indipendenza, quasi immediatamente, le giovani nazioni sono diventate palestra dei grandi poteri economici, non appena la epoca industriale ha iniziato la sua corsa all’accaparramento delle materie prime. Lo stesso accaparramento che oggi sta portando il pianeta al collasso.
Nei vari regimi istallatisi negli anni, più o meno democratici, i vari tentativi di sollevamento per fermare lo sfruttamento delle sue genti sono sempre finite nel sangue. Ma erano casi isolati.

GLI ANNI ’70 E LA DITTATURA
Arrivati agli anni ‘70, le varie dittature opportunamente installate dagli Stati Uniti si sono incaricate, con il terrore somministrato a piene mani, di fare piazza pulita dei governi che cercavano di rendersi indipendenti dagli strascichi di quel colonialismo oramai trasformato in schiavitù economico-produttiva.
In Cile, la dittatura, ha ottenuto il suo effetto smantellando capillarmente quello stato sociale che si era potuto costruire durante la Unidad Popular del Presidente Salvador Allende, con il suo socialismo “alla cilena”, sostanzialmente una transizione senza spargimenti di sangue.
Ovviamente il programma di governo di Allende, che si impose un compito di immani proporzioni, non è stato immune agli errori, anche se assolutamente comprensibili a posteriori. Si propose di creare un nuovo sistema sociale dove lo Stato fosse responsabile del benessere delle persone, garantendo e controllando non solo i beni pubblici ma anche i servizi nazionali. Pose in atto il progetto ambizioso di affidare il sistema produttivo alla gestione della classe operaia, vessata per anni, garantendo educazione statale e di qualità. Installò un sistema di salute pubblica, costruì case popolari per chi viveva in baracche, assicurò un litro di latte al giorno per i bambini poveri come piano di massima urgenza. Tutto questo negli anni più caldi del post-guerra: quando il mondo viveva il suo momento di massima polarizzazione, il piano di Allende toccava le corde più profonde di quella divisione.
Ovviamente, un piano-paese di quel tipo non poteva essere scevro di errori. Tuttavia, quegli errori sono costati uno sproposito ad Allende. La radicalizzazione interna, i gruppi che chiamavano alla lotta armata ed il fanatismo hanno fatto il resto. Si sono spinti a estremi ingiustificabili, spazzando via troppo spesso, insieme ai grandi signori e latifondisti, anche piccoli proprietari solo colpevoli di possedere qualcosa agli occhi di una società vessata per decenni.

L’11 SETTEMBRE DEL 1973
Quando l’11 di settembre 1973, il generale Augusto Pinochet, che da poco tempo aveva altresì giurato fedeltà al Governo di Allende, si mise a capo del Colpo di Stato ed alla dittatura, quei cittadini ingrossarono le fila di quelli che esultarono.
Però golpe non è arrivato solo, era stato pianificato ed appoggiato con fanatica cura in tutti i dettagli. Un piano perfettamente orchestrato dagli Stati Uniti, con protagonisti il Presidente Nixon, che determinò di fare urlare di dolore l’economia cilena, dal suo braccio destro il segretario di stato Henry Kissinger e da Agustín Edwards, proprietario de El Mercurio il più antico quotidiano cileno, emigrato negli Stati Uniti appena Allende nazionalizzò il rame ed espropriò la compagnia telefonica nazionale, di fatto però posseduta da ITT.
Ci misero circa due anni a creare “le condizioni” per dare il golpe. Due anni, in cui prese forma una “realtà parallela” inculcata manipolando i fatti, che non solo si approfittava degli errori del governo ma li amplificava disfigurandoli. La linea editoriale de El Mercurio, sapientemente imposta da Edwards, andava a nozze con la strumentalizzazione della visione della rivoluzione armata delle parti più estreme della sinistra, per giustificare la necessità di reprimerla, seminando il panico verso il nemico “comunista”.
Alla fame, sia per la crisi provocata e imposta fuori confine, sia a causa dello sciopero interno dei camionisti, che venivano saporitamente pagati sempre dagli Stati Uniti per bloccare la consegna degli alimenti, la gente terminava con credere ai montaggi della stampa locale, senza che i giornalisti vicini al Presidente fossero capaci di risposte efficaci.
Com’è finita ora lo sappiamo, il popolo manipolato e alcuni politici “moderati” hanno chiesto ad alta voce il colpo di stato, addossando tutte le colpe ad Allende.
La dittatura ha fatto in seguito piazza pulita di tutta la possibile dissidenza, seminando orrore, terrore e torture in ogni angolo della società, iniziando dalle classi più basse che avevano appena cominciato a guadagnare dignità e occupandosi poco dopo dei restanti quadri medi, visto che i leader erano già stati incarcerati o esiliati nei primi giorni del golpe. Sempre accompagnata dal fedele El Mercurio, che montaggio dopo montaggio, riscriveva la realtà feroce in cui vivevano poveri e oppositori nel Cile della epoca.
Dopo il ’73, per i signori dell’economia cilena appropriarsi della nazione è stato un viaggio in discesa.

LA DOTTRINA DEL CAPITALISMO
Dal ’76 in poi, la dottrina del capitalismo più sfrenato adottata da Pinochet ha offerto terreno fertile per la sua sperimentazione: i Chicago Boys di Milton Friedman ottennero carta bianca per operare. In seguito, dagli anni 80, per poco denaro e a causa di una pretesa inefficienza in quanto pubbliche, le aziende di stato vennero privatizzate da Julio Ponche-Lerú, genero dello stesso Pinochet e da lui messo a capo de la Corporación de Fomento de la Producción (CORFO) mentre per le risorse naturali si scelsero multinazionali straniere, “più esperte nella gestione” e alle quali si permise l’estrazione per anni con royalties quasi a 0.
Nei 17 anni di dittatura fino ad oggi, ai cileni non è restato che accettare il sistema di sfruttamento sistematico che, certo, si è evoluto con il passare degli anni e l’arrivo della globalizzazione. Dal ritorno della democrazia nell’89, la situazione è ovviamente migliorata, ed è quello che si osserva da fuori. Il paese è cresciuto e si colloca apparentemente tra quelli sviluppati: non esistono più schiavi produttivi, ora i cileni sono tutti consumatori.
Schiavi del credito di poche famiglie che possiedono l’intero paese e tutta la catena di sviluppo e di approvvigionamento. Con un indice di disuguaglianza tra i più alti del mondo e una presenza del “pubblico” assolutamente minima, come il sistema neoliberale capitalistico impone, le 10 famiglie a cui appartengono, la terra, le banche, le poche imprese di produzione, le catene di distribuzione, le cliniche, sistemi di pensione, le università e le scuole ed il trasporto, impongono salari spesso da fame e condividono il benessere a tassi di credito altissimi.

IL PAESE DEI DISEGUALI
Apparentemente ci si può permettere di comprare qualunque cosa: in comode quote si può pagare la spesa del supermercato e alcune farmacie fanno persino sconti un giorno alla settimana: i cardiopatici e gli ammalati di cancro esultano.
Fino a pochi giorni fa i cileni borbottavano però alla fine facevano spallucce. Condoni ai ricchi, collusione1 e corruzione2 venuti alla luce negli ultimi anni, provocavano un disgusto quasi fatalista e, probabilmente, grazie al tenore di vita che si potevano permettere alto o basso che fosse, si poteva anche sopportare nonostante il vivere sempre indebitati fino al collo.
Ma è stato davvero troppo quando il Ministro di Economia Juan Andrés Fontaine, per difendere l’aumento di 30 pesos del costo dei trasporti pubblici, ha risposto al malcontento consigliando di alzarsi all’alba per approfittare della prima fascia tariffaria che avevano opportunamente abbassato.
Ma perché si sentisse in buona compagnia non è stato l’unico. Con lo stesso livello di superficialità si sono uniti il Ministro delle Finanze, Felipe Larraín, che ha invitato i romantici ad approfittare ad acquistare fiori, perché durante il mese di settembre avevano abbassato il loro prezzo del 3,7%. Last but not least per dimostrare la totale mancanza di empatia verso i bisogni reali, e perché non dirla tutta, verso la stessa realtà del popolo, Gloria Hutt a capo del Ministero d’Economia, in seguito alle prime evasioni di massa promosse dagli studenti, ha dichiarato quasi stupita che non avevano nulla di cui protestare visto e considerato che la loro tariffa era rimasta invariata. Per capire meglio l’impatto economico provocato dai 30 pesos, occorre metterli in contesto. Nel paese dei diseguali, secondo una recente inchiesta che evidenza il costo del trasposto pubblico nel mondo, con una tariffa di 830 pesos (che include l’aumento) un cileno con salario minimo deve lavorare 19,85 ore per poterlo pagare. Nonostante le tariffe siano differenziate e quella per studenti sia considerevolmente più bassa, l’impatto del costo del trasporto su una famiglia di 3 persone è devastante. I conti sono presto fatti.
Ma per essere ancor più chiari: le fasce economiche in cui si divide la popolazione sono 7. Alle due più basse, la E e la D, che hanno un ingresso mensile di 324.000 CLP e di 562.000 CLP corrispondono rispettivamente il 28,70% e il 16,55% della popolazione. Ben altra storia è quella della fascia più alta, la AB, che registra un ingresso medio di 6.452.000 CLP ed alla quale appartiene l’1,44% dei cileni.

IL SISTEMA DEI PRIVILEGI
Ma neppure le fasce più alte della società sono esenti dalla vessazione del sistema: per poter mantenere il livello di vita che il loro stato sociale impone, devono mantenersi aggiornati sui consumi: l’ultimo modello di auto, l’appartamento nel quartiere appropriato, la scuola dei figli sempre rigorosamente a pagamento, il viaggio di cui parlare o lo sport di cui si va fieri. Tutto a prezzo di debiti, perché così funziona il sistema. Ultima cifra tanto per chiudere la contestualizzazione economica. Durante il 2015, anno difficile per l’economia nazionale cilena, tasso di crescita basso e desaccelerazione economica, le banche hanno accumulato utili per 3.110 milioni di dollari.
Dalla scorsa settimana il popolo cileno, di tutte le età e condizioni, è per strada, chiedendo a gran voce lo smantellamento del sistema dei privilegi per poter vivere una vita decente.
Dall’evasione massiva e pacifica della metropolitana, ci si è trovati di fronte all’incendio delle stazioni e al saccheggio e successivo incendio dei supermercati.
Il 18 ottobre, la risposta ovvia del governo è stata Estado de excepción, biasimando tanto i danni quanto i manifestanti. La retorica della raccomandazione a manifestarsi in pace, ha mostrato immediatamente la risposta più dura: dove non disperde la folla con acqua o lagrimogeni, si spara a altezza uomo. I video parlano chiaro, la stampa meno.

BRUTALE REPRESSIONE
In meno di una settimana, la repressione è arrivata ad essere brutale, quasi ai livelli dei momenti peggiori della passata dittatura. Purtroppo non è tutto: oltre la crudeltà, moltissime sono le testimonianze di cui il governo dovrà farsi carico e aprire le indagini per cercare i responsabili o dimostrare, si spera, che sono fake: video da tutto il Cile, denunciano infatti le stesse forze dell’ordine. Tanto militari quando carabineros si vedono ritratti in video, che circolano in rete, incoraggiando saccheggi o caricando televisori al plasma nei loro van.
Risultato di tutto questo, una settimana surreale. Tutto chiuso: grandi catene, trasporti fermi, banche chiuse. Da nazione prospera, il Cile si è trasformato, in solo due giorni, in quello che il mondo mostra in Venezuela (facendo sorgere altra quantità di dubbi sulla genesi di quest’altra guerra, visto che il vero nemico è sempre lo stesso, e sappiamo come agisce). Dopo una domenica da incubo, lunedì le code ai supermercati erano di ore ed ore, sorvegliate da militari, mitra in mano. Impossibile ottenere contanti dai bancomat, tutti chiusi. Odore di incendi e lacrimogeni nell’aria. Coprifuoco e la retorica della “necessaria” repressione dei tumulti. Impensabile per un paese che sembrava avesse raggiunto l’ambito sviluppo.
Questa volta però la risposta popolare è risultata imprevedibile e a poco a poco è andata montando: ora nessuno più vuole fermarsi prima di ottenere un vero risultato perché “non sono 30 pesos, sono 30 anni”. Come recitava uno dei cartelli viste nelle manifestazioni, ai cileni “hanno tolto tutto, anche la paura”.
Ancor più surreale, in una situazione ovviamente caotica dove nessuno poteva dire chi era chi, il Presidente aveva preferito festeggiare il compleanno del nipote, il governo puntava tutta la sua attenzione nel mostrare come il suo grande obbiettivo era mantenere la legalità e lottare contro la “delinquenza” che aveva messo a ferro e fuoco (letteralmente) il paese.
Tono rimarcato in seguito dallo stesso Piñera che, ripresosi dalle polemiche e senza pronunciare una parola sulle giuste e sacrosante richieste sociali, ha dichiarato: “Siamo in guerra”.
Per fortuna anche “el Estado de excepción” ha le sue regole legali ed è stato così che il 23 di ottobre, Jaime Bassa, avvocato cileno costituzionalista, con il sangue freddo e la tranquillità tipica di un cileno che affronta un terremoto dell’ottavo grado, ha spiegato davanti alla Commissione dei Diritti Umani che nella Costituzione nata in dittatura, più volte modificata ma mai riscritta, non esistono più le basi che lo avvallano. Non solo, sempre secondo Bassa, il comportamento delle forze dell’ordine in questo Estado de excepción era di fatto quello di un reale Stato di Assedio.
“In guerra” appunto, secondo le parole dello stesso Presidente. In guerra contro chi?
Le autorità cilene di oggi sanno troppo di dittatura e molti dei nomi vicini al Presidente e protagonisti di questi giorni di violenta escalation risuonavano già durante la epoca di Pinochet. Uno su tutti Andrés Chadwick, oggi ex Ministro degli Interni, che era tra i 77 che hanno partecipato al primo rito della dittatura.

Cito e traduco il primo paragrafo dell’articolo (al link): “Era l’anniversario della Battaglia della Concezione, a cui si attribuì, con il tempo, il simbolo della unione tra gioventù e destra, l’occasione per mostrare la dittatura come qualcosa di più sofisticato della carneficina dei primi anni. Non solo volevano governare, ma costruire una nuova estetica: non solo volevano distruggere le vestigia della UP, ma anche rifondare il Cile e in un futuro molto lontano.”
Probabilmente siamo all’oggi.
Quindi per riassumere: un sistema di capitalismo senza nessuna etica, installato in Cile con l’appoggio degli Stati Uniti, per alimentarsi utilizza da anni l’intero popolo cileno, nessuno escluso.
Gli attori che hanno mantenuto e mantengono il sistema perché funzioni sono: un governo compiacente (e non solo di destra purtroppo), 10 famiglie con i soliti nomi noti che si leggono (o si sono letti) in moltissime delle cariche politiche determinanti, le forze dell’ordine chiamate “opportunamente”. Il popolo? A questo punto è retorica. Retorica anche perché quel popolo alle ultime elezioni ha disertato in massa, permettendo di fatto il secondo mandato di una destra con un presidente che già aveva ampiamente dimostrato le sue debolezze e che ha avuto bisogno di allearsi con la frangia più estremista per formare il secondo governo.
Venerdì 25 ottobre 2019, quel popolo ha detto davvero basta. E c’erano tutti, giovani e vecchi, classi abbienti e classi povere: un abbraccio commovente. Persino i tifosi irriducibili del calcio nazionale mettevano da parte le fazioni. E quasi non era più neppure un fatto di colore politico.
Basta con gli annunci. Basta con gli abusi. I morti purtroppo sono molti, non si contano i feriti. Non si è avuto neppure la certezza dei loro nomi fino a un paio di giorni fa, alcuni sono scomparsi e li stanno cercando. Si parla ancora di torture. I trasporti in città sono al collasso, un alto numero di stazioni del metro chiuse per danni o totalmente inservibili.

DALLA GUERRA ALLE SCUSE
Il presidente Piñera, è passato dalla guerra alle scuse, dice che il messaggio gli è arrivato forte e chiaro. Ma ovviamente non gli crede nessuno.
Per cercare di salvarsi dall’impeachment e dalle accuse costituzionali che gli stanno piovendo da ogni dove, sabato 26 di ottobre, ha chiesto la rinuncia ai suoi 24 ministri e, pur mantenendo lo Stato di Eccezione, ha tolto il coprifuoco.
Certo, le apparenze non funzionano più, tanto nel paese quanto nel mondo: è apparso chiarissimo che il Cile non è un’isola felice.
Lunedì ha effettivamente dato i nomi delle nuove nomine, ma sono solo 8 mentre la gente si aspettava molto di più, senza considerare che dalla strada si chiede la sua stessa rinuncia.
Quindi fuori Chadwick e il Ministro di Economia e quello delle Finanze, i nuovi Ministri hanno una età che va dai 30 ai 47 anni. Ma ovviamente la gente è ancora insoddisfatta: in quanto a Salute, Educazione e Trasporti, i responsabili dei Ministeri dai temi caldi per differenti motivi, sono ancora lì e sembrano inamovibili. Circolano voci che dicono che molti abbiano rifiutato, sembra ovvio che pochi abbiano voglia di abbordare una nave che affonda.
La gente continua per strada e manifestazioni più o meno violente si registrano in tutto il paese. Lunedì scorso un incendio ha distrutto un centro commerciale a pochi isolati da La Moneda e, dall’altra parte a Valparaíso, una manifestazione pacifica, a cui partecipavano anche giovanissimi, è stata dissolta a lacrimogeni.

I nuovi Ministri hanno chiesto tempo ma promettono mettere mano a una agenda di interventi urgenti. L’agenda sociale è sulla bocca di tutti. Le Camere hanno ripreso a legiferare su progetti che giacevano immobili da tempo. Anche la proposta di ridurre le ore di lavoro settimanali a 40 ha raccolto appoggio tanto a sinistra quanto a destra.
La notizia più calda delle ultime ore e già a conoscenza di tutto il mondo, è che APEC e COP25 sono state sospese. Forse meno noto che la Commissione che svolgerà indagini sulla violazione, inviata da Michelle Bachelet, ex “Presidenta” e oggi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, si sta installando nel paese. Indagherà sulle denunce interposte dall’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (INDH) che ha annunciato un totale di 120 azioni legali, di cui in particolare 5 per omicidio commesso da agenti statali, 94 per tortura, 18 con connotazioni sessuali.

È banale scrivere che la situazione è caotica. Si accumulano dichiarazioni, commenti, denunce, fatti, apparentemente incomprensibili che, per ora, è impossibile contestualizzare.
Tutti condannano la violenza. Però, se e dove si nasconde un’altra agenda sotto la retorica della giusta condanna della violenza, è ancora tutto da capire.
Chile despertó y, cierto, ya no será lo mismo, vaya como vaya.

Mirco Bacci

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