martedì, 1 Dicembre, 2020

Città del Vino, parla Marco Landucci

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Dopo la recente nomina di Barolo come Città del Vino 2021, l’associazione ha comunicato le date della XIX edizione del Concorso Enologico Internazionale Città del Vino, che l’anno scorso non si è tenuto a causa della pandemia del Coronavirus, e aprendo le iscrizioni online per le cantine italiane e straniere. La prestigiosa manifestazione si terrà dal 20 al 23 maggio 2021 a Castelvetro di Modena, nel Castello di Levizzano.

Ma che cosa sono le Città del Vino, come sono nate e quale ruolo svolgono nel territorio dove operano e a livello nazionale? Ne abbiamo parlato con Marco Landucci, candidato socialista nel collegio di Bologna alle ultime regionali dell’Emilia Romagna nella lista formata da +Europa, Psi, Pri, Stefano Bonaccini presidente; ambasciatore delle Città del vino, riconoscimento che gli è stato conferito quale amministratore comunale all’agricoltura, per il tema del suo fattivo contributo nella valorizzazione delle aziende agricole, vitivinicole, dei loro prodotti e del territorio. Landucci vive a Zola Predosa (Bo), una della Città del Vino.

 

Come e perché è nata l’Associazione nazionale Le Città del Vino?

«L’idea è nata nel 1986, dopo che lo scandalo del vino al metanolo ha gettato nella disperazione un sistema socio economico basato sul vino, causando persino 19 vittime e alcune infermità permanenti».


Quando è stata fondata, precisamente, e da chi?

«Era il 21 marzo 1987 quando 39 sindaci si riunirono a Siena per dar vita all’Associazione. Erano i sindaci e gli amministratori di Alba, Asti, Barbaresco, Barile, Barolo, Buonconvento, Canale, Carema, Carmignano, Castagneto Carducci, Castellina in Chianti, Castelnuovo Berardenga, Diano d’Alba, Dogliani, Dozza, Firenze, Frascati, Gaiole in Chianti, Gattinara, Greve in Chianti, Jesi, La Morra, Marino, Melissa, Monforte, Montalcino, Montecarotto, Montefalco, Montescudaio, Neive, Nizza Monferrato, Ovada, Pramaggiore, Radda in Chianti, Rufina, San Severo, Siena, Treiso d’Alba e Zagarolo. Da nord a sud, piccoli e grandi Comuni, città già note nel firmamento enologico e altre ancora in ombra che, insieme, rappresentavano un campione fedele di quel ricco mosaico che è il vigneto Italia».

 

Possiamo definirlo un tentativo di rinascimento capace di coinvolgere tutto il settore?

«Certamente. Il “rinascimento” del vino italiano è partito idealmente proprio da quell’evento negativo. Lo scandalo del metanolo, infatti, rappresentò uno dei motivi principali che spinsero quel gruppo di sindaci a far nascere le Città del Vino, intuendo che l’operazione che andava fatta – di carattere culturale, oltre che di marketing – era quella di rendere sempre più forte il rapporto tra vino e territorio, un rapporto che rappresenta ancora oggi l’unicità del vino italiano, la sua originalità assoluta. E le Città del Vino confermano ancora oggi la bontà di quella intuizione».

 

I soci si occupano solo di coltivare uva e di produrre vino, oppure svolgono un ruolo più vasto nel territorio dove operano?

«Nel 1998, sulla spinta del rinnovato interesse per la qualità del territorio intesa come risorsa per le comunità locali, l’Associazione ha prodotto il Piano regolatore delle Città del Vino che fissò allora due importanti concetti validi ancora oggi: il vigneto è parte fondamentale del paesaggio, e così tutte le aree agricole interessate, la sua tutela è strategica per la qualità del territorio e pertanto va programmata nell’azione amministrativa. Lo sviluppo locale non può che derivare da una virtuosa collaborazione tra pubblico e privato fatta di scelte condivise».

 

Qual è l’obiettivo principale dell’Associazione?

«Quello di aiutare i Comuni (con il diretto coinvolgimento di Ci.Vin srl, sua società di servizi) a sviluppare intorno al vino, ai prodotti locali ed enogastronomici, tutte quelle attività e quei progetti che permettono una migliore qualità della vita, uno sviluppo sostenibile, più opportunità di lavoro».

 

Per esempio?

«Un esempio concreto è l’impegno per lo sviluppo del turismo del vino, che coniuga qualità dei paesaggi e ambienti ben conservati, qualità del vino e dei prodotti tipici, qualità dell’offerta diffusa nel
territorio a opera delle cantine e degli operatori del settore.
Il turismo rurale nelle Città del Vino è in crescita costante. Lo dimostrano i dati dell’Osservatorio sul turismo del Vino che da vent’anni l’Associazione realizza con un report annuale. Nel 2019 si sono registrati circa 3 miliardi di euro di fatturato stimati e circa 15 milioni di enoturisti, intesi non solo come pernottamenti ma anche come fruitori giornalieri, escursionisti del vino e dell’enogastronomia. Naturalmente questi dati sono il passato, data la crisi provocata dal Coronavirus. Ora occorre rilanciare il settore per superare la crisi provocata dalla mancanza di domanda derivante dalla pandemia, soprattutto per quanto riguarda il turismo proveniente dall’estero. L’enoturismo deve essere posto al centro delle politiche di crescita locale. È questa una forma di turismo di esperienza che privilegia la sostenibilità, l’incontro con il territorio, e la conoscenza diretta dei suoi protagonisti: i vignaioli e la gente che qui lavora e vive».

 

Chi può aderire all’Associazione Nazionale Città del Vino?

«Possono aderire, in qualità di soci ordinari, tutti quei Comuni che hanno una vocazione vitivinicola (Zola Predosa, il mio comune di residenza in Provincia di Bologna, è Città del Vino dal 2000) testimoniata dalla presenza di una o più Denominazioni di origine, o Comuni che, per storia e tradizione (sociale, economica, culturale) hanno un forte legame con il mondo del vino anche se non prevalentemente caratterizzati da una peculiare produzione vitivinicola. Ogni socio ordinario è, automaticamente compreso nella rete europea delle Città del Vino Recevin. Vorrei far notare che solitamente i produttori vitivinicoli sono iscritti ai loro Consorzi privati di tutela (Consorzio Colli Bolognesi e Consorzio Regionale Pignoletto per la mia zona, per esempio), e non si iscrivono alle Città del Vino perché ne fanno già parte con l’associazione del loro Comune; però possono sempre essere soci sostenitori».

 

Un network che garantisce alta qualità e massima attenzione all’ambiente, quindi, ma quale dovrebbe essere il ruolo della politica per contribuire a valorizzare un patrimonio unico al mondo?

«Il ruolo è complesso perché la materia è complessa. Nel periodo del mio assessorato (2009-2015) con la delega all’agricoltura ho cercato, anche tramite l’associazione delle Città del Vino, di dare loro la massima visibilità possibile, tramite eventi di promozione, convegni (ne ho fatto uno a Zola con la presenza dell’assessore regionale e provinciale dell’epoca, con la presenza di molti produttori), visite in azienda, riunioni politiche e tecniche per comprendere i loro bisogni.
Negli anni mi nominarono anche vice coordinatore delle Città del Vino dell’Emilia Romagna, ruolo che mi consentiva un respiro regionale e di confronto con gli altri sindaci e assessori con delega all’agricoltura della mia regione. Anche portare a Zola la sede del Consorzio Regionale del Pignoletto, che vi risiede tuttora (circa cinquemila aziende, forse anche di più oggi, rappresentate dallo stesso Consorzio), e il riconoscimento di Zola Predosa Citta d’arte e turistica sono state due pietre miliari delle mia attività politica, anche queste collegate alle Città del Vino».

 

Antonio Salvatore Sassu

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