martedì, 25 Febbraio, 2020

Città metropolitane, province, comuni

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Carta-autonomie localiCon sentenza n. 220 del 19 luglio 2013, la Corte costituzionale decretò il definitivo nulla di fatto rispetto al confuso, caotico e velleitario tentativo di estinzione/accorpamento/riordino delle province – messo in atto dai due governi precedenti l’attuale. L’attuale Governo ha reagito alla sentenza della Corte costituzionale approvando, nel Consiglio dei Ministri del 5 luglio 2013 un disegno di legge di revisione costituzionale, “a stralcio” rispetto alla riconosciuta necessità di rivisitazione del Titolo V, col quale sono soppresse le province e le città metropolitane dall’elenco dei soggetti costituenti la Repubblica.

L’approvazione da parte del Parlamento di questa legge costituzionale avrebbe consentito agli interessati – Stato, regioni, province e comuni – l’attento esame dei vari compiti delle province e l’assegnazione dei medesimi ai vari livelli istituzionali assieme al personale, ai mezzi, alle risorse finanziarie in modo da arrivare al superamento degli enti con la certezza e chiarezza di un progetto serio e attuabile.

Piuttosto che avere enti di secondo grado, con confusioni di compiti, sovrapposizione di funzioni, sicuramente conviene procedere al loro completo superamento espungendo dalla Carta costituzionale, eventualmente inserendoli, come forme di aggregazione volontaria dei comuni, nella tanto attesa nuova Carta delle autonomie locali; solo in questo modo potranno essere valutate le vere economie, eliminare funzioni superflue, uscire dalla demagogia che individua nel superamento delle province forti economie, come ha rilevato anche la Corte dei Conti che ha raccomandato di affrontare il problema partendo dalle funzioni e non dagli enti, ivi compresi quelle degli oltre 5.500 di servizi pubblici e strumentali.

Ma era troppo semplice seguire questa giusta strada e il Governo, probabilmente preoccupato per i tempi lunghi di una riforma costituzionale, ha, colpito da “ansia da prestazione” (ove la prestazione, se eseguita sotto l’effetto dell’ansia, non sempre riesce bene) presentato il disegno di legge recante “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, approvato dalla Camera dei deputati il 1°/12/2013 e oggi all’esame del Senato.

Non quindi eliminazione delle province, come si vuol far intendere, ma “svuotamento delle province” dato che per riuscire ad abolirle bisogna modificare la Carta costituzionale.

Il disegno di legge mantiene, a parere di parecchi esperti, lacune, incongruenze, disfunzioni e vizi d’incostituzionalità; una volta approvata definitivamente con ogni probabilità assisteremo a vari ricorsi alla Corte costituzionale, soprattutto da quelle Regioni contrarie al provvedimento, con il rischio di dover rivedere il tutto.

Per evitare questo rischio, sarebbe necessario iniziare l’iter parlamentare della modifica costituzionale arrivando alla sua approvazione almeno in prima lettura prima del varo della legge ordinaria.

Occupiamoci ora della Città metropolitana, che, una volta approvata la legge, è costituita, in prima applicazione, sul territorio dell’omonima provincia, assorbendone tutte le funzioni. il patrimonio, il personale e le risorse strumentali succedendo a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi, ivi comprese le entrate provinciali.

Sarebbe auspicabile che il Parlamento evitasse la creazione di un ente di secondo grado; solo l’elezione diretta da parte di tutti i cittadini può portare ad un ente di governo che assuma una forza, un’autorità, una dignità propria per un livello decisionale che risponda tempestivamente ed efficacemente ai problemi della globalizzazione, della crisi finanziaria, economica e occupazionale, un’autorità politica e istituzionale forte di governo del territorio, rifuggendo dal rischio del frazionamento della sua area, possibilità non remota.

L’altra strada per giungere all’elezione diretta degli organi, ipotesi realizzabile dalla normativa (elevazione a comune delle circoscrizioni, ecc.), è di difficile percorribilità e soggetta comunque alla volontà non dei territori ma del legislatore statale e regionale.

Indipendentemente dall’istituzione della città metropolitana e dal destino delle province,  è opportuna un’accelerazione di tutti i processi di unioni comunali, in funzione propedeutica alla loro fusione, che abbiano come tratto distintivo l’omogeneità territoriale e realizzino delle vere e proprie economie, dimostrabili e documentabili, al netto dei vari incentivi che dovrebbero essere riservati principalmente alle fusioni stesse.

Franco Ecchia

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