venerdì, 30 Ottobre, 2020

Coinvolgere Teheran per stabilizzare il Medioriente

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Il sorriso del presidente Rouhani sembra aver cancellato la triste immagine di Ahmadinejad e il riverbero dei suoi proclami guerrafondai. Una nuova stagione si apre per l’Iran: una stagione che promette la possibilità di un futuro diverso, non solo per i tantissimi giovani persiani (più del 50% della popolazione ha meno di 30 anni), ma per l’intera regione mediorientale. Crocevia tra Asia ed Europa, nazione dalla cultura profonda e antichissima, l’Iran è un paese con «grandi risorse umane e con una grande storia che, se lasciato nell’isolamento, si vedrebbe privato dell’occasione di poter contribuire positivamente alla stabilizzazione dell’intera area mediorientale», afferma Ettore Rosato, Presidente dell’Associazione Italia-Iran. E proprio per discutere delle prospettive politiche di dialogo che l’elezione di Hassan Rouhani ha aperto, l’Isiamed, Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo, ha organizzato il convegno  “Dalla Presidenza di Hassan Rouhani una opportunità di dialogo per la Comunità internazionale?” che si terrà a Roma lunedì 7 ottobre alle ore 16.00 presso la Sala Delle Colonne della Camera dei Deputati, in via Poli 19.

Una nuova stagione di negoziazione con l’Iran annunciata dalla liberazione di 11 prigionieri politici, 8 dei quali donne tra cui la famosa avvocatessa Nasrin Sotoudeh e, soprattutto, dalla storica telefonata tra Obama e Rouhani: un contatto che si era spezzato nel lontano ’79 dopo la tristemente famosa crisi degli ostaggi. Ma, anche, lo spiraglio per una nuova stagione nelle relazioni tra Italia e Iran. Due paesi che, come ricorda Ugo Intini, già vice-ministro socialista degli Affari Esteri e uno dei partecipanti al convegno, storicamente vantano una tradizione di rapporti commerciali e di cooperazione, «basti ricordare il ruolo giocato in Iran da imprese italiane di punta come l’Ansaldo. Un partner che continua ad essere importante nonostante l’Italia abbia seguito disciplinatamente le decisioni prese dall’Europa in merito all’embargo: il rispetto delle sanzioni non ha pero’ impedito al nostro Paese di continuare a sostenere con forza la necessità di trovare degli interlocutori e di trattare per risolvere pacificamente la questione nucleare». Intini sottolinea, dunque, che si stanno creando le condizioni «affinché si possano aprire prospettive interessanti rispetto ad un paese in cui troviamo una dialettica democratica molto più complessa di quello che si crede da noi, in Europa. Quella stessa dialettica che ha portato all’elezione di Rouhani». Parole alle quali fa eco Rosato che afferma: «oggi c’è un risveglio dovuto all’elezione del nuovo presidente. Siamo convinti che con il dialogo e diplomazia si possano affrontare problemi che, negli ultimi anni, si sono ricoperti di concrezioni».

Viene dunque da chiedersi cosa abbia bloccato proprio il dialogo, per tutti questi anni, con una realtà così importante. I fattori sono tanti, dalla pressione esercitata dalle petro-monarchie del Golfo, alleate Usa e propagatrici di una visione oscurantista del sunnismo storicamente opposta all’Islam sciita della Persia, fino alla durissima contrapposizione tra Iran e Israele. Dalla diffidenza creata dal «disastro della vicenda Irachena» che, ricorda Ugo Intini, «ha lasciato una traccia catastrofica in tutti i rapporti con l’Occidente, inducendo molti a pensare che si rischia di essere attaccati non quando si ha una bomba atomica, ma quando non la si ha», fino all’indignazione provocata dagli omicidi degli scienziati nucleari iraniani di cui primi sospettati sono Israele e gli Usa. Ma, anche, la repressione del dissenso interno sotto Ahmadinejad che, pure, ha preoccupato le forze democratiche di tutto il mondo. «Ci sono dei problemi, naturalmente, e non nascondiamo neanche una virgola» dice il presidente dell’associazione Italia-Iran, «e non dobbiamo dimenticare che una parte del problema nasce dal fatto che l’Iran ha gestito e ha governato la sua politica interna cercando e alimentando la retorica del nemico fuori dai confini. Nonostante questo, bisognerebbe andare a Teheran per capire quanto quella iraniana sia una società aperta, basti vedere il ruolo delle donne in Parlamento. Noi li guardiamo ancora attraverso la lente degli stereotipi, e questo non aiuta». Dal punto di vista della libertà politiche Intini fa notare che «ci sono naturalmente dei forti limiti costituiti dal fatto che esiste una supervisione da parte del Consiglio religioso sulle decisioni politiche che non permette bene di capire quali siano i veri confini dell’azione dei governi e dei parlamenti». «Però io ho sempre sostenuto una teoria di buonsenso», continua, «e sono appoggio l’idea che la trattativa rafforzi le parti dialoganti ed eviti la chiusura. Certamente anche l’embargo indiscriminato aiuta, in qualche modo, le parti meno dialoganti del sistema perché porta al rafforzamento del nazionalismo, dell’isolazionismo e del mito dell’autosufficienza».

Luci e ombre, dunque. Ma, allora, qual è la grande scommessa per il futuro? Sicuramente il presiedente Rouhani dovrà riuscire dove Khatami si arenò. Ovvero nella capacità di modificare il sistema economico del Paese, rinnovando la gestione e il controllo delle risorse, non solo petrolifere, ma più in generale, commerciali, bancarie e imprenditoriali oggi troppo concentrate nelle mani dell’entourage rivoluzionario, inefficiente e spesso corrotto. Apertura, dunque, e riscoperta di quel grande ruolo di potenza regionale e snodo strategico che appartengono alla Persia, passaggio centrale della Via della Seta. Per far questo la strada del dialogo e della cooperazione e’ l’unica percorribile. «Io penso che questa sia la vera scommessa», afferma Rosato, «se l’Occidente riesce a risolvere le questioni che hanno a che fare con l’arricchimento uranio e l’eventuale produzione di ordigni atomici, si apre un fronte di collaborazione economica e culturale che diventa volano economico e sociale. Un aiuto non solo per l’Iran, ma un contributo alla stabilizzazione politica di tutta l’area. Non dobbiamo dimenticare che l’Iran è il più grande paese della regione, che confina con situazioni incandescenti sotto vari profili e ha tutta la potenzialità per giocare un ruolo centrale, come elemento di stabilizzazione di tutta l’area». Il presidente Rohuani sembra saperlo bene.

Roberto Capocelli 

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