martedì, 1 Dicembre, 2020

Colin Crouch, la Postdemocrazia è un’altra faccia del Neoliberismo

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Colin Crouch, in “Combattere la postdemocrazia” torna su un tema che aveva già trattato nel 2003; allora, in “Postdemocrazia”, evidenziava come in gran parte del mondo occidentale si stesse consolidando una situazione in cui la democrazia veniva ridotta all’”ombra di sé stessa”, poiché le istituzioni democratiche, pur sopravvivendo, stavano perdendo “vivacità e forza”, mentre i partiti ed i governi, più che offrire risposte alle istanze dei cittadini, “si concentravano sulla manipolazione dei problemi e dell’opinione pubblica”. Ciò determinava – sosteneva Crouch – che la forza propulsiva del sistema politico provenisse ormai “da una ristretta élite di politici e ricchi industriali” e, di conseguenza, la politica si orientasse “sempre più sui desideri di questi ultimi”.
Si trattava di una situazione – secondo Crouch – non riconducibile alla responsabilità delle élite dominanti, ma dipendente da due fattori, entrambi estranei alla capacità dell’uomo di controllarli; il primo, la globalizzazione, che “aveva trasferito le grandi decisioni economiche in un ambito del tutto irraggiungibile per lo Stato-nazione”, il livello in corrispondenza del quale si era affermata e sviluppata la democrazia; il secondo fattore, era la progressiva perdita di identità dei diversi gruppi sociali. Per effetto di questi due fattori, la “distanza tra il mondo della politica e la vita normale aumentava”, per cui i cittadini stavano diventando degli attori “simili a marionette costrette a ballare alla musica dei manipolatori dell’opinione pubblica”. Nel 2003, Crouch non era arrivato – come lui stesso afferma – a sostenere che ci si trovasse in una situazione di postdemocrazia, ma che si era comunque “sulla strada” che inevitabilmente ad essa portava.
Nel sostenere l’inevitabilità di questo sbocco delle istituzioni democratiche, Crouch ammette ora di aver commesso alcuni errori di valutazione, i principali dei quali sono consistiti, innanzitutto nell’essere stato influenzato dal “autocompiacimento con cui all’epoca si tendeva, in molte parti del mondo, a dare per scontata la democrazia; in secondo luogo, per non aver considerato ciò che è emerso in tempi successivi, ovvero “che l’azione lobbistica a difesa del capitalismo globale” avrebbe prodotto un’economia deregolamentata, tale da sacrificare i prevalenti interessi collettivi; in terzo luogo, per aver “salutato Internet come strumento che avrebbe potuto consentire a gruppi della società civile di organizzare e allargare il dibattito [politico], creando così un utile contrappeso alle grandi imprese ed ai media”, mentre, in realtà, esso (Internet), non solo ha concorso ad amplificare “ulteriormente il potenziale ruolo politico del potere e della ricchezza capitalistici”, ma ha anche “facilitato la propagazione di gigantesche ondate d’istigazione all’odio, dando spesso origine all’ascesa di movimenti xenofobi di estrema destra.
L’insieme degli sviluppi avutisi nelle società democratiche ad economia di mercato, successivamente al 2003, hanno spinto Couch a “riesaminare, aggiornare e modificare” l’analisi che egli aveva svolto in “Postdemocrazia”, senza considerare che il prefisso “post” evocava l’”idea di una società che sapeva “che cosa era” e che cosa non era più, senza sapere dove stava andando.
L’incertezza del futuro della democrazia originava dalla globalizzazione e dall’ideologia economico-politica, il neoliberismo, che era valsa a promuoverla ed a giustificarla. La globalizzazione aveva sicuramente indebolito la democrazia, in quanto aveva ridotto la possibilità dell’intervento regolativo dei governi democratici nazionali, mentre il neoliberismo aveva fatto della debolezza dello Stato-nazione una virtù, sostenendo che, quanto più i governi democratici si indebolivano e le imprese si affrancavano dal oro potere, tanto più le società civili potevano avvantaggiarsi. Quali sono state le argomentazioni con cui l’ideologia neoliberista ha determinato la perdita d’importanza della democrazia politica?
Il termine neoliberismo è riconducibile a quello di liberismo, consistente nella riproposizione ideologica sul piano economico del liberalismo, una coerente filosofia politico-sociale, sulla cui base, a partire dal tardo XVIII secolo, era nata la democrazia dello Stato di diritto. L’idea che la struttura della società fosse il risultato di un processo interattivo, implicante il coinvolgimento di tutti i componenti del sistema sociale, era il principio portante delle filosofia liberale; ques’ultima negava l’esistenza di valori morali esterni in grado di influenzare il funzionamento della struttura sociale. Inoltre, la filosofia liberale, pur assumendo l’uguaglianza formale di tutti i componenti della società, accettava l’ineguale distribuzione delle capacità personali. Essa, perciò, assumeva come un dato naturale la disuguaglianza economica tra gli uomini, sebbene con il passaggio dallo Stato liberale di diritto allo Stato sociale di diritto la disuguaglianza sia stata progressivamente contenuta dall’intervento pubblico
Il mercato, inteso nel senso del liberismo originario, trovava la sua forza nella concorrenza; questa era supposta intrinseca al mercato, senza che fosse necessaria una qualche azione consapevole da parte degli attori che in esso operavano. In generale, nel libero mercato, secondo l’ideologia liberista, agivano milioni di attori che subivano la pressione della sua forza complessiva. Se la forza del mercato era la prima dimensione del credo liberista, la seconda era l’idea che gli operatori economici costituissero un gruppo sociale necessario. Secondo il liberismo, i processi interattivi determinavano l’ottimizzazione del risultato perseguito dagli attori economici, a condizione che le transazioni economiche si svolgessero in modo tale da massimizzarne l’effetto rispetto ad ogni altra possibile alternativa. I liberisti consideravano il mercato una istituzione tanto più valida, quanto più essa fosse stata estesa e tale da coinvolgere tutta la società; inoltre, essi rifiutavano l’assunto dell’autarchia del mercato, e criticavano l’esistenza di qualsiasi tipo di “barriera”, considerata d’ostacolo al libero movimento di beni e capitali
I liberisti assumevano che importanti aspetti della società fossero determinati dal mercato, come ad esempio quelli concernenti la distribuzione del reddito e della ricchezza. Pertanto, i liberisti respingevano qualsiasi interferenza esogena riguardo al funzionamento del mercato (sebbene, già a partire dal XIX secolo, lo Stato fosse giunto ad acquisire sufficiente potere, per intervenire al fine di orientare il mercato in conformità al raggiungimento di particolari obiettivi).
I liberisti, infine, erano antiutopistici, nel senso che si opponevano a qualsiasi tentativo di pianificare l’attività economica in funzione di un qualche fine esogeno al mercato; l’imprenditorialità era per loro l’elemento centrale della società, esprimendo la funzione di rispondere agli stimoli del mercato. Poiché senza gli imprenditori, il mercato non poteva esistere, né funzionare, ad essi andava riconosciuto uno stato sociale privilegiato, riservando loro il controllo dell’economia; questo assunto, tuttavia, anche se non esplicitamente dichiarato, implicava che l’economia fosse governata da gruppi professionali o da un qualche gruppo privilegiato di individui.
L’insieme degli assunti dei liberisti, se istituzionalizzati all’interno di un regime politico democratico, quale quello preconizzato dalla filosofia politico-sociale del liberalismo, garantirebbe automaticamente una crescita economica socialmente inclusiva, quindi un ordine sociale in presenza del quale il mercato funzionerebbe al meglio della sue possibilità. I neoliberisti, al contrario dei liberisti, negano il regime politico democratico, considerato un ostacolo alla crescita a al corretto funzionamento del mercato.
Per l’ideologia neoliberista, affermatasi con l’allagarsi del processo di integrazione internazionale delle economie nazionali (globalizzazione), la democrazia risulta appropriata solo ad una comunità vivente in un’”isola di prosperità”, dove le decisioni che in essa vengono prese non possono, per definizione, originare disuguaglianze. Questa possibilità, per i neoliberisti, corrispondono solo ad un ideale teorico, proprio delle democrazie occidentali. All’interno di queste accade invece che milioni di cittadini possono patire, per ragioni diverse, gli esiti negativi di tanti evitabili disagi.
L’opinione pubblica, secondo i neoliberisti, non condivide il trasferimento di risorse, a spese dei gruppi più ricchi, ai gruppi più disagiati; la stessa cosa accade nelle relazioni tra Paesi diversi. A livello globale, quindi, secondo i neoliberisti, l’eccesso di disagi esistenziali che si verificano presso i gruppi sociali o i Paesi più poveri, rappresenta un dato strutturale ineliminabile dei regimi democratici.
Questi ultimi, perciò, sono votati a sicuro fallimento quando tentato di eliminare le ineguaglianze sociali. Per molti neoliberisti è inevitabile che tutte le società democratiche siano afflitte da ineguaglianze sociali, dovute a differenze di reddito, di ricchezza e di status sociale; queste differenze persistono e non esiste alcuna possibilità che nelle democrazie possano essere rimosse. Anzi, in presenza di regimi democratici, le ineguaglianze, anziché essere rimosse, tendono ad aumentare ed è da ritenersi un fatto naturale che nei Paesi retti da regimi democratici i redditi più bassi non crescano, mentre tutti i benefici della crescita vadano a vantaggio dei gruppi dotati dei livelli più alti di reddito.
Nel migliore dei casi, perciò, secondo i neoliberisti, la democrazia altro non è che uno dei tanti sistemi di governo possibili; ma, nei Paesi retti da regimi democratici, essi affermano, la regola democratica ha acquistato uno “status sacrale” che non può essere oggetto di discussione, sebbene il regime democratico, soffra, oltre che degli specifici limiti già indicati sul piano distributivo, anche di altri gravi limiti sul piano strettamente sociale, il più preoccupante dei quali è il suo conservatorismo, che limita strutturalmente l’innovazione e condiziona in modo eccessivo il mercato a danno di tutti.
Per effetto del prevalere dei valori dell’ideologia del neoliberismo – conclude Crouch – è accaduto che in tutto il mondo sviluppato la democrazia abbia finito col versare in condizioni peggiori di quelle in cui, all’inizio del secolo egli aveva scritto “Postdemocrazia”. Per evitare che la politica continui ad essere controllata da miliardari nel loro esclusivo interesse e che i governi continuino a manipolare i social-media, per fomentare l’odio e distogliere l’attenzione dalle attività di un capitalismo senza regole, occorre che l’opinione pubblica si mobiliti per combattere la postdemocrazia; è, questa, la sola condizione perché la democrazia politica risorga, per porre rimedio agli esiti fallimentari che l’affermazione dei valori dell’ideologia neoliberista è valsa a causare.

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