domenica, 23 Febbraio, 2020

Commercianti, estensione indennizzo per cessata attività. Buoni pasto, rischio stop esercenti

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Commercianti
ESTENSIONE APPLICAZIONE INDENNIZZO PER CESSATA ATTIVITA’

La legge 2 novembre 2019, n. 128, recante “Disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali”, ha esteso l’ambito di applicazione delle disposizioni sull’indennizzo per cessazione attività commerciale.
Con la circolare Inps del 13 gennaio 2020, n. 4, l’Istituto ha comunicato che possono presentare domanda di indennizzo anche i commercianti che abbiano cessato definitivamente la propria attività dal 1° gennaio 2017 purché, al momento della presentazione della richiesta, siano in possesso dei necessari requisiti prescritti.
La circolare fornisce, inoltre, anche le indicazioni per il riesame delle istanze di indennizzo non accolte con l’unica motivazione di aver cessato l’attività in data antecedente il 1° gennaio 2019.
Relativamente a requisiti, condizioni di accesso, modalità di presentazione della domanda, importo del trattamento e incompatibilità, restano ferme le istruzioni già impartite in precedenza.
Ricordiamo che l’indennizzo per la cessazione definitiva dell’attività commerciale è una prestazione economica concessa a soggetti che svolgono una determinata attività autonoma e che cessano di lavorare senza aver ancora soddisfatto le condizioni prescritte per ottenere la pensione di vecchiaia.
Questo indennizzo, introdotto in via temporanea dal decreto legislativo 28 marzo 1996, n. 207, è divenuto una misura stabile dal 1° gennaio 2019, per effetto della legge di bilancio 2019. L’indennizzo è finanziato con l’aliquota del contributo aggiuntivo dello 0,09% ed è concesso nei limiti delle risorse del Fondo istituito nell’ambito della Gestione dei contributi e delle prestazioni previdenziali degli esercenti attività commerciali.
Sono destinatari di tale prestazione esclusivamente gli iscritti alla Gestione commercianti che esercitano determinate attività: attività commerciale al minuto in sede fissa, anche abbinata ad attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, in qualità di titolari o coadiutori; attività commerciale su aree pubbliche, anche in forma itinerante, in qualità di titolari o coadiutori.
Per effetto delle norme vigenti, tra i beneficiari rientrano anche: gli esercenti attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, in qualità di titolari o coadiutori; gli agenti e rappresentanti di commercio.
L’indennizzo spetta dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda se, a quella data, risultano perfezionati tutti i requisiti richiesti e il soggetto non svolge alcuna attività lavorativa. Viene erogato fino a tutto il mese di compimento dell’età per la pensione di vecchiaia vigente nella Gestione commercianti. Il periodo di godimento dell’indennizzo è utile, nell’ambito della Gestione commercianti, ai fini del solo diritto a pensione, non per la misura.
L’importo dell’indennizzo è pari al trattamento minimo di pensione previsto per gli iscritti alla Gestione speciale commercianti. Per il 2020 questo valore è di 515,07 euro. La corresponsione del trattamento viene effettuata con le stesse modalità e cadenze prefigurate per le prestazioni pensionistiche agli esercenti attività commerciali. L’indennizzo è assoggettato a tassazione con le stesse modalità stabilite per la generalità dei trattamenti pensionistici, non è previsto il pagamento di interessi legali, né la rivalutazione monetaria, né l’applicazione di trattenute sindacali e/o l’erogazione di trattamenti di famiglia.
L’indennizzo compete ai soggetti che: dal 1° gennaio 2019 abbiano cessato definitivamente l’attività commerciale, riconsegnando al Comune la licenza/autorizzazione (ove la stessa fosse stata richiesta per l’avvio dell’attività) e richiedendo la cancellazione dal registro di appartenenza presso la Camera di Commercio o dal Repertorio economico e amministrativo (Rea);
all’atto della domanda di indennizzo abbiano compiuto almeno 62 anni, se uomini, oppure almeno 57 anni, se donne;
al momento della cessazione dell’attività per la quale è richiesto l’indennizzo risultino iscritti da almeno cinque anni nella Gestione speciale commercianti.
La concessione dell’indennizzo è incompatibile con la pensione di vecchiaia ma non è contrastante con gli altri trattamenti pensionistici diretti.
La percezione dell’indennizzo non è inoltre conciliabile con lo svolgimento di qualsiasi attività di lavoro sia dipendente sia autonomo. Pertanto, se il soggetto riprende una qualsiasi attività lavorativa subordinata o autonoma, è tenuto a comunicarlo all’Inps entro 30 giorni; l’indennizzo cessa dal primo giorno del mese successivo alla ripresa dell’attività.
La domanda per ottenere l’indennizzo può essere inoltrata online all’Inps attraverso il servizio dedicato, denominato “Domanda di indennizzo commercianti”. In alternativa si può fare richiesta tramite: Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile; o presso gli enti di patronato e gli intermediari dell’Istituto avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi.

Consulenti lavoro: sempre meno ore lavorate
ALLARME PENSIONI FUTURE

Dal 2008 al 2018 il Paese ha perso oltre 2 miliardi di ore lavorate con conseguenze sulle retribuzioni. Dinamiche che avranno forti impatti sugli importi delle pensioni future. A maggior ragione dal 2036 con il sistema interamente contributivo. È quanto emerge dal documento ‘Verso la riforma previdenziale. Alcuni elementi di riflessione’ realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, e che analizza lo scenario demografico-lavorativo del Paese.
Secondo i consulenti del lavoro, sebbene tra il 2008 e 2018 l’occupazione sia aumentata di 125mila unità, con una variazione positiva dello 0,5%, nello stesso periodo si sono perse oltre 2 miliardi di ore lavorate che, calcolate per ciascun occupato, portano il volume annuo medio in capo ad ogni lavoratore dalle 1.806 ore del 2008 alle 1.722 del 2018 (-4,6%). Una decrescita generalizzata per il nostro Paese destinata ad incidere sugli importi degli assegni pensionistici futuri degli italiani, sempre più determinati su quanti contributi previdenziali realmente versati. Non solo.
Tale scenario, fra le altre cose, deve fare i conti, rimarcano i consulenti del lavoro, con il calo demografico destinato, anche questo, ad influenzare sugli equilibri pensionistici di medio periodo. Secondo l’Ocse, infatti, entro il 2050 in Italia il numero dei pensionati potrebbe superare quello dei lavoratori.
E il documento della Fondazione studi dei consulenti del lavoro evidenzia le principali criticità del mercato del lavoro italiano e le azioni da mettere in campo per sostenere la crescita, indispensabile anche per la sostenibilità del sistema previdenziale. Particolarmente allarmante risulta il divario tra tendenze nazionali e internazionali per quanto attiene il lavoro giovanile dove l’Italia mostra un livello di occupazione dimezzato in confronto a quello dei giovani europei, dove la media di occupati sul totale della popolazione giovanile è del 35,3%. A pesare poi è la strutturale presenza di lavoro irregolare che ‘sottrae’ annualmente alla platea dei contribuenti il 15,5% dei lavoratori (dato al 2017). Un danno duplice: per il sistema, che potrebbe migliorare performance in termini di sostenibilità, e per gli stessi lavoratori, il cui futuro risulta più a rischio di quello del sistema previdenziale. Nel corso del decennio preso in esame, la stagnazione economica che ha caratterizzato l’Italia, dove il Pil non è ancora riuscito a recuperare i livelli precrisi, ha condizionato anche la dinamica della produttività e della disponibilità di reddito.
È evidente che questi aspetti già stanno avendo un effetto estremamente rilevante sui lavoratori-contribuenti di oggi, la cui pensione sarà calcolata in misura preponderante o esclusiva (a partire dal 2036) con il sistema contributivo, ponendo un forte interrogativo sull’adeguatezza del futuro assegno pensionistico che saranno in grado di garantirsi con i loro “accantonamenti”.
“È quanto mai necessario, soprattutto fra le nuove generazioni, sensibilizzare i lavoratori italiani ad una adeguata gestione del Tfr e, più in generale, all’investimento in previdenza complementare per garantirsi un reddito adeguato nella vecchiaia”, ha ribadito la presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone.
“Si tratta – ha continuato – di una sfida in più per un sistema che dovrà nei prossimi anni necessariamente attivare tutta quella rete di infrastrutture e di servizi – banche dati, formazione, accompagnamento al lavoro, consulenza – necessaria a supportare l’occupabilità dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita attiva e a coprire, con apposita e nuova strumentazione, i rischi derivanti dalle interruzioni dei percorsi lavorativi che saranno, presumibilmente, molto più frequenti e diffusi”.

Sono 3 milioni i dipendenti interessati
BUONI PASTO: RISCHIO STOP ESERCENTI

“Il sistema dei buoni pasto è al collasso e se non ci sarà un’inversione di rotta immediata, quasi tre milioni di dipendenti pubblici e privati potrebbero vedersi negata la possibilità di pagare il pranzo o la spesa con i ticket”. E’ l’allarme lanciato dalle associazioni di categoria Fipe Confcommercio, Federdistribuzione, Ancc Coop, Confesercenti, Fida e Ancd Conad. “Siamo arrivati ad un punto limite di sopportazione”, affermano in una conferenza per cui “siamo pronti a smettere di prendere i buoni pasto” senza una riforma.
L’attuale sistema, denunciano gli esercenti, genera “una tassa occulta del 30% sul valore di ogni buono pasto a carico degli esercenti” per cui “tra commissioni alle società emettitrici e oneri finanziari, i bar, i ristoranti, i supermercati e i centri commerciali perdono 3mila euro ogni 10mila euro di buoni pasto incassati che accettano”.

Carlo Pareto

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