lunedì, 28 Settembre, 2020

Compagni di viaggio. Cicchitto: “Si apre un fronte per i socialisti”

0

Né con Corbyn né col Pd

A giudizio di Fabrizio Cicchitto si apre uno spazio per una nuova forza socialista

 

Fabrizio Cicchitto è stato uno dei leader del Psi craxiano e per molti anni, assieme a Claudio Signorile, ha capeggiato la corrente lombardiana. Il suo strappo politico e la sua adesione a Forza Italia è stata originata, mi confida, “da un bisogno di vendetta” dopo il colpo di stato del 1992-1994, orchestrato dai magistrati con l’appoggio della sinistra post comunista. “Al centro-destra noi socialisti abbiamo saputo aggiungere solo il garantismo, alla sinistra poco o niente”. La rottura con Berlusconi risale all’inizio della passata legislatura quando il cavaliere decise di togliere l’appoggio al governo Letta e Cicchitto con Alfano formarono un nuovo raggruppamento politico. Poi, dopo il 2018, Cicchitto, fuori dal Parlamento, ha fondato un’associazione, “Riformismo e libertà” contestando apertamente il salvinismo e riprendendo il dialogo con i socialisti, dei quali, al di là delle scelte di ognuno, non ha mai cessato di sentirsi parte, partecipando agli ultimi tre congressi del Psi, alla festa nazionale di Caserta e a diversi convegni. Così nasce questa intervista, che in realtà è una discussione a due voci, tra amici e, per molti anni, compagni di viaggio.

 

Del Bue. Recentemente su Il Riformista, tu Fabrizio, hai ipotizzato la nascita di un Partito socialista del terzo tipo. Ma quali sono gli altri due?

Cicchitto. Quello di Corbyn, da un lato, paleo marxista, per taluni versi anche antisemita, in una fase anti europeo, un modello che peraltro i britannici hanno sonoramente bocciato. Dall’altro lato quello del Pd, formalmente socialista in Europa, ma non in Italia. Un partito che per non fare la sua Bad Godesberg ha venduto l’anima al diavolo. Prima ai magistrati per aiutarli a risolvere l’eresia socialista, poi ai poteri forti, attraverso le privatizzazioni che hanno consentito la svendita del patrimonio pubblico ai soliti noti. Il Pd che non ha fatto i conti coi pericoli e i guasti prodotti dalla globalizzazione e da un’unità europea solo monetaria é diventato così agli occhi degli italiani un partito dell’establishment, quasi una sorta di nuova Dc. Basta osservare il voto nella mia città, Roma. In centro erano quasi tutti democristiani e nelle borgate tutti comunisti. Oggi nel centro storico, quartiere dell’alta borghesia, votano Pd e nelle Borgate Lega e Fratelli d’Italia. Un po’ come gli operai del Nord che restano iscritti alla Fiom e poi premiano Salvini.

 

Del Bue Ma questo partito socialista, a tuo giudizio, dovrebbe dunque collocarsi alla sinistra del Pd?

Cicchitto. Dovrebbe aprirsi uno spazio, riformista e identitario che il Pd non riesce a colmare. Personalmente mi ritengo ormai un riformista minimalista, ma certe battaglie contro l’Europa dei vincoli e dei patti di stabilità si dovevano fare prima che il virus le vincesse. Apprezzo i tentativi di Renzi e di Calenda che contengono elementi di riformismo degni di nota, ma sono troppo segnati da personalismi.

 

Del Bue. D’altronde l’evoluzione della sinistra italiana post 1989 contiene in sé tutte le anomalie che hanno portato alla formazione dell’unico partito democratico d’Europa.

Cicchitto. In questo percorso assolutamente originale ci stanno anche errori del vecchio Psi, un po’ troppo addormentato di fronte ai grandi rivolgimenti europei segnati dalla fine del comunismo. Craxi aveva una capacità unica di individuare i problemi e una velocità insolita di prospettare soluzioni. Dopo il 1990 non fu così. Doveva scegliere il voto nel 1991, come io stesso gli avevo consigliato. Poi ci mise del suo con l’elezione di Scalfaro e con il via libera all’adesione del Pds all’internazionale socialista.

 

Del Bue Resta il fatto che il Pds di Occhetto l’unità con Craxi non la voleva proprio. Ricordo dopo la relazione di Craxi in direzione nell’aprile del 1992, quella in cui il Psi proponeva al Pds un programma comune e una politica comune, quel “desolante” pronunciato da Occhetto che chiuse la porta.

Cicchitto. E’ cosi. E non dimentico, a proposito dei benefici politici portati al Pds dall’azione dei magistrati, quell’immagine evocata da D’Alema a proposito del suo partito chiuso in una valle con una sola strettoia dove stava Craxi ad aspettarli con la sua unità socialista. D’Alema disse che Tangentopoli aprì quel varco e loro passarono.

 

Del Bue. Ma veniamo ad oggi. Mattarella auspica un governo del dopovirus più o meno simile a quella ciellenistico del 1945, sostenendo che allora anche partiti di opposta impostazione politica seppero allearsi per il bene del Paese. In molti alludono a un governo Draghi…

Cicchitto. Lo troverei giusto. Ma ne vedo tutte le difficoltà. Penso ai Cinque stelle, non mi si parli di costola della sinistra perché in realtà essi rappresentano un fermento di autoritarismo e di giustizialismo conditi con l’incultura. Abbandonerebbero Conte per imbarcare Draghi? E la Meloni che continua a parlare di inciucio ogni volta che si ipotizza un governo di unità popolare? E i salvinisti oltranzisti della Lega che hanno sempre considerato Draghi il nemico numero uno?

 

Del Bue. Certo le difficoltà ci sono tutte. Eppure non credo che questo governo, con questa opposizione, sia in grado di affrontare le emergenze che il dopo virus ci lascerà in eredità.

Cicchitto. Ne sono convinto anch’io. Forse manca un demiurgo per rispolverare quella vecchia formula. Manca un Moro, un De Gasperi. Potrebbe essere lo stesso Mattarella che però non è Napolitano…

 

Del Bue. Cosa resterà delle nostre certezze, cosa resterà dell’orientamento dei popoli europei e di quello italiano in particolare dopo questa bufera?

Cicchitto. Questa è una vera incognita. Il modello cinese mi pare naufragato visto che per la seconda volta un virus che determina una pandemia mondiale nasce da un pezzo putrido di quella società. Come non rendersi conto della profezia di Bill Gate quando scrisse mesi orsono che “mentre noi stiamo smantellando il sistema sanitario, saremo vittima di un virus”. L’Europa deve cambiare marcia. Non basta il superamento dei vincoli e del patto di stabilità. Il virus di fatto ha azzerato l’Europa monetaria, ci resta solo l’euro, mentre i trattati vengono deposti in soffitta. L’Europa potrà rinascere solo come continente politico. Ma dipenderà dagli stati membri. Se una frontiera nuova si potrà aprire è in fondo perché il virus, che non conosce confini, dilagando ovunque ha unito davvero l’Europa.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

Leave A Reply