lunedì, 26 Ottobre, 2020

Comunismo e nazifascismo: due dittature

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A Strasburgo é stata recentemente approvata una mozione in cui si equiparano comunismo e nazifascismo. Di più, si invita a rimuovere i simboli dell’uno e dell’altro dalle nostre città. Hanno votato a favore anche tutti i deputati europei del Pd. Si tratta di un fatto di portata storica. Dunque questo partito non solo ha rotto qualsiasi legame con la tradizione comunista, ma la paragona al nazi fascismo e invita tutti i comuni a non celebrare con monumenti e richiami vari l’uno e l’altro.

La mia valutazione personale é che la spietatezza di Hitler e di Stalin non é stata diversa e nemmeno il modo repressivo e sanguinario con cui hanno governato i loro paesi. Si può disquisire su Lenin e staccarlo da Stalin? In parte sì, ma già in Lenin la forma del partito-stato era totalitaria. E le persecuzioni dei dissidenti, pur in presenza di una guerra all’interno, é stata puntuale e generalizzata. Da quel che si comprende nella mozione il paragone é circoscritto alla stessa epoca e prende in esame il regime nazista in particolare e quello comunista sovietico. Non si paragonano le due ideologie, anzi non si disquisisce sull’ideologia comunista, visto che quella nazista, come quella fascista, é praticamente inesistente. E quando si parla di comunismo ovvio che bisogna ricordare che un conto sono stati i comunismi utopistici di inizio ottocento, un conto il comunismo previsto da Marx alla fine dello sviluppo socialista e poi i vari comunismi che si sono agitati nel primo novecento tra utopia, militanza e tradimento, e altro conto il comunismo reale, quello costruito in Urss con la rivoluzione, in Cina con quella di Mao, a Cuba con Fidel Castro.

Questi ultimi, nella loro opportuna distinzione, hanno un tratto in comune. E anche un’ideologia sulla quale poggiano. Il tratto in comune é la dittatura, più o meno spietata, più o meno sanguinaria. L’ideologia é il socialismo scientifico (non l’ultimo Hengels però) coniugato col leninismo. Se Marx non avesse teorizzato la dittatura, sia pur transitoria, del proletariato, Lenin non l’avrebbe trasformata, nel paese al quale Marx non pensava, e cioè in una Russia contadina e non industriale, in dittatura del partito. E senza Lenin, la cui tendenza violenta e repressiva si evince non solo dallo sterminio dell’intera famiglia zarista compresi gli adolescenti, ma dalla sommossa libertaria di Kronstand del 1921 cogli insorti tutti ammazzati, Stalin non avrebbe potuto diventare quel che fu.

Un filo di continuità esiste tra un’ideologia che proclama una dittatura (Prampolini contestò la stessa teoria della dittatura del proletariato asserendo che non si trattava di strumento impersonale ma semplicemente di una tirannia esercitata da uomini e donne), una rivoluzione che scatta con la forza per sovvertire un governo democratico (quello di Kerensky), e instaura un regime a partito unico, e un successivo dittatore che stermina milioni di persone. Un filo di continuità politico non significa una equiparazione etica e di comportamento. Trostky venne ammazzato nel 1940 da un sicario di Stalin, ma non era certo stato un moderato e un libertario, un contestatore, se non sul tema della rivoluzione in un solo paese, della dittatura sovietica.

Storici di sinistra, e oggi ancora l’Anpi, esaltano il comportamento dell’Urss di Stalin di fronte all’invasione nazista iniziata nel giugno del 1941. Vero, verissimo, che l’eroico comportamento dei russi, assieme alla discesa in campo, nel dicembre dello stesso anno, degli Usa dopo Perl Arbor, ebbe il merito di capovolgere il corso della guerra. Ma fu Hitler a dichiarare guerra a Stalin e non il contrario. Anzi Stalin nel 1939 col patto Ribbentrop-Molotov, che stabiliva la divisione della Polonia tra le due potenze e l’assorbimento delle repubbliche baltiche nello stato sovietico, la guerra ha di fatto contribuito a promuoverla. Voglio dire che se non fosse scattata l’Operazione Barbarossa Stalin non avrebbe mai combattuto il nazismo.

Ciò é peraltro suffragato dalle decisioni dei partiti comunisti europei tra il 1939 e il 1941 che decisero l’assurda, questa sì, equiparazione tra democrazie liberali e nazifascismi, riprendendo la vecchia formula degli anni venti secondo la quale i socialisti democratici erano solo l’ala sinistra della fascistizzazione. Da ricordare che per questo i comunisti in quel biennio vennero messi fuori legge dai paesi che combattevano il nazismo e il fascismo come la Francia. Cioè i comunisti vennero proprio perseguitati dagli antifascisti perché in connubio coi nazisti. In Italia solo Umberto Terracini, non certo Togliatti, si oppose dalle galere a quello sciagurato patto. Questa vecchia equiparazione, che peraltro contrastava con il comportamento di molti comunisti in esilio o in galera, sarà poi ripresa dagli estremisti e dai terroristi degli anni settanta, secondo i quali la differenza tra democrazia e dittatura era solo formale.

La decisione del Parlamento europeo non mi stupisce e la condivido nelle linee generali. Resta il fatto che anch’essa esalta la confusione identitaria del Pd. Mentre questo avveniva, a Cavriago (provincia di Reggio Emilia) il sindaco del Pd annunciava una celebrazione del 150esimo anniversario della nascita di Lenin, proprio per sottolineare l’attualità del famoso busto che nell’omonima piazza del paese continua a persistere, in una provincia e in una regione in cui le vie e le piazze sono intestate prevalentemente a quella storia. Da oggi cambieranno tutto? Non credo. Personalmente anzi non mi hanno mai convinto l’abbattimento dei busti (nemmeno di quelli fascisti), il cambio del nome delle vie e delle piazze, il cestinamento dei ritratti. Forse questa é l’unica cosa che non mi convince di quella mozione. Lo dico per gli uni e per gli altri: non é giusto negare la storia. E’ giusto conoscerla e saperla interpretare. Invidio quei paesi che non hanno paura di ricordare il loro passato.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Mi riconosco nelle parole che vanno a concludere questo Editoriale, ossia “ non è giusto negare la storia. E’ giusto conoscerla e saperla interpretare. Invidio quei paesi che non hanno paura di ricordare il loro passato”, come scrive il Direttore

    Mi sembra peraltro che un tale concetto rientri in una concezione dai tratti liberal riformisti, abbastanza distante dalla mentalità di una certa sinistra che in questi anni avrebbe voluto “oscurare” o “silenziare” un pezzo della nostra storia.

    Paolo B. 25.09.2019

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