lunedì, 18 Novembre, 2019

Con Italia viva muore la sinistra o la sua storia mistica?

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La nascita di Italia viva, il nuovo cimelio della sinistra, ha indotto uno storico come Guido Melis (uno dei nostri migliori studiosi dell’amministrazione pubblica) ad una riflessione sul significato di questa nuova frantumazione della sinistra. Sembra doversi, o potersi,parlare di un destino di sconfitte.
Il bilancio fallimentare è di tale portata da indurlo a parlare di una generazione (la sua e anche la mia) che lascerebbe ai propri figli un’eredità negativa.
Melis è stato, dopo l’avventura nei gruppi marxisti-leninisti, un intellettuale e un parlamentare del Pd. Prevalente è in lui la cultura liberal-democratica e direi liberal-socialista.

Capisco la sua mestizia, ma non posso tacere due osservazioni.La prima riguarda la vicenda che ha determinato questa amara riflessione critica, cioè la decisione di Matteo Renzi di darsi un’organizzazione politica propria.
Personalmente non vedo nulla di cui possa stupirmi. Sono stato un elettore di Renzi a segretario nella prima kermesse col buon Pierluigi Bersani. Ma quando ha redatto la lista delle candidature per le elezioni politiche del 2018, ho capito che Renzi non aveva nessun interesse sistemico alla crescita del Pd.
Per quel che vale, ricordo che scrissi un articolo, sul quotidiano on line Il Sussidiario, denunciando che si trattava di un’operazione cinica e spregiudicata per distruggere il Pd e stabilire come unica rotta l’interesse personale di Renzi al dominio, all’auto-sovranismo.

Con l’attuale iniziativa punta a creare una forza politica di centro, in grado di essere un approdo sia per i membri rimasti senza mance del Pd sia per i sopravvissuti ai relitti del berlusconismo. La stella polare ha un “maestro e donno” che è Renzi e la sua consolidata (ma decrescente) equipe tribunizia.
Essendo la maggioranza pidiessina del governo Conte assai risicata e soggetta al condizionamento di un altro Ghino di Tacco come i Cinque Stelle di Di Maio, il soggetto politico creato da Renzi può essere il vero ago della bilancia.

E’ facile anticipare i suoi comportamenti.Chiederà la divisione per tre (Cinque Stelle, Pd e Italia viva) per quanto concerne la destinazione di una parte dei 400 incarichi di governo e le migliaia di sottogoverno (comunale e regionale). Sarà in prima linea nell’esigere la modifica o il varo di nuove leggi per soddisfare le brame dei suoi soci. Ha a disposizione la potenza enorme del potere di veto, cioè di ricatto, sull’Esecutivo.

Il Conte2 non ha nulla dei caratteri di svolta e di autorevolezza preannunciato da segretario Zingaretti. Dalle nomine dei ministri e dei sottosegretari risulta vividamente che è semplicemente una sorta di compagnia di giro di cacicchi, capi-bastone, micro correnti e anfratti elettorali. Tutti vivono sul puro e semplice scambio politico o,come nel caso di Gianni Cuperlo, si alimentano di bellissime prediche postume e desuete sui sentimenti che furono della vecchia tradizione di sinistra (socialista e comunista).
Se dobbiamo fare un bilancio di quel che è vivo e di quel che è morto della nostra vita in questi partiti,e non alimentare rimpianti, la domanda da farsi (da parte di tutti noi e non solo di Guido)mi pare la seguente: nell’esperienza dei governi che si sono succeduti fino al 18 aprile 1948, e a quelli di centro-sinistra e del compromesso storico negli anni Sessanta e Ottanta del XX secolo in quali provvedimenti si è tradotta la cultura delle riforme, dell’alternativa, del cambiamento?

Come mai misure importanti come l’incremento delle pensioni, l’ampliamento della platea degli aventi diritto all’assistenza sanitaria, le politiche per il sostegno delle scuole, delle famiglie, della casa e della piccola e media impresa, per le deduzioni fiscali sulle ristrutturazioni ecc. non sono state accompagnate da vigorose misure di eguaglianza fiscale e di lotta agli sprechi nelle istituzioni della pubblica amministrazione?

L’accusa della destra secondo cui la sinistra ha sempre dilatato la spesa (spesso di natura assistenzialistica) e mai (o solo poco) favorito la produzione. dobbiamo riconoscerlo: non e’ campata in aria.
Al di là del duello tra Pci e Psi (studiato da Giuliano Amato e Luciano Cafagna per Il Mulino) dobbiamo riflettere su che cosa è stato davvero il riformismo della sinistra, cioè delineare, lungo un arco storicamente ormai non breve, il volto della sua cultura di governo.Per il Psi di Craxi ha cominciato a farlo Roberto Chiarini.
E’ questo il campo di ricerca che mi pare abbiamo evitato in questi decenni. Non lo sottovaluterei rispetto al disincanto, al progressivo distacco (politico e sentimentale) di una generazione rispetto all’altra.
Questo fenomeno,caro Guido, si è sempre ripetuto.A cominciare dalla presa di distanze nei confronti degli uomini del Risorgimento(la Destra e la Sinistra storica) come dei responsabili della prima guerra mondiale, degli stessi fascisti ante-marcia e sansepolcristi come verso l’antifascismo e la Resistenza.(penso alla denuncia di una vera sconfitta da parte di Pietro Secchia)
Nella storia italiana (e non solo) è sempre accaduto che alla prova del governo, l’area delle critiche e del dissenso è venuta prevalendo fino a diventare un corpo, e una storia, separata. Lo si vede anche oggi nel dibattito interno allo stesso Cinque Stelle tra Fico e Di Maio.

Un’eccezione mi pare essere l’atteggiamento verso il riformismo socialista.Da parte di Giuliano Amato o di Ugo Intini, il giudizio su Bettino Craxi può essere cauto e misurato, ma mai di contrasto o di ripulsa.
Guido Melis è,invece, molto radicale nel valutare negativamente la sua (anche come generazione) partecipazione alla vicenda dei partiti succedutesi al Pci.Ai nostri figli avremmo lasciato molto poco, se non proprio un deserto.
Il rilievo di Melis mi pare fondato se si riferisce alla visione del futuro, ai programmi per affrontarlo, prevederlo e poterlo governare,da parte delle forze della sinistra cd tradizionale.Il partito personale di Renzi,come quello di Zingaretti, nasce proprio da questa esigenza.

Resta,però, da spiegare che cosa un intellettuale e un più semplice mente un esponente, un quadro politico ( come si diceva una volta) possa fare per orientare la barra di un partito.
Melis come altri suoi colleghi e amici farebbero bene a darci una biografia della loro attività in seno ai rispettivi partiti. Quanto,e dove, hanno potuto contare?
Credo possa dirsi che un elemento comune sia l’ininfluenza. Chi è eletto (in un’istanza come il Comune, la Regione e il Parlamento) si rende subito conto di essere stato oggetto di una cooptazione in una struttura in cui obiettivi, programmi, regole ecc. sono già in funzione, cioè prestabiliti.
Pertanto,il contributo di idee richiesto e spesso sollecitato (come fa Zingaretti) è un aspetto (una risorsa, un emblema) della rettorica per la propria auto-legittimazione sul mercato della politica. Ma i giochi, cioè le scelte, i programmi sono cosa fatta.
Questa camicia di forza o meglio cerchio chiuso in cui si è(e si è stati) costretti a vivere nei nostri partiti di sinistra nasce da uno specifico dato di realtà. Socialisti e soprattutto comunisti sono nati per cambiare non solo il mondo, il capitalismo, ma anche la natura dell’uomo (di qui la litania sulla costruzione dell’”uomo nuovo” che ha caratterizzato anche l’estrema destra).

La conoscenza, e la relativa prescrizione,della fine della storia ha divinizzato i partiti e fatto dei suoi dirigenti dei sacerdoti, un vero e proprio corpo mistico.
Questo elemento ideologico ne definisce l’identità, cioè la riconoscibilità e ne segna le differenze, nell’arena della competizione politica.
Col venir meno delle ideologie, che erano il contesto prescrittivo delle nostre forze politiche, alle nomenclature, al ristretto gruppo dirigente, direi alla stessa burocrazia residua, e’ rimasto il compito di portare a termine questa grande missione soteriologica.

Nell’ultimo decennio, più o meno, sopravvive nei ranghi lessicali del cd programma del partito.Non è una mansione collegiale, socializzabile, ma una funzione elitaria affidata ad un corpo chiuso come la segreteria o la Direzione (se è molto ristretta).
Inevitabile il centralismo dei processi decisionale, la lotta feroce alle minoranze, la criminalizzazione del dissenso, l’uso delle forme di consenso (iscritti ed elettori) non per estendere la democrazia (cioè la partecipazione alle scelte), ma per acclamare o proteggere i gruppi dirigenti.
Ma l’immagine soteriologica e sacrale è sempre più venendo ammaccandosi quanto più i singoli partiti non hanno incrementi elettorali e,ancora di più, quando-come nel caso di Cinque Stelle-nel giro di un anno perdono 5-6 milioni di voti. A Di Maio è rimasta l’arroganza e l’impudenza del politicante professionale.
Oppure questi vecchi partiti scompaiono, si estinguono.
Ai nostri figli, caro Guido Melis, abbiamo consegnato la fine del lungo processo di la divinizzazione della sinistra, cioè il compimento della sua lenta laicizzazione.
Quindi, a stabilire i programmi non saranno più residui di grandi ideologie incarnati nelle stimmate delle segreterie, ma convenzioni e seminari, come fanno i democratici e l’Old Great party negli Stati uniti o i laburisti nel Regno Unito.

Salvatore Sechi

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