lunedì, 26 Ottobre, 2020

Con l’uscita dall’Euro tre scenari da catastrofe per l’Italia

0

La trattativa di Bruxelles si è risolta per il momento con un compromesso e quindi con un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Che il PD vede felicemente pieno e l’opposizione di destra scandalosamente vuoto. Nel pieno di una tragedia, le rissose sceneggiate che ne sono seguite o disgustano l’opinione pubblica o la lasciano indifferente. Ma un aspetto merita di essere approfondito. Nel corso della trattativa, non solo dalla destra, ma anche dal presidente Conte, è giunta la minaccia: “se questa è l’Europa, gli italiani faranno da soli”. Sono parole che fanno drizzare i capelli in testa perché fanno sospettare che si sia sviluppato, insieme al Covid 19, un secondo virus: quello anti europeo. Che potrebbe portare sino all’uscita dall’euro.
Il “cigno nero”, ovvero il fatto imprevedibile e catastrofico che avevo evocato in un precedente articolo, ci fa intravedere gli scenari che potrebbero aprirsi uno dopo l’altro, in fasi successive.

Fase uno. In seguito a una rottura, la Banca Centrale Europea smette di acquistare, come oggi sta facendo, enormi quantità di titoli di Stato italiani.

Fase due. I nostri titoli erano ancora affidabili perché con grande sacrificio degli altri Paesi europei la BCE, acquistandoli, implicitamente li garantiva, esattamente come fece Draghi dopo la crisi finanziaria del 2008. Ritirandosi la BCE, i titoli italiani diventano spazzatura, lo spread tra essi e il bund tedesco sale alle stelle, i loro interessi (a causa del maggior rischio percepito) aumentano e ci fanno perdere decine di milioni al giorno.

Fase tre. La situazione diventa insostenibile. Ma ecco spuntare la carta propagandata dai teorici del “fare da soli”. Abbiamo sì il debito pubblico mostruoso di 2.443 miliardi (a gennaio). Ma abbiamo anche 3.448 miliardi di risparmi che le famiglie italiane tengono inutilizzati in banca. Il convento è povero, ma i frati sono ricchi. E questa straordinaria risorsa può risolvere il problema. Un grande gentiluomo e banchiere come Bazoli ha da poco sostenuto con una intervista al Corriere la possibilità di lanciare un grande prestito nazionale garantito dagli immobili e dai beni appartenenti allo Stato. Lo ha fatto con rigore e sobrietà, come è nel suo stile. Ma i nostri governanti hanno uno stile diverso e puntano su una propaganda più altisonante: invettive contro l’Europa e la Germania; accuse di tradimento e crudeltà; orgoglio nazionale e bandiere tricolori; elogio del “comprare italiano”. Appelli accorati infine, come ai tempi del fascismo, perché “si doni l’oro alla Patria”.

Fase quattro. Gli appelli sono da tutti applauditi, ma i soldi non arrivano e gli italiani non comprano i titoli di Stato. Perché i mercati internazionali continuano a bollarli come spazzatura, perché non si fidano dei loro politici, perché gli interessi sono a zero e i rimborsi arriveranno chi sa quando. Anzi. I risparmiatori si spaventano, cominciano a portare i soldi all’estero oppure a ritirarli dalle banche e nasconderli sotto il materasso. Come è accaduto in Grecia.

Fase cinque. Non potendo mettere le mani sui risparmi con le buone, lo si fa con le cattive. Si bloccano i movimenti con l’estero. Si consente il ritiro dalle banche soltanto di somme minime. Si lancia il grande prestito sì, ma forzoso. In sostanza, si confiscano i risparmi alle classi medie. Altro che patrimoniale e nuove tasse! Parte la rapina del secolo ai danni dei risparmiatori.
Fase sei. L’impoverimento della classe media risparmiatrice e la mancanza di liquidità provocano il crollo ulteriore della fiducia, della domanda e degli investimenti. Con le furiose polemiche contro l’Europa e la chiusura verso l’esterno, crolla anche l’export.
Fase sette. L’uscita dall’euro diventa la naturale conseguenza. La liretta svalutata taglia d’un colpo del 30 per cento la ricchezza dei cittadini. I governanti sperano che ciò aumenti la competitività delle nostre esportazioni, rendendole meno care-appunto-del 30 per cento. Ma presto, come una dose di eroina, l’effetto della svalutazione svanisce. Si passa così a sempre nuove svalutazioni e iniezioni di droga.

D’altronde, è quello che i sovranisti sognavano da tempo: riacquistare la “autonomia monetaria” ovvero- detto più chiaramente- stampare finalmente moneta credendo in tal modo di creare ricchezza.
Visto che la pandemia è stata paragonata a una guerra, il risultato finale è la polverizzazione dei risparmi, come appunto nel primo e nel secondo dopo guerra del secolo scorso.
Il disastro economico si accompagna inevitabilmente a quello politico, perché la democrazia non regge al trauma e gli scenari possibili diventano, per semplificare al massimo, tre: il Venezuela (populismo e comunismo castrista), l’Argentina (il mix di populismo fascista e comunista rappresentato dal peronismo), fascismo (la versione ripulita e aggiornata di una antica tradizione italiana).

E’ eccessivo il pessimismo sulla possibilità di “fare da soli” senza l’Europa? I fatti non sono incoraggianti.
Non è vero che di fronte alla crisi tutti i Paesi europei sono oggi nelle stesse condizioni. Noi veniamo caricati di un nuovo peso mentre già barcolliamo sotto il peso precedente. Gli altri no. L’Italia infatti ha un debito del 134 per cento rispetto al prodotto nazionale lordo annuo, la Germania del 60, la Francia la Spagna del 100.
Non è vero che i soldi di un nuovo “piano Marshall” creerebbero come settant’anni fa un miracolo economico, perché l’Italia del 1951 era ben diversa. Bastano pochi numeri. Nel 1951, i bambini fino a un anno erano oltre il doppio. Mentre gli ultra ottantenni erano sette volte meno numerosi. Di conseguenza, la spesa per l’istruzione e quella per le pensioni si equivalevano. Mentre oggi spendiamo per le pensioni quattro volte più che per l’istruzione. Per riassumere in modo crudo e semplice: siamo un Paese di vecchi, con i giovani meno istruiti del mondo occidentale.
Certo abbiamo eccellenze invidiate in tutto il mondo. Ma sono esattamente quelle più colpiti dal virus. Puntiamo sul turismo e sulla “dolce vita” da vendere agli stranieri. Le nostre esportazioni si concentrano sul lusso e sulla moda. Tutte cose che mal si conciliano con le mascherine e il distanziamento sociale.

La nostra economia (specialmente del Nord) è interdipendente con quella tedesca e abbiamo scelto di litigare proprio con la Germania.
Qui, dall’elenco dei fatti, si passa alla politica. Colpisce la violenza verbale e degli attacchi contro la Merkel. Che subisce dalla destra il danno e la beffa. La destra tedesca di Alternative fur Deutschland la accusa infatti di essere troppo generosa con gli italiani e così le contende i voti. Salvini la accusa al contrario di essere troppo egoista. Ma poi arriva la beffa, perché AfD e Salvini se ne vanno a braccetto come fraterni alleati.
Molti politici italiani chiedono aiuto in modo aggressivo. Quasi che i leader degli altri Paesi europei fossero dei privilegiati che ci debbono qualcosa nell’ora del nostro bisogno e non (come in effetti sono) i rappresentanti di comunità altrettanto colpite dalla tragedia.

Ci si indigna per l’indipendenza nazionale offesa se chi ci finanzia chiede garanzie. Ma così fanno tutti i creditori (anche le nostre banche) e così vorrebbero fare i contribuenti italiani. Vorremmo anche noi essere sicuri che i soldi vadano davvero in investimenti per la sanità e la ripresa economica. Non per regalie e sussidi in vista del “reddito universale” teorizzato da Grillo. Vorremmo anche (ed è esattamente quanto chiede Bruxelles) che finalmente si cominciassero a rimuovere due ostacoli insormontabili allo sviluppo: l’inefficienza della giustizia e l’evasione fiscale. Perché, se i contribuenti con oltre 80 milioni lordi di reddito sono da noi secondo il fisco l’1,95 per cento, questo è uno scandalo non solo italiano, ma europeo.
I creditori europei non si fidano dei governanti italiani? Neanche noi, perché da decenni giurano che ridurranno il debito pubblico ma da decenni lo lasciano aumentare inesorabilmente.
C’è poi una grande stranezza. L’80 per cento della politica italiana (la destra ma anche i Grillini) vede il bicchiere di Bruxelles vuoto e reagisce furiosamente. La quasi totalità della politica spagnola e francese vede invece il bicchiere pieno: basta osservare i titoli dei giornali a Madrid e Parigi. Eppure la Spagna e la Francia hanno condotto la nostra stessa battaglia e hanno i nostri stessi interessi. In attesa di chiarire la stranezza, una conseguenza sola è certa: se e quando proseguiremo la battaglia con gli stessi toni usati dopo l’ultimo vertice europeo, resteremo isolati, senza più il sostegno di spagnoli e francesi.

Infine, Die Welt ha dimostrato pessimo gusto nel sostenere che i soldi agli italiani rischiano di cadere nelle mani della mafia. Ma chi si indigna più degli altri? Il ministro Di Maio, il cui leader Grillo, seduto accanto ai nemici dell’Europa (a cominciare dal britannico Farage, protagonista della Brexit) nel 2014, a Strasburgo, all’apertura del Parlamento europeo, è stato chiarissimo. Il caso è ormai noto, ma è bene ricordare le sue parole testuali. “Sono già venuto due o tre volte al Parlamento europeo, sono venuto per dire: non date più finanziamenti all’Italia. Perché se li date scompaiono in tre Regioni: Calabria, Sicilia e Campania, quindi a ndrangheta, mafia e camorra. Non dateli più!”. Non era una sortita estemporanea, ma la coerente conseguenza di una filosofia predicata da tempo (e non certo dai soli 5S). E’ quella che si è sempre opposta a qualunque grande opera nel Sud, a partire dallo stretto di Messina, con l’argomento che sarebbe un regalo alla mafia. E’ quella secondo cui il crimine organizzato sarebbe connaturato allo Stato italiano stesso: la narrazione che indica la DC e Andreotti come i protettori per mezzo secolo della mafia, Berlusconi addirittura come il socio dei mafiosi per il successivo ventennio.

Con Di Maio, si indigna Salvini, ma è l’erede di un partito, la Lega, che è nato e cresciuto dicendo cose che Die Welt non oserebbe ripetere. Dicendo che il Nord Italia (non solo la Germania e l’Europa) è stufo di pagare per mantenere i meridionali nullafacenti. Salvini, da separatista padano, si è trasformato in patriota italiano, è vero. Ma il referendum da poco votato al Nord per iniziativa della Lega chiede l’autonomia fiscale sempre per lo stesso motivo: per non dare i soldi al Sud.


Ugo Intini

(Il Dubbio)

Leggi l’articolo
La prima pagina del Dubbio

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply