martedì, 20 Ottobre, 2020

Confesercenti, novantamila imprese cesseranno l’attività

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Saracinesche abbassate, lucchetti alle inferriate, porte serrate, fogli di giornale sulle vetrine delle attività abbandonate. Nel commercio e nel turismo ci sono circa 90.000 imprese pronte a chiudere per sempre i battenti già da questo autunno o comunque entro fine anno: bar, ristoranti, negozi, B&B che non sono riusciti a riemergere dalla crisi causata dal Covid, con lo spettro di nuovi contagi che minacciano anche chi faticosamente si è rimesso in pista.
Si tratta di un colpo senza precedenti al lavoro autonomo, che avrà conseguenze anche sul lavoro dipendente: tra le attività che proveranno a resistere, infatti, quattro su dieci segnalano la necessità di ridurre il personale. Confesercenti conferma le stime di fine estate e lancia l’allarme sulle imprese mai nate, un numero che per il 2020 rischia di arrivare a quota 20.000.
Antonello Oliva, responsabile dell’Ufficio Economico di Confesercenti, ha spiegato: “Oggi come oggi, nei primi sei mesi dell’anno il fenomeno principale che emerge è proprio quello della mancanza di nuove aperture. Per aprire un’attività bisogna investire delle risorse con una valutazione di prospettiva di breve periodo (almeno uno-due anni) ma il momento di profonda incertezza che stiamo vivendo tutti ostacola qualsiasi tipo di investimento in prospettiva per un piccolo o medio imprenditore. Nel caso di bar e ristoranti la situazione è ancora più problematica perché l’investimento è più sostanzioso. A maggior ragione ci vuole cautela e in questo momento vediamo che c’è grande difficoltà a investire. I dati dell’Unioncamere ci dicono che nei primi sei mesi dell’anno nel commercio al dettaglio e nei pubblici esercizi abbiamo circa 9.000 neo-imprese in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Un fenomeno che si è intensificato dal lockdown in poi perché ovviamente tutti hanno frenato. E a fine anno queste imprese mai nate saranno probabilmente almeno 20.000”.
Poi, l’economista di Confesercenti, facendo riferimento alle imprese avviate che sono a rischio di chiusura perché gli affari non decollano, ha affermato: “La nostra stima è di circa 90.000 imprese che chiuderanno entro fine anno, forse già in questo ‘autunno nero’. Durante il lockdown c’è stato una specie di risparmio forzoso perché chiaramente i negozi erano chiusi e la gente è rimasta in casa. Alla riapertura però, proprio per l’incertezza che ancora c’è, la spesa è stata molto graduale. Ancora non si sa bene che cosa succederà nei prossimi mesi e per questo i consumi non sono mai davvero ripartiti”.
Antonello Oliva ha osservato: “Oltre che per i consumatori, anche per i piccoli imprenditori c’è incertezza. La chiusura di un’attività è un evento molto traumatico quindi si cerca di stringere i denti il più possibile, anche di fronte a una riduzione del reddito. Soprattutto gli imprenditori over 50 hanno maggiore difficoltà a decidere di smettere e stringono la cinghia il più possibile, magari aspettando qualche settimana o qualche mese in più perché poi non hanno molte alternative sul mercato. Ma con i mesi che passano e l’incertezza che resta in molti non ce la faranno. Confesercenti rappresenta 350 mila pmi del commercio, del turismo, dei servizi, dell’artigianato e dell’industria, capaci di dare occupazione a oltre 1.000.000 di persone”.
Anche secondo l’Istat, l’impatto della crisi Covid sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza.
Il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno.
In una recente focalizzazione che ha accompagnato la nota sull’andamento dell’economia italiana, l’Istituto di statistica ha osservato: “Il pericolo di chiudere l’attività è più elevato tra le micro imprese (40,6%, 1,4 milioni di addetti) e le piccole (33,5%, 1,1 milioni di occupati) ma assume intensità significative anche tra le medie (22,4%, 450 mila addetti) e le grandi (18,8%, 600 mila addetti). A livello settoriale, la criticità operativa delle imprese riflette la mappa associata ai provvedimenti di chiusura, colpendo in maniera più evidente i servizi ricettivi e alla persona: il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800 mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti). La prospettiva di chiusura dell’attività è determinata prevalentemente dall’elevata caduta di fatturato (oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019), che ha riguardato il 74% delle imprese e dal lockdown (59,7% delle imprese). I vincoli di liquidità (62,6% delle unità a rischio chiusura) e la contrazione della domanda (54,4%) costituiscono i principali fattori che hanno inciso sul deterioramento delle condizioni di operatività delle imprese mentre i vincoli di approvvigionamento dal lato dell’offerta hanno rappresentato un vincolo più contenuto (23%).
Dunque, il sostegno del Governo si è rivelato insufficiente ed inadeguato per mantenere in piede la realtà economica esistente prima della pandemia.

 

Salvatore Rondello

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