domenica, 15 Dicembre, 2019

Confessioni di un renziano pensante

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Nella mia esperienza politica, non ho mai apprezzato troppo le persone che, legandosi a leader o presunti tali, rinunciano a pensare con la propria testa. I partiti sono spesso (non sempre, per fortuna) covi di tattici, pronti a posizionarsi in virtù di presunti e possibili vantaggi personali, e sacrificano a questo ogni logica e ogni proposta. Nel 2012, in Provincia di Rovigo, fui tra i primi a sostenere il tentativo di Matteo Renzi di candidarsi a premier per la coalizione di centrosinistra.

Lo feci nonostante molti mi consigliassero prudenza, con Bersani probabile vincitore un giovane e apprezzato assessore provinciale avrebbe potuto correre per fare il deputato, ma ero straconvinto che quello fosse il momento giusto per una scossa, una scossa di cui il centrosinistra aveva bisogno, per rinnovare una classe dirigente troppo ripiegata su sé stessa, incapace di innovare, per dare risposte ai cittadini che chiedevano facce nuove, una politica più rapida nelle decisioni, il coinvolgimento di chi, come i sindaci, era abituato e bene a governare i territori, dando risposte concrete tutti i giorni. Sappiamo come andò a finire: Bersani vinse al ballottaggio le primarie, il Pd non vinse le elezioni del 2013 anche se tutti ci davano per vincenti, ci fu un lungo stallo sulla definizione del governo, il centrosinistra si spaccò subito e si arrivò a un governo di larghe intese.

Il peccato originario, letto a un lustro di distanza, sta tutto qui. Se il Pd avesse avuto allora il coraggio di innovare, sarebbe arrivato giusto in tempo: credo che con Renzi avremmo vinto largamente quelle elezioni, avremmo espresso un governo di centrosinistra per una legislatura e ci saremmo misurati sul serio con la capacità di portare avanti un programma nostro, non mediato. Ma così non fu. Renzi conquistò il partito di lì a poco. E fu rapido a defenestrare Enrico Letta, che non aveva brillato per concretezza, creando aspettative enormi, che il nuovo premier cercò di ripagare con tante proposte, con la convinzione di un’azione rapida ed efficace per innovare il paese, invertire l’andamento dell’economia, rassicurare l’Europa con riforme di struttura senza tuttavia riservare all’Italia un ruolo passivo. Raccontando il tutto con il filo di una narrazione che sembrava un contatto diretto e costante con il paese. Le elezioni europee del 2014, con quel 40%, si spiegano come l’investimento dell’elettorato in una speranza.

Si, Renzi ha proprio rappresentato una speranza per tanti: la speranza di una rottura con i tradizionali establishment, la speranza di istituzionalizzare una vena antisistema, di mettere in campo un modello che superasse le interminabili elucubrazioni filosofiche per applicare una concretezza che ritenevamo necessaria. All’ombra della leadership il partito e la sua classe dirigente si sono seduti. Hanno rinunciato a fare politica. Almeno fino a quando tutto è andato bene gli effetti distruttivi della non politica fatta in sede di partito, sono stati contenuti. Ma poi sono venuti a mancare dei presupposti. Il governo ha pagato la rinuncia al patto del Nazzareno sulle riforme. L’elezione di Mattarella a presidente della repubblica ha aperto l’ostilità di Berlusconi e di larga parte del centrodestra. Il referendum, eccessivamente personalizzato, ha creato un momento di grave crisi di fiducia e di consensi sia nei confronti di Renzi che del Pd. Le elezioni amministrative hanno fatto scattare altri campanelli d’allarme, così come la rinuncia a una dialettica politica interna che ha provocato le fratture e la perdita di una fetta di compagni di viaggio. Si può dire che c’è stato un nuovo congresso, ma a essere sinceri, che congresso è stato?

Quali proposte politiche sono state presentate? Quale pluralismo, che dallo statuto del partito viene considerato una ricchezza, preservato? Si è arrivati così alle ultime elezioni politiche, con un risultato tragico ma quasi scontato. È inutile, una fase storica si è conclusa. E l’ascesa e successiva discesa di Renzi hanno aperto e chiuso una pagina di storia del Pd e della sinistra italiana. Ora resta una sola, ultima speranza, per rilanciare l’azione del partito: una nuova fase ri-costituente, che rimetta al centro valori, progetti e idee per il paese. Un nuovo sterile dibattito sulle vere o presunte leadership non servirebbe a nulla, anzi si. Solo ad acuire l’insofferenza di un elettorato volatile che potrebbe riappassionarsi alle proposte, ma che sarebbe del tutto insensibile a giochetti di potere o di spartizioni di macerie.

Leonardo Raito    

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