venerdì, 30 Ottobre, 2020

Confindustria, Bonomi critica Conte

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Dopo un rinvio di quattro mesi, è iniziata l’Assemblea di Confindustria presieduta da Carlo Bonomi, alla presenza del premier Conte, del ministro degli Esteri di Maio, del ministro dell’Economia Gualtieri, della ministra dell’Interno Lamorgese, della Giustizia Bonafede, delle Politiche Agricole Bellanova, della sindaca di Roma Raggi, del segretario del Pd Zingaretti e della leader di FdI Meloni, in una platea rarefatta per gli obblighi del distanziamento sociale.
L’inizio dei lavori è stato preceduto dall’Inno d’Italia, da un video sui problemi reale del paese raccontati da un pensionato e da un’imprenditrice, seguiti dal saluto a sorpresa dell’ex presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.
Il messaggio del leader degli imprenditori, Bonomi, al Governo è stato chiaro: “Serve un nuovo grande Patto per l’Italia e scelte per l’Italia del futuro. Scelte anche controvento. Serve il coraggio del futuro”.
Un primo applauso è arrivato a Bonomi quando ha parlato dei giovani e delle donne, il secondo quando ha affrontato il problema fisco, il terzo quando ha sottolineato la necessità del Patto per l’Italia.

Applauso anche per sottolineare i ringraziamenti al Presidente della Repubblica Mattarella.
La platea ha espresso anche apprezzamenti per le parole su Mes, sul reddito di cittadinanza e sui contratti.

Il presidente di Confindustria ha trattato tutti i temi all’ordine del giorno: dal Recovery Fund alla scuola, dal Mes alle pensioni, dalla parità retributiva alla riforma fiscale, dal debito pubblico ai rinnovi contrattuali.
L’applauso più scrosciante è stato alla fine, quando ha detto: “Gli imprenditori non si faranno intimorire da minacce e pacchi bomba. Servono scelte difficili, ma non impossibili come le sfide affrontate e vinte da un grande sportivo come Alex Zanardi. È del suo spirito, che oggi c’è bisogno”.
Nel suo intervento, Bonomi ha affermato: “La nuova produttività che serve all’Italia, dopo 25 anni di stasi, deve considerare contestualmente le politiche di innovazione, la formazione e l’advance knowledge, la regolazione per promuovere l’efficienza dei mercati, le infrastrutture abilitanti sia fisiche (ovvero ICT, logistica ed energia), sia istituzionali (Pa, competenze e organizzazione sinergica) e interventi strutturali per la coesione sociale. È su questo concetto ampio di produttività che si devono concentrare le azioni e le politiche dei prossimi anni, con l’obiettivo di massimizzare il ruolo motore dello sviluppo del sistema delle imprese e del lavoro e dare una nuova centralità alla manifattura.

 

Al Patto per l’Italia è richiesta una visione alta e lungimirante. Il governo ora dovrà stabilire priorità per usare, in pochi anni, oltre 200 miliardi che ci vengono dall’Europa; si trova di fronte proprio a una scelta di visione, prima che di misure concrete. Una visione di fondo che deve scrutare in profondità i mali italiani, ma guardare lontano. Perchè neanche 200 miliardi possono risolverli dandone una goccia a tutti. Il compito che vi aspetta è immane, nessuno può e deve sottovalutare le difficoltà. Serve definire un quadro netto e chiaro di poche decisive priorità su cui ri-orientare la crescita del Paese e servono strumenti e fini per indirizzare la politica economica e industriale dell’Italia. Per questo, serve una rotta precisa per dare significato complessivo alle misure e per tracciare la rotta serve un approdo sicuro. Se si fallisce nel compito che abbiamo di fronte, nei pochi mesi ormai che ci separano dalla precisa definizione delle misure da presentare in Europa, non va a casa solo lei. Andiamo a casa tutti. In quel caso il danno per il Paese sarebbe immenso e lo pagheremmo tutti per anni a venire. Semplicemente non possiamo permettercelo. Nell’entusiamo per i 208 miliardi dall’Europa, e che si aggiungono al Sure e alle nuove linee di credito Bei, tende a svanire l’attenzione sul danno certo per il Paese se il Governo rinuncia al Mes sanitario privo di condizionalità.

 

Sui conti pubblici serve un’operazione verità. Non si scorge ancora una prospettiva solida di interventi che diano sostenibilità al maxi debito pubblico italiano, il giorno in cui la Bce dovesse terminare i suoi interventi straordinari sui mercati grazie ai quali oggi molti si illudono che il debito non sia più un problema. Anche questa non è una posizione ideologica. Come ci ha ricordato ancora una volta Mario Draghi, nella crisi la differenza non è tra più o meno debito, ma tra quello ‘buono’ e ‘non buono’. L’unico debito buono è quello utilizzato a fini produttivi. All’esaurirsi di Quota 100 tra un anno, non immaginare nuovi schemi previdenziali su meri ritocchi, come leggiamo quando si parla di Quota 101. Si tratterebbe di nuovi regimi di aggravio del deficit sulle spalle dei più giovani. Per le donne la vera sfida è la reale parità retributiva. Dal 2016 al 2018 la differenza retributiva è sì diminuita del 2,7% ma resta ampio il gap annuale che è di 2.700 euro lordi annui meno degli uomini. La differenza a sfavore delle donne dipende dal fatto che ancora poche sono quadri e dirigenti. Se si esclude la Pa e si considerano solo le imprese private, la percentuale di dirigenti donne è solo del 15%, quella dei quadri il 29%. Quindi va detto siamo noi uomini nelle aziende private che dobbiamo cambiare testa. Nessuno di noi ha mai pensato né parlato di blocco dei rinnovi dei contratti. Il problema sono le regole da rispettare. Se le regole sottoscritte due anni fa non vanno più bene ai sindacati bene ridiscutiamole. Ma il blocco dei contratti non lo vuole nessuno. Il ruolo dello Stato è da regolatore, per incentivare lo sviluppo di mercati più estesi basati su maggio offerta e concorrenza, non su statalizzazioni esplicite o velate. Che non ci piacciono non per ideologia, ma perché nella storia italiana lo abbiamo visto che cosa significa avere acciaio e panettoni di Stato. Avere una visione di fondo significa rivedere dalle fondamenta il modo in cui si affronta il tema della coesione territoriale tra Nord e Sud.

 

Sommando le cifre a questi fini dei diversi fondi Ue, si deduce che il vero problema non sono le risorse, ma la capacità tecnica delle Regioni a minor crescita di impegnarle con progetti coerenti alle richieste dell’Ue. In Italia abbiamo accumulato negli anni una lista molto numerosa di incentivi e bonus ad hoc per il Sud. Ciascuno di essi non ottiene i risultati indicati all’atto del varo. È dunque sconsigliabile aggiungere altri bonus a tempo. Al contrario, bisogna inquadrare le risorse a questo scopo in pochi strumenti incisivi e nuovi, mirati ad aggredire i fattori che rappresentano il freno prevalente all’attrattività degli investimenti nel Mezzogiorno: le infrastruttutre, sia fisiche sia digitali, e la legalità”.
Il numero uno della Confindustria ha dettato al Governo le indicazioni di politica industriale escludendo lo Stato da qualsiasi forma partecipativa alla produzione economica. Invece, va ricordato l’importante ruolo svolto dalle partecipazioni statali per lo sviluppo economico dell’Italia dagli anni sessanta in poi.
Oggi, siamo fermamente convinti che non potrà esserci futuro per l’Italia se non si ricomincia dalla scuola per la quale è necessaria una nuova riforma nella struttura organizzativa e nei programmi educativi.

 

S. R.

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