sabato, 7 Dicembre, 2019

Conor O’Shea dice addio al rugby Italiano

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Nessuna sorpresa. Era scritto a caratteri cubitali che la rottura fra Conor O’Shea e il rugby italiano fosse lì lì a venire. Non che pensi sia giusto ma dovuto, prolungare la coesistenza sarebbe stato una sorta di accanimento terapeutico. C’era una “incompatibilità” congenita, con “qualcuno” fino al personale, come troppo spesso è successo negli ultimi vent’anni, fra il Director of Rugby (l’evoluzione ha portato a un ruolo più completo gli Head Coach o Commissari Tecnici che dir si voglia) e il nostro rugby. Dall’ultima dichiarazione alla Coppa del Mondo in Giappone era sparito e nessuno, NESSUNO, sapeva dove fosse il Capo Allenatore della Nazionale Maggiore. Non che dovesse marcare il badge, non che avesse la “reperibilità” sulle ventiquattro ore, però. Allora ripetere aiuta, quindi, per far chiarezza, si parla della massima carica tecnica e organizzativa della nazionale italiana di rugby, di chi per oltre tre anni ha fatto il bello, insomma, e il cattivo tempo nel movimento!

Nonostante il curriculum, ha un suo buon trascorso sia da giocatore, sia da coach ma, diciamocelo, sicuramente non magistrale, l’arrivo in Italia è salutato in Pompa Magna. La storia si ripete anche troppo per l’ovale italiano. Il 25 marzo 2016 è presentato, e supportato dai più, come l’uomo della provvidenza, un moderno San Giorgio che sconfiggerà il drago, la figura che avrebbe potuto, meglio dovuto, esorcizzare il profondo male che colpisce la palla ovale italiana, come fu chiesto a tutti i suoi predecessori dal Sei Nazioni in poi. Conor O’Shea, irlandese verace dove la palla ovale è presente come la pizza a Napoli, si è invece scontrato duramente con una realtà che probabilmente non immaginava cosi storta, come per tutti i suoi predecessori dal Sei Nazioni in poi. E’ ben altra cosa rispetto al rugby irlandese delle Provincie o della Premier inglese. Si è accorto presto che non è rimasto niente di quella nazionale di Coste che, tra il 1995 e il 1997, ha battuto tre volte la sua Irlanda, di cui una a Dublino, ma si è trovato per le mani un rugby provinciale, in un alcuni tratti immaturo, colpito da una sorta di analfabetismo di ritorno, regredito soprattutto nella parte manageriale, e da ricostruire totalmente. Poi ci ha messo del suo per non riuscire. Pur lavorando alacremente, la sua presenza è costante e si trova a ripetere per lo più un compito di “sviluppo” organizzativo quanto ha fatto “meglio” in passato, sebbene abbia cercato di stravolgerlo, semplicemente applicando quanto fanno in tutto il resto del Mondo professionistico, i risultati sul campo sono negativi seppur sempre supportati da dichiarazione di un ottimismo, spesso o sempre, difficile da comprendere. Osservatori attenti continuano a ripetere che non si può pretendere di più poiché il “nostro rugby” è questo. Ma nonostante tutto Il Presidente della Federazione non ha fatto nulla, anzi, per celare la voglia di scaricarlo anzitempo, scadenza naturale del contratto il 30 maggio 2020, e O’Shea non ha aspettato oltremodo andando a ricoprire un più congeniale, e titolato, ruolo in seno alla federazione ovale inglese, ricoprendo una posizione di rilievo (‘senior position’) all’interno del dipartimento del rugby professionistico, mettendo a disposizione di Eddie Jones, l’head coach dei finalisti mondiali, tutta la conoscenza del rugby domestico britannico, con l’obiettivo di ulteriore sviluppo.

Questo era il compito che la Federazione italiana doveva proporgli, perché è l’aspetto di maggior carenza del nostro rugby, perché è la capacità migliore, insieme alla passione, di O’Shea. Lo ha dimostrato tangibilmente più che nelle decisioni di gioco o nella gestione di selezione dei giocatori.
Si erano incrociate “esigenza e offerta”, e non si è riusciti a sfruttare una così ghiotta occasione se non in minima parte perché, semplicemente, chi “decide” in Federazione è stato così presuntuosamente orbo da non voler vedere il bene collettivo. Eventuali motivazioni legate a questioni di budget federale si dovrebbero attentamente verificare.

Quali fossero i programmi per i futuri sei mesi tagliati così di netto e cosa si porterà dietro la questione è difficile a dirsi. Ci saranno conseguenze con le Franchigie o con il rugby di base?
Lo Stato dell’Arte è che, ad oggi, caso sicuramente unico in tutto il recente passato della FIR, la Nazionale di rugby non ha una guida tecnica, e, vien da osservare, forse non solo.

Saltano così tutti i vari pronostici sui potenziali nomi che sarebbero potuti subentrare dal prossimo giugno. Il tempo è tiranno e il Sei Nazioni, quantomeno l’approntamento, è da adesso.

Le redini, pare, saranno ad interim e non c’è niente di peggio in situazioni delicate come queste. Per l’Italia nel Sei Nazioni 2020, si mormora, ci sarà “una poltrona per due”. Almeno fino al prossimo trenta giugno. Saranno due vecchie conoscenze a guidare gli Azzurri, avendo entrambi lunghe esperienze a Treviso o nella Marca trevigiana. Franco Smith, il tecnico sudafricano che sarebbe entrato nello staff di O’Shea come allenatore dei trequarti, con la “supervisione” del grande Wayne Smith. Sarà in seguito il neozelandese a indicare alla FIR, speriamo scegliere senza intermediazioni, il nuovo direttore tecnico che siederà sulla panchina azzurra per il prossimo quadriennio.

In tutta questa incertezza è certo che chiunque sostituirà Conor O’Shea potrà fare meglio e anche battere il Sudafrica, come riuscito all’irlandese nello storico match di Firenze ma credo che nessuno potrà farci divertire come quando con la celebre “Fox”, O’Shea e il suo allenatore della difesa Brendan Venter ordinarono agli Azzurri di non competere per il pallone durante le ruck, mandando in “depressione” i “maestri dell’ovale”.

Nonostante tutto grazie Conor e, per dirla come Edward R. “Ed” Murrow, “good night, and good luck”.

RugbyingClass di Umberto Piccinini

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