domenica, 28 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Conoscenza scientifica e scelte politiche

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Ormai, si può dire, che è un anno che il Sars-Covid2 circola in maniera conclamata nel mondo. A distanza di un anno, gli interrogativi intorno a tale grave patologia sono ancora molti. In particolare, non vi è certezza intorno all’origine del virus, non vi è certezza sul perché in alcuni casi (per fortuna limitati nel numero) il virus è letale e in altri invece non crea alcun problema, non vi è certezza sul contesto spazio-temporale in cui il virus si propaga. Intorno a tali questioni, le ipotesi che si sono accavallate nel corso dei mesi sono state numerose e, in verità, spesso si sono poste in contraddizione tra loro; non risulta, ad oggi, che la Comunità Scientifica è giunta ad esprimersi in termini di verità su almeno uno dei predetti punti. La grande assente è quindi la “verità scientifica”, concetto creato dalla scienza moderna e consistente nella dimostrazione dell’ipotesi mediante l’esperimento, così come insegnato da chi sgombrò primo le vie del firmamento (scientifico): “Causa è quella la qual posta seguita l’effetto e se rimossa si rimuove l’effetto”. L’ipotesi afferma che a un determinato fenomeno (la causa), segue necessariamente un altro fenomeno (l’effetto), la scienza dimostra che l’ipotesi corrisponde alla realtà, ed è quindi vera (“veri-ficata”), e ciò attraverso un’operazione pratica, che è, appunto, l’esperimento. Mentre possono sembrare evidenti le oggettive difficoltà di procedere mediante esperimento in ordine alle prime due questioni, non altrettanto è a dirsi quanto alla terza. A circa un anno dall’isolamento del virus, si sa, per esempio, che l’indice di trasmissibilità del virus nelle ultime settimane in Italia è stato circa lo 0,90, ma non si sa se tale indice di trasmissibilità si è ripetuto in maniera uniforme sia in contesti ambientali all’aperto, sia in contesti ambientali al chiuso. Il quesito: in che percentuale i contagi sono avvenuti in luoghi chiusi e in che percentuale si sono verificati all’aperto, resta ancora oggi senza una risposta scientifica ufficiale. È vero che diversi istituti di ricerca si sono espressi nel senso di una minore contagiosità all’aperto, ma tali studi sono stati, di fatto, obliterati dalle Autorità scientifico-sanitarie, nazionali e sovranazionali, che si sono tutte ben guardate dal dare, fino ad ora, una risposta unanime ed inequivoca riguardo all’indice di trasmissibilità del virus in luoghi chiusi rispetto ai luoghi all’aperto, perlomeno in termini di evidenze scientifiche maggiormente plausibili. Questa mancanza di risposta può essere giudicata grave, tuttavia, ancor più grave appare il fatto che i Governi, dal canto loro, non abbiano esplicitamente richiesto, proprio alle preposte Autorità, un pronunciamento chiarificatore su tale punto, al fine di poter modellare su di esso le opportune decisioni da prendere, compito essenziale della politica. Per un Governo di un Paese, ed in particolare per un Paese come l’Italia, che si trova geograficamente posizionato in un contesto climatico temperato, di tipo mediterraneo – ed anzi che sembra andare incontro alla desertificazione – in cui la maggior parte dei giorni dell’anno sono caratterizzati da un clima mite e da un elevata percentuale di giornate di sole, risulta fondamentale essere padroni di una tale conoscenza, al fine di adottare le scelte giuste, sia per contrastare il Covid19 nell’immediato, sia per farsi trovare pronti davanti a future e facilmente prevedibili nuove crisi pandemiche (lasciando stare Bill Gates, è sufficiente, a tal proposito richiamare il “fiato d’aura maligna…” di Leopardiana memoria). Ed infatti, prendendo in considerazione, ad esempio, un settore economicamente rilevante come quello della ristorazione, se le Autorità scientifico-sanitarie confermassero ufficialmente, che la percentuale di contagio sia effettivamente alta in un luogo chiuso e bassa o nulla in un luogo aperto, a quel punto, avrebbe senso mantenere i bar aperti fino alle ore 18, con i locali affollati di avventori e chiusi, gli stessi, dopo le ore 18, anche all’aperto? E’ evidente che una simile conferma, al contrario, farebbe protendere per l’adozione di provvedimenti finalizzati a tenere chiuse le attività di somministrazione e di ristoro che si svolgono in luoghi chiusi e non aerati e consentire, però, quelle all’aperto, se del caso, sostenendole mediante l’erogazione di incentivi per aumentare gli spazi e migliorare il soggiorno dei clienti (ed impedendo, in tal modo, sia il deperire di un intero settore produttivo, che rappresenta una parte importante dell’attività economica italiana, sia un aumento della diffusione del contagio). Analogo discorso può essere fatto per il settore scuola; se si è in possesso di una conoscenza scientifica ufficiale, idonea ad escludere (o ritenere minimi) i contagi in luoghi aperti, è chiaro che un Governo lungimirante debba puntare alla costruzione/ristrutturazione degli edifici scolastici in maniera tale che gli stessi, in caso di emergenza pandemica, possano trovarsi in una condizione tale di aerazione, da impedire la diffusione del virus e poter quindi ospitare in assoluta sicurezza gli studenti. Analoghi discorsi possono essere ripetuti per uno svariato numero di situazioni, epperò, per ognuna di essa, fondamentale risulta l’essere padroni della conoscenza scientifica, in assenza della quale, ogni provvedimento che sarà adottato, rischia di andare incontro ad un risultato fallimentare, non essendoci la possibilità di agire sulla realtà che ci circonda, nella piena consapevolezza di ciò che può accadere in un tipo di situazione e ciò che può accadere, invece, in un’altra. In parole più semplici, significa muoversi al buio, senza cognizione di causa e senza avere contezza dei propri punti di forza e, quindi, lasciare il Paese incapace di reagire di fronte alla presente e alle future, prevedibili, pandemie.

 

Michele Ventresca

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