domenica, 25 Ottobre, 2020

Considerazioni sul referendum

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Il referendum sul c.d. taglio dei parlamentari (o della democrazia parlamentare?) era stato indetto con Decreto Presidente Repubblica del 28/01/2020, avente per oggetto «Indizione del referendum popolare confermativo della legge costituzionale recante: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”» in G.U. n. 23 S.G. del 29.01.2020 e revocato con D.P.R. del 5 marzo 2020 in GU n.57 del 6-3- 2020 , senza contestuale o parallela indicazione di una nuova data per i comizi elettorali o del termine entro il quale sarebbe stata fissata nel rispetto dei termini di legge vigenti, nel caso di specie dalla legge n. 352/1970, che regola tutte le procedure referendarie.

Contro la revoca senza contestuale o parallela fissazione di nuova data e atti presupposti e connessi è stato proposto da alcuni cittadini elettori un ricorso al TAR Lazio un ricorso, notificato in data 23 e 25 maggio 2020 ed iscritto nei ruoli di quel Tribunale.
L’interesse maggiore è per i referendum previsti dagli artt. 75(referendum abrogativo) e 138 (referendum costituzionale confermativo) Cost., articoli che prevedono, l’art. 75, materie escluse, rispettivamente dall’abrogazione, ovvero “le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”( c. 2 dell’art. cit.) e l’art. 138 in combinato disposto con l’art. 139 Cost., per cui “non può essere oggetto di revisione costituzionale” la “forma repubblicana”.

Insieme con il rinvio della consultazione referendaria a causa della pandemia di COVID 19 devono essere rifissate o fissate le date per il rinnovo di regioni giunte a scadenza del termine quinquennale di durata della legislatura prevista in attuazione dell’art. 122 c. 1 Cost. dall’art.3 della legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia) ovvero a causa di scioglimento anticipato (Valle d’Aosta/ Vallée d’Aoste).
In questo contesto si parla di una Giornata Elettorale Unica, per rispetto della lingua dominante nel bel paese dove il sì suona (Dante, Inf. XXXIII, vv. 79-80) e fioriscono i limoni (Goethe), ci si rifiuta di chiamare “election day”. Tale intenzione emerge dal ddl della CAMERA DEI DEPUTATI-N. 2471-A Conversione in legge del decreto-legge 20 aprile 2020, n. 26, recante disposizioni urgenti in materia di consultazioni elettorali per l’anno 2020, nel testo licenziato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

Un evento da evitare in quanto non rispondente alle finalità che la Costituzione assegna al referendum costituzionale e materia estranea al d.l. 20 aprile 2020 n. 26 in G.U. n. 103 /2020).

Perché no all’accorpamento:
La soluzione di abbinare il referendum costituzionale con le consultazioni regionali e amministrative, per quanto ragionevole, in realtà, non convince . La centralità conferita dalla Costituzione alla partecipazione popolare, collocata tra i principi fondamentali che definiscono la forma di Stato (art. 1-3 co. 2 Cost.), impone di valutare con cautela la cosa, tenendo conto del particolare favor di cui godono gli istituti partecipativi secondo la Costituzione. A tal fine, si rammenta brevemente quale sia la funzione che la Costituzione attribuisce alla consultazione popolare nel procedimento di revisione costituzionale. Come evidenziato dalla Corte costituzionale , il referendum costituzionale costituisce una «istanza di freno e di garanzia, ovvero, di conferma successiva» o diniego rispetto alla volontà parlamentare. Il referendum ha natura oppositiva e riflessiva perché interviene su un
procedimento decisionale già concluso e interamente affidato al Parlamento.

Essendo parte eventuale di un processo deliberativo perfetto, affidato alle Camere, il referendum costituzionale assume una funzione di garanzia e di integrazione della decisione politica. L’assenza del quorum e la volontà di limitare i rischi di strumentalizzazione del voto, non utilizzando il referendum in chiave plebiscitaria, accentuano la funzione di freno della consultazione popolare volta ad aprire ai cittadini sovrani il dibattito sulla modifica di norme che riguardano l’assetto dell’ordinamento democratico. Per queste ragioni sembra scorretto
sottoporre la legge costituzionale a referendum da parte della maggioranza parlamentare, tentando di utilizzare il voto – come in più occasioni avvenuto – per legittimare la scelta politica, con conseguenze peraltro imprevedibili, come insegna la vicenda legata al tentativo di riforma costituzionale del 2016.

L’uso politico e strumentale del voto referendario non rispetta la natura costituzionale della consultazione perché il referendum costituzionale da strumento di garanzia, pensato per tutelare le minoranze, assume sempre più di frequente una funzione confermativa. In questo quadro, la torsione nell’uso del referendum utilizzato in chiave confermativa verrebbe accentuata dall’accorpamento con le elezioni regionali ed amministrative, non già nella dimensione costituzionale di integrazione tra istituti di democrazia rappresentativa e di partecipazione diretta che l’uso confermativo e plebiscitario della consultazione popolare
non tutela. Con il rischio accentuato dal Covid, di trascinamento del voto e un effetto partitico distorsivo.

Il complesso di tali circostanze ha indotto il Consiglio dei ministri, prima, a revocare il decreto presidenziale del 28 gennaio 2020 di indizione del referendum costituzionale (con il d.p.r. del 5 marzo 2020) e, poi, a disporre una deroga alla legge sulla disciplina in materia di referendum con l’art. 81 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 184 che sposta il termine entro il quale indire il referendum sulla legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari a duecentoquaranta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo ha ammesso. È stata l’emergenza sanitaria ad imporre l’adozione di misure restrittive mai adottate prima in settantadue anni di storia repubblicana, costringendo per la prima volta a rinviare anche un referendum costituzionale già indetto.

La decisione certamente opportuna costituisce l’occasione per fare qualche breve considerazione sui presupposti di regolarità del voto, sulla formazione di un’opinione pubblica informata e consapevole, per poi valutare sotto il profilo procedurale – se in considerazione della natura del referendum di cui all’art. 138 Cost. sia opportuno disporre l’abbinamento della consultazione con le prossime scadenze elettorali regionali e amministrative. Vista la drammaticità della situazione potrebbe sembrare superfluo soffermarsi sulle vicende legate al voto, ma ragionare così, “cedere” all’emergenza, «equivarrebbe a mettere in quarantena la Costituzione, lasciando spazio all’idea che determinate garanzie, tutele e diritti possano valere solo in una situazione di“normalità”.

La constatazione dell’impossibilità di esercitare il voto di fine marzo pone diversi
interrogativi perché la legge 25 maggio 1970, n. 352, sulla disciplina delle modalità di svolgimento del referendum, non contempla l’ipotesi di rinvio o di revoca del decreto di indizione. Secondo i termini di cui all’art. 15 della legge da ultimo menzionata, il referendum costituzionale viene indetto dal Presidente della Repubblica su deliberazione del Consiglio dei ministri e la data del voto può essere stabilita tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno a partire dal decreto di indizione. Nel caso in questione, non essendo previsto l’istituto del rinvio – se non nella limitata ipotesi dell’abbinamento delle consultazioni referendarie
confermative – si poteva immaginare solo di rimandare la consultazione di pochi giorni, nell’ambito dello stretto termine di settanta giorni decorrenti dal decreto presidenziale di indizione del 28 gennaio. In assenza di indicazioni legislative, il Governo ha inizialmente
preso tempo e ha disposto la revoca del decreto presidenziale di indizione che, giuridicamente, è un atto uguale e contrario all’indizione. Di seguito, il perdurare l’aggravarsi della situazione di emergenza hanno reso evidente come non vi fossero le condizioni per fissare la data per la consultazione entro il termine indicato dall’art. 15 co. 1, l.n. 352 del 1970 di sessanta giorni dall’ordinanza di ammissione dell’Ufficio centrale per il referendum (che è del 23 gennaio 2020). Perciò in deroga alla legge sulla disciplina del referendum, è intervenuto l’art. 81 del decreto-legge n. 18 del 2020 secondo il quale il referendum sulla legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari è fissato entro duecentoquaranta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo ha ammesso. Similmente a quanto avvenuto nel 1987 e nel 2009, la procedura referendaria è stata derogata, ricorrendo – e non poteva essere diversamente – alla fonte primaria.

Anche la soluzione legislativa è evidentemente provvisoria e, appena rientrata l’emergenza, il Governo avrebbe dovuto confrontarsi con il comitato promotore, con i capigruppo, con le forze di maggioranza e opposizione, per stabilire i tempi del voto. La questione di poter o meno fissare anche la data per lo svolgimento delle elezioni regionali e amministrative, ha posto ora l’interrogativo sulla possibilità di abbinare le consultazioni incide sull’assetto dell’ordinamento repubblicano. trattandosi di mutare il funzionamento del sistema democratico rappresentativo. Inoltre le Regioni chiamate al voto sono solo sei, mentre sono moltissimi i Comuni (anche di ampie dimensioni) in cui si svolgeranno le amministrative e dunque è alto il rischio di un’alterazione asimmetrica territoriale nell’espressione del voto. Fermo restando che, per qualsiasi consultazione popolare, il momento precedente al voto va salvaguardato per proteggere il confronto pubblico e preservare la funzione che la Costituzione assegna ad ogni specifica consultazione popolare. Il clima di incertezza che i cittadini stanno vivendo dovrebbe indurre a fare in modo che ogni futura scelta in ordine allo svolgimento di questo referendum e delle prossime consultazioni sia presa non guardando all’interesse e alle convenienze politiche contingenti, ma proteggendo quella che Schmitt considerava l’«essenza» della democrazia, ovvero, la formazione dell’opinione pubblica.


Antonio Caputo

Presidente federazione italiana circoli Giustizia e Libertà

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