mercoledì, 30 Settembre, 2020

Conta di più la limitazione della libertà o la tutela della vita?

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Nell’azione di contrasto dell’epidemia in atto, oltre agli operatori sanitari, sono in prima linea anche gli scienziati e i governi impegnati nella gestione dell’emergenza sul territorio dei diversi Paesi coinvolti. In tale azione, il diritto assume un ruolo centrale, in quanto uno dei temi su cui si discute a livello globale, intrecciandosi con il problema dell’emergenza indotto dalla rapidità di diffusione della pandemia, è appunto quello dei rapporti tra scienza, filosofia e diritto. Solo riconducendo il contrasto all’epidemia nell’ambito di questa prospettiva possono essere valutate se le decisioni assunte risultano rispettose dei diritti fondamentali, nei cui confronti l’emergenza impone delle limitazioni; proprio come è avvenuto in Italia e in altri Paesi con riferimento all’esercizio di varie forme di libertà (personale, di circolazione, di riunione, di iniziativa economica ed altro ancora).

Nella discussione, il punto di riferimento sono sempre state le Costituzioni democratiche e le diverse Convenzioni dei diritti dell’uomo; queste carte fondamentali fissano infatti i principi che individuino un punto di equilibrio condiviso tra l’affermazione dei diritti fondamentali e la loro limitazione per ragioni dettate dalla necessità di fronteggiare emergenze che pregiudichino l’interesse pubblico, ritenuto preminente. A parte il ruolo della scienza, che deve essere quello di ricercare un valido antidoto per combattere la pericolosità del virus e un canone operativo ispirato al raggiungimento di un giusto equilibrio tra le esigenze del rispetto dei diritti fondamentali e le esigenze sociali, sulle misure adottate dal governo italiano si è sviluppato un approfondito dibattito sul rischio che, insieme al sovvertimento dei diritti fondamentali, possa esserci quello del nostro sistema di valori e di libertà. Fino a qual punto l’emergenza può giustificare la limitazione dei diritti fondamentali?
La risposta all’interrogativo può essere formulata secondo due approcci differenti, a seconda che le misure adottate per combattere la pandemia debbano sempre essere conformi alla necessità di rispettare i diritti fondamentali; o piuttosto, quando è in gioco il bene fondamentale della vita, debbano essere “limitati” altri beni o valori, quantomeno temporaneamente. Per trovare il giusto equilibrio tra le due alternative, può essere d’aiuto il confronto di idee che, dal punto di vista filosofico e giuridico, sono state espresse da Jürgen Habermas e Klaus Günther in un recente articolo apparso su MicroMega (n. 5/2020) dal titolo “Ogni diritto ha un limite”.

Habermas, rifacendosi ad un’affermazione di Aristotele, secondo il quale una “vita buona” vale per l’uomo più della “mera vita biologica”, afferma che la consapevolezza etica e giuridica moderna considera “degna” la vita quando sia autodeterminata e responsabile. A suo parere, quindi, possono esistere situazioni mortificanti (quali, ad esempio, quelle determinate da una malattia incurabile o da una degradante mancanza di libertà) “nelle quali una persona può preferire morire piuttosto che essere costretta a vivere una vita siffatta”; una tale decisione pero può essere presa direttamente e in via esclusiva dalla persona coinvolta, in quanto nessun altro – sostiene Habermas – può ad essa sostituirsi, e “tanto meno nessun potere statale che deve rimanere nei limiti dei diritti fondamentali può sostituirsi al singolo cittadino in una simile scelta”. Se così stanno le cose, la domanda che ci si deve porre è allora se lo Stato abbia il diritto di mettere su “un piatto della bilancia” la sopravvivenza di alcuni cittadini (o anche di uno soltanto) e sull’altro piatto “la salute di gruppi sociali più grandi”. Se un governo, nel contrastare l’emergenza da Coronavirus, si comportasse in questo modo, non farebbe altro che “bilanciare” un probabile aumento del tasso di mortalità tra i cittadini infettati, attraverso invasive interferenze nei diritti fondamentali.
Habermas respinge il ricorso alla metafora della bilancia per giustificare un possibile compromesso tra la salvaguardia del bene fondamentale della vita e il sacrificio di altri beni o valori fondamentali; ciò perché i diritti “non sono ‘beni’ che possono essere ‘pesati’. E non sono neanche ‘valori’ che possono essere classificati secondo preferenze politiche e culturali condivise”. Se, per una qualsiasi ragione, i diritti fondamentali entrano in conflitto, il ricorso all’uso della bilancia rende inevitabile che uno di essi finisca per prevalere, per quanto solo temporaneamente, in considerazione del danno che può “arrecare altri diritti fondamentali che [vengono]passati in secondo piano”.

Questa logica del bilanciamento – osserva Habermas – non può applicarsi al diritto alla protezione della vita nello stesso modo in cui si applica a tutti gli altri diritti fondamentali. Conseguentemente, esistono limiti rigorosi che non consentono a un governo di “mettere in conto” il prevedibile rischio di morte di alcuni (anche se si tratta di persone più o meno anziane che hanno già vissuto gran parte della propria vita), per bilanciarlo con altri diritti fondamentali in conflitto.
In conclusione, secondo Habermas, i diritti umani, e fra essi il diritto alla vita, una volta riconosciuti come fondamentali attraverso la formazione di volontà democratiche, vincolano i cittadini ad accettare quelle leggi che tutti insieme si sono dati, impedendo di “sostenere politiche che, negando la loro uguaglianza, mettono a repentaglio la vita di alcuni di loro in nome dell’interesse di tutti gli altri”.
Diversa è la posizione di Günther, per il quale la “necessità di bilanciare fra loro i diritti fondamentali nasce dal fatto che nessuno di essi è illimitato e che possono collidere fra loro. Per questo motivo, persino i diritti principali (come quello alla vita e alle libertà) possono essere espressamente limitati dalla legge, non solo per evitare prevedibili conflitti con altri diritti, ma anche per perseguire legittimi scopi costituzionali”. Tuttavia – continua Günther – il bilanciamento fra due o più diritti (come la vita e la salute, da un lato, e la libertà, dall’altro) deve essere preceduto da una “valutazione della proporzionalità” della limitazione.
La giustificazione del principio di proporzionalità è da ricondursi al fatto che lo Stato non possa limitare più dello stretto indispensabile i diritti fondamentali, perché l’attuale crisi pandemia rende assai difficile la valutazione di un’accettabile proporzionalità delle misure restrittive da adottare. La situazione di incertezza che grava sulla valutazione di tale principio nell’attuale crisi pandemia rende infatti molto difficile stabilire se, ad esempio, le restrizioni alla libertà siano adeguate per raggiungere l’obiettivo della salvaguardia della salute dei cittadini.

Inoltre – osserva Günther – vi è anche un altro aspetto problematico che grava sulla plausibilità della valutazione della proporzionalità ed è espresso dal fatto che il diritto alla vita era stato originariamente pensato come un diritto di difesa del cittadino, contro uno Stato “che spesso interveniva con la forza e la violenza nella vita dei suoi sudditi, mentre morire a causa di una malattia faceva parte del rischio generale della vita, che raramente poteva essere evitato o ridotto”. Solo dopo il secondo conflitto mondiale e l’avvento dello Stato sociale di diritto (con l’adozione di Costituzioni democratiche, che hanno previsto la costruzione del welfare State a difesa dei cittadini) che si è posta “la questione di cosa e quanto lo Stato e la società possano e debbano fare per prevenire o alleviare malattie potenzialmente letali”.
In questo nuovo contesto è nato l’obbligo dello Stato di “proteggere la vita e la salute” contro gli attacchi violenti di terzi, ma anche quello di fornire in caso di necessità “adeguate cure mediche”, Quest’ultimo obbligo però, nota Günther, “è limitato all’ambito del possibile”, in quanto nessuna società può investire tutte le proprie risorse nel sistema sanitario; è sulla base del come la società sia in grado di realizzare e gestire tale sistema che si determina il confine in corrispondenza del quale occorre effettuare il bilanciamento dei diritti fondamentali secondo il principio di proporzionalità; il punto cruciale della discussione sul bilanciamento, perciò, si sposta sul livello dei costi implicati dalla rinuncia ad alcuni diritti, incluso quello alla salute, soprattutto se le conseguenze della rinuncia non sono prevedibili ed esiste disaccordo su dove “deve essere tracciato il confine tra i decorsi di malattie che [devono essere considerate]fatalmente inevitabili e quelli evitabili”.

In conclusione, secondo Günther, la prassi del bilanciamento dei diritti fondamentali nei limiti del controllo della proporzionalità suggerisce che, in linea di principio, tutti “diritti fondamentali sono reciprocamente relativi e che a volte questo, a volte quello possa prendere il sopravvento sugli altri”. Poiché la mancanza di una gerarchia dei diritti fondamentali impedisce che un eventuale loro conflitto essere risolto senza restrizioni di uno di essi a scapito degli altri, almeno dal punto di vista giuridico la prassi del bilanciamento e del rispetto del principio di proporzionalità consente restrizioni legittime che possono essere espressamente applicate anche al diritto fondamentale alla vita.
Tuttavia, nelle situazioni che si sono create a seguito della persistenza e della gravità della pandemia da Coronavirus, coloro che fanno appello al bilanciamento, sia pure nel rispetto del principio di proporzionalità, chiedendo un allentamento delle misure di contenimento dei contagi e di tutela del diritto alla vita, in nome delle libertà fondamentali sacrificate da tali misure e della loro relatività, presumibilmente – a parere di Günther – “credono di poterlo fare perché il confine tra le conseguenze mortali evitabili e quelle inevitabili è difficile da segnare”; occorrerebbe inoltre – aggiunge il giurista – il coraggio di dire qual è il numero di morti prevedibili, ed anche di spiegare ai pazienti più esposti che in seguito all’allentamento delle misure potrebbero “non ricevere più adeguate cure e che devono morire per la libertà degli altri”.
A ben vedere, al di là dell’approccio pragmatico del bilanciamento, suggerito dalla cultura giuridica per contrastare gli esiti di una pandemia come quella in cui si è immersi, si deve riconoscere che anche per Günther, come per Habermas, il diritto alla vita della persone sia un interesse assoluto, per cui il sacrifico dei diritti individuali costituisce il presupposto per evitare il collasso dell’intera società nei suoi aspetti politici, economici e personali. Al riguardo, è bene ricordare che il diritto alla vita nelle società contemporanee si salda con il principio di solidarietà intrinseco allo Stato sociale di diritto, riflesso nelle Costituzioni democratiche, in virtù del quale ciascun cittadino è chiamato a farsi carico anche della salute altrui, evitando di produrre una lesione alla capacità di tenuta della struttura sociale, in base alle proprie pretese esclusive.

 

Gianfranco Sabattini

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