mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Walter Tobagi, un giornalista controcorrente

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Sono passati 40 anni dalla morte di Walter Tobagi, giornalista eclettico e brillante, assassinato da un commando della Brigata 28 marzo (terrorismo rosso). L’Avanti! ha deciso di ricordarlo non solo perché Tobagi fu un valido collaboratore che lavorò presso questa testata, ma perché a quarant’anni da quella brutta storia ancora restano coni d’ombra, condanne ingiuste e cattivo operato da parte di una certa magistratura. La morte del giovane giornalista rappresentò la prima rottura tra la Procura di Milano e il Partito socialista. A intervenire allora fu proprio il futuro leader e segretario Bettino Craxi che non credeva alla versione dei terroristi, fatta propria anche dall’accusa, che negavano l’esistenza di mandanti.

 

Una vicenda che ha dell’incredibile è ad esempio quella del giornalista Renzo Magosso, che aveva conosciuto Tobagi proprio all’Avanti e che nel 2007 è stato condannato a una pena pecuniaria dal Tribunale di Monza per aver pubblicato il 17 giugno 2004 sul settimanale Gente (allora diretto da Umberto Brindani) l’intervista all’ex brigadiere dei carabinieri Dario Covolo (nome in codice “Ciondolo”) che raccontava particolari inediti sull’omicidio di Walter Tobagi. Nell’intervista l’ex sottufficiale dichiarava di aver avvertito sei mesi prima i suoi superiori che alcuni terroristi della Brigata XXVIII marzo stavano progettando il delitto. Ma recentemente, per fortuna, il 16 Gennaio 2020 la Corte europea dei diritti umani ha ritenuto l’Italia colpevole per violazione del diritto alla libertà d’espressione del giornalista Renzo Magosso che alla domanda: Tobagi poteva essere salvato? risponde:

 

Certamente sì. Lo afferma senza avere dubbi la Corte Europea di Strasburgo con una sentenza diventata operativa dal 16 aprile scorso: dopo 40 anni di polemiche e incertezze finalmente una ufficiale presa di posizione sicura. Eccola: «La corte di Strasburgo osserva che Magosso e Brindani hanno fornito un numero consistente di documenti e di elementi che provano che hanno effettuato le verifiche che permettono di considerare la versione dei fatti riportata nell’articolo come credibile e fondata su una solida base fattuale». Il giornalista Walter Tobagi è stato assassinato il 28 maggio 1980 dai terroristi della Brigata XXVIII marzo. Ma nelle sentenze dei processi dell’epoca si affermavano circostanze che la mia inchiesta (pubblicata nel 2004 su un periodico allora diretto da Umberto Brindani) contraddiceva con elementi di prova inconfutabili. Dimostravo che Tobagi, se avvisato del gravissimo pericolo che stava correndo, avrebbe potuto attuare idonee contromisure. Contro queste prove un generale dei Carabinieri querelò me e Brindani ottenendo la nostra condanna, ora sconfessata dal tribunale europeo, che ha condannato lo Stato italiano per aver emesso, con decisione della magistratura, sentenze sbagliate.

 

Marco Volpati, Vicepresidente Collegio nazionale Probiviri Fnsi, Consigliere nazionale Ordine dei Giornalisti, ha conosciuto Tobagi all’Avanti! e spiega quanto la sua lezione sia ancora attuale

 

L’ho conosciuto alla fine del 1968, a Milano. Io avevo 23 anni ed ero già giornalista professionista nella redazione dell’Avanti! di Milano. Lui ne aveva 21, esordiente, eppure sembrava molto più maturo nonostante il suo aspetto da ragazzo. Aveva cominciato a scrivere anni prima: sulla Zanzara, il giornale del Liceo Parini, aveva pubblicato vere e proprie inchieste sui suoi coetanei. Poi aveva scritto di calcio e di sci, sulle riviste MilanInter e Sciare. Era allievo del liceo classico più prestigioso di Milano, ma abitava con la famiglia alla periferia Nord, nel comune di Cusano Milanino. E da qui, ancora ragazzo, redigeva una pagina di cronaca per il settimanale Nuovo Informatore che si stampava a Sesto San Giovanni.
Insomma, era un giornalista nato. Scrupoloso, appassionato, e con una grande cultura. Laureato in Storia Contemporanea, i suoi professori contavano che intraprendesse la carriera accademica. Ma per lui scrivere di attualità, fare il cronista, approfondire gli avvenimenti giorno per giorno era un richiamo troppo forte; e così aveva imboccato la sua strada.
Ugo Intini che guidava la redazione aveva capito subito che Walter era un jolly formidabile, in grado di scrivere praticamente di tutto. Ho rivisto per passione alcuni degli articoli che uscirono nei pochi mesi della sua presenza all’Avanti!: sport, politica estera, letteratura, la riforma universitaria di cui si dibatteva in quel tempo, Stati Uniti, Unione Sovietica.. Era colto, studioso e accurato.
L’anno dopo quando nacque a Milano il quotidiano cattolico Avvenire, il direttore Leonardo Valente lo volle con sé. Walter era socialista e cattolico, profondamente riformista. Aveva manifestato queste sue convinzioni fin dai tempi del Parini e della Zanzara. Poi passò al Corriere d’Informazione e infine al Corriere della Sera. Nel frattempo io dall’Avanti! ero passato alla Rai, a Milano, redazione del Giornale Radio. Ma con Walter e con Giorgio Santerini – ex Avanti! e poi Corsera – i rapporti erano stretti. Li avevamo consolidati occupandoci dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti e della Federazione della Stampa. Del sindacato di categoria di allora non ci andava che fosse schiacciato sul “quadro politico”, lottizzato come la Rai. Dopo che Berlinguer aveva inaugurato la politica del compromesso storico, in molti corpi intermedi della società si diffondeva la tendenza a ricalcare, diremmo quasi fotocopiare, l’articolazione del quadro politico. Pensavamo che questo rispecchiamento fosse un limite all’autonomia tanto del sindacato quanto del mestiere di informare. E non a caso queste inquietudini trovavano in prima fila giornalisti socialisti e cattolici. Tobagi era entrambe le cose.
Fu così che nacque un gruppo, poi divenuto corrente sindacale con il nome di Stampa Democratica, che abbandonò la corrente di Rinnovamento e trovò ampio spazio nelle redazioni, tanto che Tobagi divenne presidente dell’Associazione Lombarda.
Le reazioni alla “scissione” furono astiose. Gli avversari sostenevano che si trattava di una manovra eterodiretta da parte del PSI e di Craxi, per creare un ponte con chi nei giornali era su posizioni moderate o di vera e propria destra. Si parlava addirittura di una operazione Craxi-Montanelli (Il Giornale era nato da poco tra le polemiche, come secessione dal Corriere). Gli avversari di Walter non riuscivano o non volevano vedere la verità: le simpatie socialiste di molti della nuova corrente erano più l’effetto che la causa di quella scissione sindacale. La nascita di Stampa Democratica è nel 1978, l’anno di Moro. E quella tragica vicenda segnò aspramente la dialettica nelle redazioni. La “linea della fermezza” che poi portò al 9 maggio con la uccisione del presidente DC, si rifletteva nei giornali con la “linea del black out”: silenzio totale su documenti e messaggi dei brigatisti, per – si sosteneva – non agevolare la loro strategia. Walter, e noi con lui, ritenevamo che fosse giusto evitare di fare da megafono ai terroristi, ma sbagliato censurarci e limitarci a dire che i loro documenti erano “deliranti”. Era il tempo in cui si scriveva spesso di “sedicenti brigate rosse”. Una specie di verità di stato, in nome di interessi superiori che secondo noi mortificava l’autonomia e la completezza dell’informazione.
Tobagi nel lavoro così come nel suo impegno sindacale era pacato ma determinato: parlava con tutti, compresi gli estremisti, per comprendere il loro punto di vista, il loro animo. Restano capolavori di giornalismo gli articoli in cui aveva sentito anche quelli che proclamavano l’ideologia della violenza. Dopo l’assassinio di Carlo Casalegno le voci di chi non esitava, e allora erano tanti, a “non condannare” gli agguati e le sparatorie.
Un inviato, a quei tempi, stava come su un fronte di guerra. Aveva ricevuto minacce, più volte. E il suo nome era comparso tra le carte perse, forse di proposito, da un gruppo clandestino. Parecchi di noi cercarono di convincerlo a tenersi lontano dalle cronache del terrorismo, magari scegliendo di proseguire il suo lavoro come corrispondente dall’estero. Non ci diede retta, se non in piccola parte: nelle ultime settimane non seguiva più le piste rosse e nere dell’eversione. Era tornato, con grande bravura, a coprire gli eventi della politica interna. Non fosse per la sua carica di Presidente dell’Associazione dei giornalisti, quel 28 maggio non sarebbe stato a Milano: stava girando l’Italia per seguire la campagna elettorale amministrativa. Rientrò, quasi a sorpresa, per presiedere, al Circolo della Stampa, un dibattito di grande attualità, “Fare cronaca tra segreto istruttorio e segreto professionale”, indetto dopo l’arresto del giornalista del Messaggero Fabio Isman, che aveva pubblicato il memoriale di Patrizio Peci, brigatista pentito. Tra gli intervenuti l’avvocato Giandomenico Pisapia, i magistrati Adolfo Beria d’Argentine e Mauro Gresti, e molti giornalisti. Qualcuno prese nota della sua presenza, e l’indomani mattina il gruppo di apprendisti-brigatisti capeggiato da Marco Barbone lo attese sulla strada che andava da casa al garage dove teneva l’auto, e lo freddò.
Abbiamo poi seguito il processo, che lasciò allibiti i parenti di Walter, soprattutto il padre Ulderico, e tutti noi dell’Associazione Lombarda. Non un processo ai sei del gruppo 28 Marzo che lo avevano ucciso, ma un megadibattiamento con più di 150 imputati: in sostanza tutti quelli che Marco Barbone, “pentito”, aveva accusato di banda armata e azioni terroristiche, più appunto i 6 killer di Tobagi. Ne venne fuori un dare e avere che lasciò l’amaro in bocca all’opinione pubblica, perché alla fine di tutto, tra il “passivo” del delitto, e l”attivo” delle accuse, quattro su sei, quelli che collaborarono con gli inquirenti, tornarono liberi subito dopo la sentenza, dopo tre anni di carcere preventivo.
Solo dopo si seppe, e lo rivelò Craxi dalla Presidenza del Consiglio, che una nota di informatori dei carabinieri aveva segnalato che, proprio in via Solari dove Tobagi abitava, gruppi terroristici stavano studiando un’azione contro Walter. Negli anni successivi commenti e inchieste giornalistiche su questi precedenti hanno prodotto querele e processi. La giustizia italiana ha condannato chi parlava di una possibilità di salvare Tobagi se si fosse dato peso a quella segnalazione. Però, recentemente, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dato ragione a chi, Renzo Magosso e Umberto Brindani, aveva scritto di questa vicenda.
A distanza di quarant’anni Walter Tobagi ha ancora molto da insegnarci. In tema di impegno professionale e sociale, di studio, di qualità del lavoro, di rispetto per le opinioni, anche quelle degli avversari più accaniti. Parla a noi, oggi più che mai. I suoi articoli, i suoi saggi, i suoi discorsi nelle sedi sindacali sono oggetto di studio.
Perché colpirono lui? I terroristi lo hanno spiegato più volte: il loro programma era demolire la società democratica e lo stato italiano in nome di un’utopia rivoluzionaria. Chi come Tobagi, o Moro, o il giudice Alessandrini, e così tanti altri come Bachelet, D’Antona e Biagi hanno lavorato per riformare l’Italia, cambiarla in meglio con il dialogo e il metodo democratico, con il riformismo, erano un ostacolo pericoloso. Perciò andavano annientati o ridotti al silenzio.

 

A ricordare il giornalista morto giovanissimo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ricorda: “Era un democratico, un riformatore, e questo risultava insopportabile al fanatismo estremista”, oggi il suo ricordo non poteva mancare dal Partito socialista e dal senatore Riccardo Nencini:

 

Signor Presidente Mattarella, grazie per il suo giudizio sull’avventura di vita di Walter Tobagi. ‘Un giornalista libero’, basta così. Non l’ho mai conosciuto ma di lui ho letto molto. Libero e, aggiungo, eretico rispetto a certo giornalismo di sinistra e a certi salotti che solo raramente affrontarono il nodo terrorismo con decisione e verità. Si, Tobagi fu un democratico e un riformatore, ma per una volta voglio usare un linguaggio politico: era un socialista riformista e libertario, uno dei tanti che, in una stagione di ferro e di piombo, decise di vivere fuori dal coro.
Lo ammazzarono oggi, diversi anni fa. La vera ragione, una volta tanto, la scrissero i suoi sicari: ‘caposcuola di una tendenza intelligente di giornalismo’. Proprio così. Traduzione: articoli sul terrorismo scritti senza ambiguità, diretti, incisivi. Fino all’ultimo. Il socialista Tobagi rompeva i coglioni. A brigatisti e dintorni, e non solo. Walter è il presidente di Stampa Democratica. Scrive Massimo Fini: da quel giorno per certa sinistra vicina al PCI diventammo i nemici.
Alle persone che ha amato, che lo hanno amato, un abbraccio forte davvero.

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