giovedì, 4 Giugno, 2020

Convinti e renziani

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Berlusconi ha costruito e mantenuto nel Paese il proprio ventennale consenso su tre questioni, in particolare: giustizia, fisco, politiche del lavoro.

Non che le ferite sul corpo dello Stato si misurassero esclusivamente in tali ambiti. Tante, infatti, erano e sono le arretratezze, i limiti, le distorsioni del nostro sistema.

Ma proprio con riferimento a questi ambiti, da sempre, si sono registrate, rispetto a qualsiasi ipotesi di soluzione o riforma, le resistenze più ingiuste e i conservatorismi più odiosi e non solo in quanto esercitati con più durezza e ostinazione che in altri campi, ma soprattutto perché ad opera di corpi sociali e rappresentanze di interessi più di altri riconosciuti come irresponsabili, incoerenti,  inaffidabili e, in una parola, indifendibili.

Su questi tre fronti, a sentire gli interventi programmatici svolti alle Camere nella scorsa settimana, Renzi pare volersi giocare, parole sue, l’osso del collo.

Solo il fatto che un leader di centrosinistra individui tali questioni come ‘le’ questioni, dopo anni di una coalizione in costante rincorsa, quando non imbarazzata, su questi temi, basterebbe a motivarne un sostegno aperto e pieno.

Ma v’è di più.

Circa la prima questione, giustizia, si è ancora ai titoli. Ma già non è poco che tali titoli non siano quelli dettati dai documenti dell’Anm o da qualche procuratore influente.

Quanto al secondo fronte, fisco, un preambolo è stato scritto ed è quello degli 80€. Misura di scarso sostegno ai redditi individuali e poco incisiva circa lo scenario macro? Agli autorevoli economisti, che ricordano sempre più quei velisti della domenica che conoscono a memoria la rosa dei venti ma di persona non capiscono mai da dove tiri veramente, l’ardua sentenza. A chi voglia essere onesto intellettualmente, tuttavia, basti ricordare quale sia il rapporto tra 80€ e il reddito medio di un lavoratore dipendente. E, comunque, è l’idea che lo Stato fermi la propria voracità di risorse private ad essere convincente e, per una sinistra cresciuta a ‘Le tasse? Bellissime’, di un buon senso disarmante e rivoluzionario.

Riguardo il terzo ambito, le politiche del lavoro, siamo alla storia di questi giorni e alla telenovela di sempre. Per mettere i piedi nel piatto, pensare all’articolo 18 come ad un presidio di giustizia e legalità irrinunciabile (cui, peraltro, le centrali sindacali, per legge, rinunciano ben volentieri e ormai da anni) non è un delitto, bensì un errore. L’articolo 18, di cui molti parlano ma che pochi conoscono, non stabilisce il principio, questo sì irrinunciabile, circa la necessità che un licenziamento, per essere legittimo, debba essere sostenuto da una giusta causa o da un giustificato motivo, oltreché non essere discriminatorio. Esso semmai – e basterebbe leggerne il titolo… – prevede una tutela, un rimedio in caso di licenziamento illegittimo, allorquando l’azienda presenti una determinata dimensione. Ogni tutela, tuttavia, non solo può, ma deve aggiornarsi con lo sviluppo della società all’interno della quale essa è pensata e, in quanto tale, inoltre, non può non essere valutata in una prospettiva di sistema complessiva (tipologie contrattuali, ammortizzatori sociali, formazione). Questo è quanto va proponendo Renzi e questo è forse, viene da sospettare, ciò che spaventa davvero, e cioè non l’idea della modifica di una singola, per quanto evocativa, norma, ma il salto in una dimensione nuova nelle relazioni di lavoro, con qualche interlocutore nuovo, qualche protagonista che dovrà rinnovarsi e, soprattutto, qualche rendita di posizione che verrà a mancare.

Mai come in questa fase, insomma, siamo stati convinti da Renzi. Mai come in questi giorni dovremmo iniziare a sentirci renziani.

Federico Parea

 

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