sabato, 22 Febbraio, 2020

BIG BANG

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Un venerdì 13 amaro come pochi per la sinistra, il popolo di sua Maestà ha deciso, via dall’Europa e lo ha fatto con una vittoria schiacciante dei conservatori di Boris Johnson e una debacle definitiva per i laburisti guidati da Jeremy Corbyn. Il risultato migliore dei Tory dal 1987, dai tempi di Margaret Thatcher, secondo la Bbc. Boris Johnson conquista la maggioranza del seggi alla Camera dei Comuni.
Il popolo sovrano ha scelto: 364 seggi per i conservatori che avrebbero perciò i numeri per governare da soli (oltre che per approvare definitivamente l’accordo raggiunto con l’Unione Europea su Brexit). Ossa rotte invece per il Labour, il peggior risultato dal 1935, eppure era l’unico partito socialista o presunto tale sopra il 30% in tutta Europa e aveva un leader che aveva finalmente ripreso le tematiche tanto care alla sinistra primordiale come il Welfare State e sembrava così essere un faro per tutti quelli che si professavano di sinistra ed erano in cerca di una bussola.
E invece nonostante i numerosi sondaggi che parlavano di inglesi pentiti per la Brexit e in cerca di una nuova possibilità, la debacle: il 73% di chi votò “Leave” al referendum del 2016 avrebbe dato la propria preferenza ai “Conservatori” a queste elezioni. Al contrario, il 68% di chi si espresse per il “Remain” ieri avrebbe votato Labour (47%) o Libdem (21%).
Il Labour ha perso un terzo dei suoi collegi pro-Brexit, mentre ha tenuto quasi il 90% di quelli dove aveva vinto il Remain. Se concentriamo solo l’attenzione sui collegi laburisti del 2017 in cui il Leave ha vinto con più del 65% le perdite sono ancora più pesanti, con circa metà di questi seggi che passa ai Conservatori.
La maggior parte di queste perdite sono state localizzate nell’Inghilterra del Nord, in quella fascia che collega Newcastle con Liverpool. Un tempo era la zona più di sinistra del Paese, tanto che il Labour l’aveva ribattezzata “Red Wall”, il muro rosso, o “Heartland”, la terra del cuore. Ieri, dopo il disallineamento che ha seguito la Brexit, diverse roccaforti laburiste hanno resistito, ma moltissime altre sono state espugnate dai Conservatori.
Nonostante tutto Corbyn difende il manifesto elettorale laburista presentato sotto la sua leadership come un programma “di speranza, di cambiamento e contro l’ingiustizia”. E si dice convinto che le soluzioni radicali indicate in quel programma siano “popolari” e siano destinate a tornare al centro del dibattito politico. Nello stesso tempo spiega il risultato elettorale di ieri come una conseguenza della “polarizzazione” del consenso determinata dalla Brexit. Non senza aggiungere che tuttavia la Brexit “che Boris Johnson si propone” di realizzare non potrà risolvere i problemi né cancellare le istanze di giustizia sociali nel Paese.
Ma ormai il ‘dado è tratto’, il risultato è evidente e Johnson annuncia l’uscita immediata per il 31 gennaio prossimi che esulta: “Dobbiamo raccogliere la sfida che il popolo britannico ci ha consegnato”. Un’altra conseguenza evidente che avrà degli effetti di non poco conto è il risultato scozzese. Nicola Sturgeon con il suo Scottish National Party, promette battaglia. Lo Scottish National Party ieri ha conquistato 48 seggi scozzesi su 59 riportandosi vicino ai livelli record del 2015 quando ne aveva vinti 56.
A nord del Vallo di Adriano gli indipendentisti scozzesi – europeisti convinti – tengono i loro territori con una valanga di voti e chiedono un secondo referendum per l’indipendenza scozzese.
“Non pretendo che tutti coloro che ieri hanno votato lo Snp voteranno necessariamente per l’indipendenza, ma in questa elezione c’è stata un forte endorsement per la possibilità che la Scozia possa fare una scelta sul proprio futuro – ha detto Sturgeon – sulla possibilità di non dover sopportare un governo conservatore per il quale non abbiamo votato e di non dover accettare la vita come nazione al di fuori dell’Unione europea”.

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