giovedì, 28 Maggio, 2020

Coronabond, il punto della situazione

0

La richiesta di emissioni di debito comuni all’intera Eurozona non è nuova.
Il primo a lanciare l’idea degli eurobond fu Jacques Delors, presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995. L’obiettivo era finanziare attraverso l’emissione di debito sovrano dell’Ue grandi progetti comuni di investimento in infrastrutture, ricerca, energia, ambiente. Nel luglio del 2011, nel pieno della crisi dei debiti dell’eurozona, la proposta relativa alla possibile emissione di eurobond venne rilanciata dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti in un’intervista al Wall Street journal.
L’idea ha un merito tecnico intrinseco in quanto porrebbe rimedio ad uno dei difetti costruttivi dell’Unione Monetaria europea: l’assenza di meccanismi di perequazioni fiscali che fin dai tempi del lavoro pionieristico di Robert Mundell (1963) sull’Optimal Currency Area sono ritenuti elementi portanti di qualsiasi unione monetaria.
L’idea si è però sempre infranta contro le obiezioni dei paesi Nord europei che, con bilanci più solidi, si troverebbero a dover fungere da garanti di ultima istanza qualora uno degli Stati con fondamentali più deboli si trovasse impossibilitato ad onorare la sua quota di obbligazioni comuni. I principali beneficiari sarebbero invece i paesi del Sud Europa, con bilanci pubblici più fragili, che potrebbero indebitarsi a tassi molto più bassi contribuendo alla sostenibilità del debito.
Ad oggi, con il dibattito che ha preso nuovo vigore, la linea ufficiale dei paesi rigoristi è che se l’Italia o la Spagna si trovassero in difficoltà finanziarie con un incremento del costo del debito dovrebbero far ricorso all’OMT (Outright Monetary Transactions): acquisti di titoli illimitati da parte dell’ECB volti a contenere lo spread. Questi acquisti sono subordinati ad una valutazione positiva sulla sostenibilità del debito ed all’accettazione di condizioni più o meno stringenti sull’utilizzo dei fondi e le politiche  da adottare negli anni seguenti per contenere e ridurre debito.
Le obiezioni dell’Italia sono di forma e di sostanza: (i) l’OMT è uno strumento che comporta la stigmatizzazione per chi ne fa ricorso, un riconoscimento esplicito delle difficoltà; (ii) è uno strumento pensato in un contesto diverso per difficoltà di paesi singoli non come risposta coordinata ad un problema comune; (iii) se la valutazione di sostenibilità del debito fosse negativa, l’OMT richiederebbe una ristrutturazione del debito; (iv) l’OMT potrebbe prevenire un allargamento degli spread non la loro convergenza sui livelli tedeschi; (v) il Governo italiano è avverso ad accettare condizioni di qualsiasi genere.
Ed è proprio l’ultimo punto la questione dirimente. Prima del recentemente irrigidimento, la Germania non era a priori contraria agli Eurobond ma nel momento in cui si procede alla condivisione dei rischi voleva regole chiare sulle modalità di utilizzo delle risorse e sulle politiche necessarie a ridurre il debito dopo la crisi.
La richiesta di condizioni non è una pretesa assurda: (i) qualsiasi prestatore vuole avere chiarezza sugli utilizzi delle risorse finanziarie e sui cashflow futuri per ripagare il debito;  (ii) dai tempi di Keynes è accettato che l’utilizzo prioritario ed elettivo della politica fiscale è la sua funzione anticongiunturale. La spesa pubblica va aumentata accumulando debito nei periodi di recessione per stimolare la domanda, ma va ridotta, ripagando il debito , nei periodi di crescita più sostenuta. Ciò che negli ultimi 4/5 anni non è avvenuto in Italia, indebolendone la capacità di reazione anticongiunturale e minandone la credibilità.
Per cui sia che alla fine ci saranno gli Eurobond, come auspicabile, o che venga utilizzato l’OMT è difficile, se non impossibile, che non ci siano “condizioni”, piuttosto si dovrebbe discute di quali esse debbano essere.


Guido Della Valle

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply