venerdì, 4 Dicembre, 2020

Coronavirus e lockdown. Oltre un milione i nuovi poveri

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La pandemia del coronavirus, negli ultimi mesi, ha fatto salire di oltre un milione i nuovi poveri che nel 2020 hanno bisogno di aiuto anche per mangiare per effetto della crisi economica e sociale provocata dall’emergenza e dalla conseguente perdita di opportunità di lavoro.
Lo ha comunicato la Coldiretti basandosi sulle persone che da allora hanno beneficiato di aiuti alimentari con i fondi Fead distribuiti da associazioni caritatevoli che hanno registrato un aumento, anche del 40%, delle richieste di aiuto. Nel report dell’Istat sulla povertà in Italia, nel 2019, circa 1,7 milioni di famiglie risultano in condizione di povertà assoluta per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui.
Oggi, la Coldiretti ha comunicato: “Fra i nuovi poveri nel 2020 ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie. Persone e famiglie che mai prima d’ora avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche. Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia. Situazioni diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, secondo gli ultimi dati Fead”.

Secondo l’indagine Coldiretti/Ixè: “Una emergenza sociale, senza precedenti dal dopoguerra, contro la quale si è attivata la solidarietà, per rafforzare gli interventi sul piano alimentare, a chi si trova in difficoltà. Quasi 4 italiani su 10 (39%) dall’inizio dell’emergenza hanno dichiarato di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno attraverso donazioni o pacchi alimentari, anche utilizzando le operazioni di aiuto messe in campo dagli agricoltori con la spesa sospesa”.
Anche l’Istat, in un report ad hoc, ha analizzato la situazione e le prospettive delle aziende italiane per fare il punto sulla crisi economica che ha colpito il sistema produttivo a seguito dell’emergenza Covid-19.
Nella premessa del report dell’Istat si legge: “In piena emergenza coronavirus, tra marzo e aprile, oltre 4 imprese su 10 hanno visto dimezzare il valore del loro fatturato e oltre la metà (il 51,5%, con un’occupazione pari al 37,8% del totale) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020.  Le imprese sospese fino al 4 maggio sono state il 45% e il 38% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività. Inoltre, il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito previsto nei decreti Cura Italia e Imprese. La Cig è stata utilizzata dal 70% delle aziende e, una volta terminata l’emergenza, le imprese hanno rivisto gli spazi per garantire il distanziamento (e la ripresa). Ma per 14,4% è risultato impossibile. La rilevazione è stata condotta tra l’8 e il 29 maggio 2020, con l’obiettivo di raccogliere valutazioni direttamente dalle imprese in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività”.
Più dettagliatamente l’Istat ha comunicato: “Nella fase 1 dell’emergenza sanitaria il 45% delle imprese con 3 e più addetti (458 mila, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato) ha sospeso l’attività. Per il 38,3% (390 mila imprese) la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo mentre il 6,7% (68 mila) lo ha fatto di propria iniziativa. Sono invece il 22,5% (229 mila, che rappresentano il 24,2% degli addetti e il 21,2% del fatturato) le imprese che sono riuscite a riaprire prima del 4 maggio dopo un’iniziale chiusura, spiegando la decisione in diversi modi: a seguito di ulteriori provvedimenti governativi (8,8%), attraverso una richiesta di deroga (5,9%) o per decisione volontaria (7,7%).  Oltre tre imprese su 10 (32,5%) sono rimaste sempre attive (331 mila); questa quota di imprese è la più rilevante dal punto di vista economico e dell’occupazione in quanto rappresenta il 48,3% degli addetti e il 60,9% del fatturato nazionale”.
Per quanto riguarda la liquidità l’Istat ha segnalato: “La crisi economica che ha colpito il sistema produttivo a seguito dell’emergenza sanitaria, produce, nelle valutazioni delle imprese, effetti di medio periodo per quasi nove aziende su dieci. Oltre la metà delle imprese (51,5%, con un’occupazione pari al 37,8% del totale) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020 e il 38,0% (27,1% il loro peso occupazionale) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività. La mancanza di liquidità è tanto più diffusa quanto minore è la dimensione aziendale, interessata anche da una dinamica più negativa del fatturato. Dal punto di vista settoriale è più accentuata per le imprese delle costruzioni, soprattutto se piccole (che rappresentano il 56,4% del totale) e per le micro imprese dell’industria in senso stretto (56,0%)”.
Sul fatturato, l’Istat ha segnalato: “A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività: rispettivamente il 58,9% e il 53,3% rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto e al 30,3% del commercio. Oltre il 70% delle imprese (che rappresentano il 73,7% dell’occupazione) dichiara una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%. Nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile”.
Così l’Istat ha spiegato il ricorso alla Cig: “Oltre il 70,2% delle aziende con almeno 3 addetti ha fatto ricorso alla Cassa integrazione guadagni (Cig) o a strumenti analoghi come il Fondo integrazione salariale (Fis), per fronteggiare gli effetti dell’epidemia Covid-19. Altre misure di gestione del personale hanno avuto una applicazione più circoscritta: l’obbligo delle ferie per i dipendenti (o iniziative temporanee per ridurre il costo del lavoro) e la riduzione delle ore o dei turni di lavoro sono state indicate rispettivamente dal 35,9 e dal 34,4% delle imprese; l’introduzione o diffusione del lavoro a distanza ha coinvolto quasi un quarto delle unità mentre il rinvio delle assunzioni previste, la rimodulazione dei giorni di lavoro e la formazione aggiuntiva dei lavoratori hanno riguardato una percentuale di imprese compresa tra il 10 e il 13,5%”.
L’Istat ha anche evidenziato lo ‘smart working’: “Il lavoro a distanza ha coinvolto quasi un quarto delle imprese italiane durante l’emergenza sanitaria: il 90% delle grandi imprese (250 addetti e oltre) e il 73,1% delle imprese di dimensione media (50-249 addetti) hanno introdotto o esteso durante l’emergenza Covid lo smart working. La percentuale scende al 18,3% nelle microimprese (3-9 addetti) e al 37,2% nelle piccole (10-49 addetti). Nei mesi immediatamente precedenti la crisi (gennaio e febbraio 2020), escludendo le imprese prive di lavori che possono essere svolti fuori dai locali aziendali, solo l’1,2% del personale era impiegato in lavoro a distanza. Tra marzo e aprile questa quota sale improvvisamente all’8,8%. L’incidenza di personale impiegato in modalità agile arriva al 21,6% nelle imprese di medie dimensioni dal 2,2% di gennaio/febbraio mentre nelle grandi dal 4,4% dei primi due mesi dell’anno accelera fino al 31,4%”.
La prevenzione negli ambienti di lavoro evidenziata dall’Istat: “La quasi totalità delle imprese (96,7%) ha provveduto a sanificare gli ambienti di lavoro e ha dotato i propri dipendenti di dispositivi di protezione individuale (Dpi). Inoltre, tra le imprese non cessate o comunque in condizione di riaprire entro l’anno, il 59,9% (70,2% dell’occupazione) fa eseguire il controllo della temperatura ai dipendenti. Le imprese italiane dichiarano una forte attenzione alle misure di precauzione e contrasto all’epidemia: il 49,1% (68,5% dell’occupazione complessiva, circa 8,8 milioni di addetti) ha messo in atto strategie integrate di precauzione, prevedendo cioè l’utilizzo congiunto di almeno una delle misure per le diverse categorie di intervento, mentre solo il 2,9% (1,7% dell’occupazione, circa 214 mila addetti), non ha predisposto alcuna misura. Nel 69,8% dei casi si sono messe in atto strategie informative o procedure di triage, nel 69,7% sono state previste forme di adattamento dell’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi. Poco meno di due imprese su tre (65,9%) hanno definito misure legate ai protocolli sindacali e alla formazione”.
Sull’adeguamento degli spazi, l’Istat ha segnalato: “Il 56,3% delle imprese (63,2% in termini di occupazione) ha già adottato l’adeguamento degli spazi di lavoro per assicurare il distanziamento fisico dei lavoratori, il 29,3% (26,7% degli addetti) non ha ancora provveduto ma afferma di poterlo fare, ma il 14,4% (10,1% di addetti) dichiara che gli spazi di lavoro risultano impossibili da adeguare. Dal punto di vista settoriale, l’adozione di questa misura risulta particolarmente difficoltosa nelle costruzioni, dove il 41,9% delle imprese ha provveduto all’adeguamento mentre il 29,4% afferma di non essere nella condizione di farlo. Le difficoltà sono decisamente minori nel comparto del commercio: ha provveduto ad adeguare gli spazi lavorativi il 68,1% delle imprese e solo il 10,2% ritiene che non sia possibile. La difficoltà a riadattare gli spazi di lavoro dipende poi molto dalla dimensione aziendale. A dichiararsi impossibilitate a farlo sono il 15,3% delle micro-imprese e l’11,6% delle piccole (che insieme rappresentano il 7,2% dell’occupazione complessiva)”.
Nel frattempo sono peggiorati i conti pubblici. La Banca d’Italia fa sapere: “Sale il debito pubblico ad aprile, attestandosi a 2.467 miliardi in aumento di 36 miliardi rispetto a marzo quando risultò pari a 2.431 miliardi. Si torna quindi ai livelli di luglio scorso, quando il debito si attestò a 2.467,4 miliardi”. Ad aprile 2019, era a quota 2.430,4 miliardi. Naturalmente hanno influito anche gli spostamenti delle scadenze per le entrate.
Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, si tratta di un debito destinato ad aumentare. In conclusione, secondo Dona: “È come se ogni famiglia avesse già oltre 94 mila euro di debito, 94.591 euro per la precisione. Se consideriamo la popolazione residente è come se ogni italiano avesse un debito di oltre 40 mila euro, 40.872 euro”.

Ancora l’Istat ha comunicato i dati sull’inflazione: “Nel mese di maggio l’inflazione in Italia torna negativa per la prima volta da ottobre 2016 (quando la flessione dell’indice generale fu pari a -0,2%). Lo rileva l’Istat. Nel mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registri una diminuzione dello 0,2% sia su base mensile sia su base annua (ad aprile la variazione tendenziale era nulla). La stima preliminare era -0,1%. A determinare questo andamento è soprattutto la forte flessione dei prezzi dei carburanti (una delle componenti più volatili del paniere), che spingono la diminuzione dei prezzi dei prodotti energetici a un’ampiezza (-12,7% da -7,6%) che non si registrava da luglio 2009 (quando si attestò a -14,6%). Al netto degli energetici, l’inflazione sale infatti a +1,0% e la componente di fondo a +0,8%”.

Più dettagliatamente: “L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici rimangono stabili rispettivamente a +0,8% e a +1,0%. Anche la flessione congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (-4,2%), solo in parte compensata dall’aumento dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (+1,2%). L’inflazione acquisita nel 2020 è pari a -0,1% per l’indice generale e a +0,6% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) è diminuito dello 0,3% sia su base mensile che su base annua (da +0,1% del mese precedente); la stima preliminare era -0,2%. Infine, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, registra una diminuzione dello 0,2% su base mensile e dello 0,4% su base annua”.
L’Istat ricorda che gli indici dei prezzi al consumo di maggio sono stati elaborati nel contesto dell’emergenza sanitaria dovuta al diffondersi del coronavirus in Italia, che ha visto prolungarsi la sospensione delle attività di ampi segmenti dell’offerta di beni e servizi di consumo.

L’impianto dell’indagine sui prezzi al consumo, basato sull’utilizzo di una pluralità di canali per l’acquisizione dei dati, ha consentito di ridurre gli effetti negativi dell’elevato numero di mancate rilevazioni. A maggio, frena lievemente il cosiddetto carrello della spesa, che nel contesto del calo dell’inflazione (che torna negativa) mantiene comunque una crescita sostenuta rallentando di un decimo di punto rispetto ad aprile.
L’Istat ha spiegato: “I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona frenano lievemente da +2,5% a +2,4%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano una variazione tendenziale nulla (da +0,8% di aprile)”.
Un po’ di ottimismo arriva dagli economisti di Morgan Stanley che sostengono il prossimo inizio di un nuovo ciclo di espansione in cui la produzione tornerà ai livelli di crisi pre-coronavirus entro il quarto trimestre, anche se dovesse verificarsi una seconda ondata di contagi in autunno.

Secondo queste nuove stime, il Pil mondiale si attesterà a -8,6% nel II trimestre per poi risalire al +3% entro il primo trimestre del 2021.
Gli economisti di Morgan Stanley, guidati da Chetan Ahya, hanno affermato: “Abbiamo maggiore fiducia nella possibilità di una ripresa a forma di V, date le recenti sorprese al rialzo nei dati di crescita e grazie alle politiche monetarie e fiscali messe in atto. Nel nostro scenario di base, ipotizziamo che una seconda ondata di infezioni si verificherà entro l’autunno, ma che sarà gestibile e porterà a un blocco selettivo. Secondo questo scenario in cui un vaccino sarà ampiamente disponibile entro l’estate del 2021”. Ciò detto, hanno messo anche in guardia dal rischio che l’aumento del debito e dei deficit possa costringere i governi a ritirare i loro massicci stimoli fiscali.
C’è una domanda che dovrebbero porsi i lettori: oltre al Libano ed all’Argentina quanti altri Paesi sono a rischio di default e quindi non saranno in condizione di sostenere l’economia con massicci sostegni della spesa pubblica? Anche l’Italia, senza il sostegno dell’Unione europea correrebbe questo rischio. Più di tutti rischiano i poveri di tutto il mondo. Da tempo, dalle pagine di questo giornale sosteniamo la necessità di una più equa distribuzione della ricchezza mondiale, anche quando era impensabile la crisi pandemica che ha assalito l’umanità.

Salvatore Rondello

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