giovedì, 18 Luglio, 2019

Cosa fare in caso di omissione contributiva. Inps, riscatto periodi di lavoro all’Estero

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Lavoro
COSA FARE IN CASO DI OMISSIONE CONTRIBUTIVA

Cosa fare se il datore di lavoro non paga i contributi all’Inps. Tra gli obblighi del datore di lavoro non c’è solo il dover corrispondere regolarmente le retribuzioni dovute al proprio dipendente, ma anche il versamento degli oneri previdenziali utili ai fini pensionistici. Eppure sempre più datori di lavoro non rispettano quest’obbligo, come confermano i dati recenti secondo cui negli ultimi otto anni il debito complessivo accumulato dalle imprese in merito ai contributi non corrisposti è aumentato del 21,4%. Per questo motivo ogni lavoratore dipendente dovrebbe fare costantemente un estratto conto contributivo così da verificare che il datore di lavoro gli paghi regolarmente i contributi. D’altronde, se ci si accorge in tempo degli oneri contributivi omessi è più facile far valere il proprio diritto, mentre lo è molto meno qualora nel frattempo siano già scaduti i termini della prescrizione.
I contributi non versati negli ultimi cinque anni, difatti, si possono recuperare agevolmente – e con zero costi per il dipendente – facendo una formale segnalazione all’Inps e all’Agenzia per le Entrate. In questo caso, infatti, spetta a questi due enti emettere una notifica di accertamento di reato per mancato versamento contributivo dando al datore di lavoro tre mesi di tempo per regolarizzare la posizione del proprio lavoratore. Più complicato risulta invece recuperare i contributi per periodi lavorativi antecedenti agli ultimi cinque anni, poiché questi nel frattempo sono caduti in prescrizione. L’Inps quindi non può più agire nei confronti del datore di lavoro per chiedere il pagamento degli oneri assicurativi omessi, né tantomeno può farlo l’Agenzia delle Entrate.
L’unico che può rivalersi sul datore di lavoro è il dipendente stesso, il quale può citarlo in giudizio, supportato da un avvocato, per chiedere il risarcimento del danno subito. Parallelamente il dipendente può rivolgersi all’Inps per la costituzione di una rendita vitalizia, con la quale si percepisce una rendita di importo pari alla pensione, o alla quota di pensione, che gli sarebbe stata erogata qualora il datore di lavoro non avesse mancato all’obbligo del pagamento dei contributi dovuti. Per riscattare la contribuzione non corrisposta, però, il dipendente deve pagare di tasca propria, con la possibilità comunque di rivalersi – in sede di giudizio – sul datore di lavoro chiedendo un risarcimento pari all’onere sostenuto per la costituzione della rendita vitalizia.

Inps
RETRIBUZIONI 2019 PER MALATTIA, MATERNITA’ E TUBERCOLOSI

La circolare Inps del 3 giugno 2019, n. 79 riporta la misura, per il 2019, del limite minimo di retribuzione giornaliera e degli altri valori da considerare per il calcolo delle contribuzioni dovute per malattia, maternità e tubercolosi per la generalità dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi.
Nella stessa circolare sono, inoltre, indicati gli importi da prendere a riferimento, sempre nel corso del 2019, per prestazioni di maternità e paternità, congedo parentale, assegni per il nucleo familiare, malattia e degenza ospedaliera concesse a favore dei lavoratori iscritti alla Gestione Separata dei lavoratori autonomi, per l’assegno di maternità dei Comuni erogato alle casalinghe, e per l’assegno di maternità dello Stato per i lavoratori atipici e discontinui.
Vengono, infine, indicati i limiti di reddito ai fini dell’indennità del congedo parentale nei casi previsti dall’articolo 34, comma 3, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 e gli importi massimi ai fini dell’indennità economica e dell’accredito figurativo per i periodi di congedo riconosciuti in favore dei familiari di disabili gravi. 

Inps
RISCATTO DEI PERIODI DI LAVORO ALL’ESTERO

È una facoltà che permette di riscattare i periodi di lavoro subordinato compiuti all’estero, non coperti da assicurazione sociale riconosciuta dalla legislazione italiana.
Possono esercitare la facoltà di riscatto i lavoratori che, al momento della presentazione della domanda, abbiano la cittadinanza italiana, anche se durante i periodi di lavoro da riscattare abbiano avuto la cittadinanza straniera. Inoltre, hanno titolo di accesso all’operazione anche i superstiti, qualunque sia la loro cittadinanza, di lavoratori deceduti dopo il 30 aprile 1969, che, alla data dell’evento, erano cittadini italiani.
Non possono invece esercitare la facoltà di riscatto i datori di lavoro, pure se si tratta di imprese o amministrazioni italiane.
Sono in particolare riscattabili i periodi di lavoro subordinato prestati all’estero:
in Paesi che non hanno sottoscritto con l’Italia convenzioni in materia di assicurazioni sociali;
in Paesi che hanno stipulato con l’Italia convenzioni in materia di assicurazioni sociali, relativamente ai periodi cui la convenzione non si estende e che quindi non siano valutabili in regime convenzionale ai fini del perfezionamento del diritto a pensione.
Importante, il periodo di lavoro può essere riscattato in tutto o in parte (per esempio solamente le settimane necessarie al perfezionamento dei requisiti per la pensione).
I contributi possono essere a tutti gli effetti accreditati soltanto dopo il pagamento di un onere di riscatto e sono utili sia per il diritto che per la misura di tutte le pensioni.
Per l’accoglimento della richiesta di riscatto è necessario provare l’esistenza e la durata del rapporto di lavoro. L’esistenza del rapporto di lavoro deve risultare da documentazione certa esibita in originale, attinente al rapporto medesimo e risalente all’epoca dello stesso rapporto o anche in periodi successivi, ma comunque remoti rispetto alla domanda di riscatto (buste paga, libretti di lavoro, lettere di assunzione, di licenziamento, di ben serviti e simili).
Sono ritenute valide le dichiarazioni di lavoro rilasciate da istituzioni pubbliche straniere che attestino sia il rapporto di lavoro che la sua durata, debitamente tradotte. Le dichiarazioni prive delle caratteristiche suddette e rilasciate ora per allora dal datore di lavoro devono essere necessariamente convalidate dalle autorità consolari con riguardo al contenuto intrinseco delle dichiarazioni in argomento e pertanto basarsi su opportune verifiche e accertamenti relativi all’effettivo espletamento del rapporto di lavoro.
Gli altri elementi del rapporto di lavoro quali la durata, la retribuzione, la qualifica possono essere provati con altri mezzi, anche orali.
Di tale documentazione, se redatta in lingua straniera, deve essere prodotta la traduzione recante la convalida dell’autorità diplomatica o consolare del Paese da cui i documenti provengono, ovvero dei traduttori a ciò legalmente autorizzati. Se il richiedente il riscatto risiede all’estero, la traduzione di tali documenti dovrà invece essere convalidata dall’autorità consolare o diplomatica italiana del Paese di residenza o del Paese nella cui lingua i documenti sono stati redatti.
L’istanza di ammissione all’operazione di riscatto per lavoro all’estero può essere inoltrata senza limiti temporali, anche dopo la concessione di un trattamento pensionistico.
La domanda si presenta online all’INPS attraverso il servizio dedicato. In alternativa, può essere effettuata tramite:
 Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164164 da rete mobile;
 enti di patronato e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.
Per ulteriori informazioni è comunque consigliabile consultare la circolare Inps del 29 dicembre 2016, n. 228, alla quale per ogni opportunità si rimanda..

Galbusera
SALARIO MINIMO: IL RISCHIO DI FARLO PER LEGGE

Un salario minimo stabilito per legge può confliggere con la Costituzione, e in nome dell’attuazione dell’art. 36 (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”) può ledere l’art. 39, che attribuisce alle organizzazioni sindacali la personalità giuridica e la potestà di stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria (erga omnes) per i lavoratori delle diverse categorie. E’ questa l’opinione di un profondo conoscitore di storia sindacale, storia di cui lui stesso è stato protagonista: Walter Galbusera, economista (è laureato alla Bocconi), a lungo segretario generale della Uil Metalmeccanici di Milano, e ora presidente della Fondazione Anna Kuliscioff.
“Nel disinteresse della pubblica opinione – ha recentemente affermato Galbusera – con la sostanziale condivisione delle maggiori organizzazioni sindacali e utilizzando la bandiera del salario minimo, si delinea un progetto sotterraneo di revisione costituzionale, avviata con un disegno di legge da parte del presidente 5Stelle della commissione Lavoro del Senato, Nunzia Catalfo, a cui si accompagna un ddl del senatore Pd Tommaso Nannicini che, pur allargando l’orizzonte al tema della partecipazione dei lavoratori (richiamando l’articolo 46 della Costituzione), ha molti aspetti in comune con quello grillino”.
“Entrambi hanno l’obiettivo dichiarato di stabilire un salario minimo per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione il cui effetto sarebbe però anche quello, seppur in via indiretta, di ‘manomettere’ l’articolo 39”, ha posto in risalto l’ex sindacalista.
Una legge potrebbe avere l’effetto “di attribuire ai soli gruppi dirigenti di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, che oggi legittimamente si autogovernano, la rappresentanza presunta ope legis che li trasformerebbe (in violazione appunto dell’articolo 39) in fonti di produzione giuridica attraverso l’estensione erga omnes dei contratti collettivi da essi sottoscritti”, ha ulteriormente spiegato Galbusera.
“In sostanza, si otterrebbe l’applicazione dell’articolo 39 senza rispettarne i presupposti indicati, aggirando le condizioni poste dai costituenti (statuto interno a base democratica e registrazione) per ottenere gli stessi risultati. Naturalmente, un peso non indifferente avrebbero la modalità con cui si dovrebbe accertare l’effettiva rappresentanza di iscritti e voti elettorali ricevuti e, soprattutto, le modalità attraverso le quali si esprime la volontà dei lavoratori e delle imprese che, mediante forme di democrazia delegata o di democrazia diretta, decidono se accettare o respingere i contenuti di un accordo”, ha rimarcato l’ex sindacalista.
“Non si può certo prefigurare questo progetto come la replica del ‘Patto di Palazzo Vidoni’ del 1925 quando i sindacati fascisti e la Confindustria si auto attribuirono la rappresentanza reciproca ed esclusiva delle forze sociali, ma occorre costruire un percorso condiviso per dare effettiva attuazione a norme di maggiore trasparenza e rispettare la effettiva volontà dei lavoratori che si ritrovano nelle diverse organizzazioni”, ha concluso Galbusera.

Carlo Pareto

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