domenica, 21 Aprile, 2019

Costo della democrazia: il problema non sono i rimborsi, ma la gestione

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Dopo Tangentopoli ormai la politica italiana è concepita come corrotta, anche se dagli ultimi dati risulta una drastica riduzione dei rimborsi dalle penultime consultazioni politiche quelle del 2013.
La riduzione può essere spiegata con l’introduzione della Legge 28 dicembre 2013, n. 149, varata dal governo Letta che ha previsto l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Fino ad allora esisteva infatti non solo un contributo statale per il funzionamento ordinario dei partiti, ma anche un rimborso per le spese elettorali da questi sostenute per le elezioni politiche, europee e regionali.
A decorrere dal 2014 è stato dato vita al 2×1000, novità principale nel finanziamento alla politica, che prevede però norme più stringenti e ha come le ultime leggi elettorali lo scopo di tenere fuori dal campo politico il proliferare di partitini e piccole compagini accusate di essere solo dei portabandiera di grandi coalizioni.
Dagli ultimi dati, come da quelli meno recenti è evidente infatti che a prendere la fetta più grossa della torta sono stati naturalmente i partiti di centrodestra e centrosinistra (nelle loro varie forme), che hanno raccolto oltre il 70% dei soldi erogati dallo Stato. In particolare il Centrosinistra e il Pd si attesta come primo per soldi ricevuti dallo Stato.
Nonostante la volontà di risparmiare ed evitare sprechi dei soldi dei contribuenti, resta tuttavia una falla nella legge sui rimborsi e riguarda le Regioni, quelle che tra l’altro risultano essere le protagoniste degli ultimi scandali sui rimborsi elettorali.
I consigli di tutte le regioni italiane stanziano annualmente dei fondi per finanziare l’attività dei gruppi, per una cifra totale che supera i 30 milioni di euro all’anno. Soldi che sono spesso stati citati nelle cronache giudiziarie per le malversazioni e gli scarsi controlli sul loro utilizzo.
Sempre più spesso poi è la Magistratura a interessarsi delle questioni, ma da lì lo scandalo è già partito e spesso risulta difficile poter recuperare quanto già erogato dallo Stato (vedi i 49 milioni delle Lega). Anche la Corte dei Conti spesso si trova a dover far fronte a spese e consuntivi che non risultano corrispondere con i bilanci denunciati. Senza dimenticare poi che spesso è difficile anche poter accedervi: nonostante la legge obblighi alla comunicazione dei dati entro 45 giorni dalla consultazione elettorale molte formazioni politiche risultano inadempienti. Il più delle volte sono necessarie molte sollecitazioni prima che quasi tutte le liste consegnino alla Corte la rendicontazione completa.
Paradossalmente poi più le Regioni sono piccole più tendono a spendere di più. Come il caso del Molise che risulta ancore la Regione i cui abitanti spendono di più per le campagne elettorali e i rimborsi dei vari Partiti.
Non sembra in questo aver influito minimamente la legge emanata dal Governo Letta per contenere gli scandali sui rimborsi, questo però sempre a livello regionale. Senza analizzare le Regioni a statuto speciale, basta considerare l’esempio di tre Regioni recentemente commissariate.
Rimborsoli della regione Piemonte ad esempio è scoppiato nel 2014 e ha riguardato l’ex Governatore Roberto Cota, in quell’anno la Lega ha dichiarato 34mila euro alla Regione, un numero di poco inferiore a quanto denunciato dallo sfidante di Sergio Chiamparino 35mila euro. Le due cifre dichiarate non raggiungono comunque i 119mila euro del neonato Movimento Cinque Stelle. Tra l’altro i dati del M5S risultano quelli più completi e meno approssimativi su entrate e uscite.
Un’altra regione da tenere in considerazione è la Calabria, in questo caso nell’occhio del ciclone è finito il Partito democratico con Mario Oliverio presidente. In questo caso nell’anno dello scandalo 2015 risulta strano che nell’anno dello scandalo le spese maggiori riguardino proprio cancelleria, stampa e rappresentanza, quelle che in teoria sono più falsificabili e meno controllate. Allo stesso modo e sulle stesse voci di spesa anche il Partito democratico (quasi 1200 euro tra spese di Cancelleria)
Ma anche questo non è un caso, infatti Dal 2012 un decreto del presidente del consiglio, d’accordo con le regioni, fissa alcune regole su come impiegare correttamente il contributo per le spese di funzionamento ai gruppi nei consigli regionali. Il contributo può essere usato per: spese di cancelleria; acquisto di libri, quotidiani e riviste; spese telefoniche e postali; promozione dell’attività del gruppo; acquisto di spazi pubblicitari per la promozione dell’attività del gruppo. Il sospetto resta che molte altre spese vengano coperte in queste voci.
Infine altro partito, altra Regione. In Abruzzo la rendicontazione è stata addirittura esaltata dalla Corte dei Conti nel 2013. La Corte dei conti ha certificato l’avvenuto risanamento dei bilanci della sanità abruzzese. Lo riporta e lo sottolinea il movimento politico “Abruzzo al Centro“, riferendo la nota che la sezione regionale della magistratura contabile ha illustrato lo scorso 12 aprile, con cui si riportano le conclusioni dell’«Indagine sulla sanità pubblica nella Regione Abruzzo». Anche i registri contabili risultano perfettamente in ordine e leggibili, ma ciò è avvenuto soprattutto dopo lo scandalo di Sanitopoli della Regione per i fatti del 2007 e 2008

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