giovedì, 28 Maggio, 2020

Covid-19, futuro dei sistemi sociali ad economia di mercato

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La sfida con cui il mondo è chiamato a confrontarsi, dopo lo scoppio della pandemia da “Coronavirus-19”, è del tutto diversa da quella determinata dalla crisi globale del 2007/2008; quella attuale trae infatti origine dall’economia reale e non da quella finanziaria, indotta nel 2007 dal crollo dei mercati immobiliari dei sub-prime americani.
Ciò non significa però un capovolgimento del sistema di trasmissione tra cause ed effetti, e neppure – si osserva – una prevalenza del settore reale, con conseguente riconduzione di quello finanziario alla sua funzione originaria di ancella dell’economia reale; la crisi attuale evidenzia solo che gli esiti degli shock attuali sulla stabilità di funzionamento dell’economia contemporanea sono destinati, in regime di integrazione mondiale delle economie nazionali governata secondo la logica dell’ideologia neoliberista, a ripercuotersi, a causa della loro trasversalità e pervasività, sull’intera struttura (reale e finanziaria) dei sistemi sociali ad economia di mercato. Ne è prova il fatto, che all’interno della comunità degli economisti aperti all’accettazione dei valori del neoliberismo, si è diffusa la convinzione che l’espansione della pandemia da COVID-19 e le politiche di contenimento dei suoi effetti sullo stato di salute dei popoli inaugurate da molti Paesi genereranno disfunzioni sia dal lato della domanda aggregata, che da quello dell’offerta di beni e servizi.

Per trovare una situazione paragonabile a quella indotta dalla diffusione della pandemia attuale, molti osservatori ricorrono all’evocazione delle guerre, il cui impatto sulla domanda aggregata comporta la distruzione di “capacità produttiva”, traducendosi in un impatto negativo sull’offerta di beni e servizi. Così come è avvenuto nel corso delle guerre vissute nel corso del secolo scorso, la catena di eventi indotti da COVID-19 ha infatti colpito, come già si è detto, nello stesso tempo, sia la domanda che l’offerta aggregate dell’economia globale. Col rallentamento dell’economia cinese e gli effetti a cascata da esso determinati in altre aree dell’economia-mondo, a causa dell’interruzione dei flussi di approvvigionamento delle attività produttive, della cancellazione degli ordinativi e dell’allungamento indefinito dei tempi di consegna, sarà inevitabile che il blocco dell’attività produttiva si “scarichi” sulla stabilità occupazionale della forza lavoro, soprattutto su quella parte di essa meno tutelata sul piano sindacale.
Ciò che gli economisti neoliberisti cinicamente mancano di rilevare nelle loro analisi della crisi in atto e delle modalità con cui superarla, è la considerazione che le pandemie, al di là delle tensioni che possono provocare sulle condizioni di operatività dei sistemi economici integrati nell’economia-mondo, abbiano implicazioni ben più profonde e tali da trascendere il problema della stabilità economica. Essi mancano infatti di considerare che il verificarsi delle pandemie non è un fenomeni casuale, ma una manifestazioni di shock destabilizzanti, le cui cause sono il risultato di scelte riguardanti direttamente il contenuto e la qualità dell’attività d’investimento del passato. La “smemoratezza” degli economisti neoliberisti non può non apparire caratterizzata da un cinismo ingiustificabile, se si considera che essi, nelle loro riflessioni sulle conseguenze dello scoppio dell’attuale pandemia, arrivano a considerare inevitabile solo la necessità dell’assunzione da parte dei singoli Stati del rischio cui è esposta la salute pubblica con le attuali modalità di funzionamento dell’economia capitalistica globalizzata, in luogo di un “addomesticamento degli animal spirit” che sinora l’hanno pervasa.

Dopo tanti anni di politiche neoliberiste e di contrazione degli investimenti nel sistema di protezione sociale (e di taglio della spesa pubblica per il potenziamento del sistema sanitario), il rischio pandemico di malattie sconosciute esprime bene i pericoli cui sono esposte le attuali economie integrate nel mercato globale; il verificarsi di un evento imprevisto qual è COVID-19 rende evidente il fatto che in assenza di efficaci ed estese istituzioni destinate a salvaguardare lo stato di salute dei cittadini, la dinamica fuori controllo dell’economia globale non può che diventare una “spada di Damocle” destinata a pesare costantemente sulla stessa sopravvivenza del genere umano.
La diffusione del contagio e la mancata risposta unitaria a livello globale alla sfida della pandemia hanno approfondito il richiamo dei popoli alla comunità nazionale e al senso di appartenenza ad una comunità solidale, col tendenziale rifiuto delle politiche ispirate all’ideologa neoliberista che continuano ad essere fondate sulla certezza di un mercato e di un sistema sociale capaci di autoregolarsi sulla base della presunta validità operatività della mano invisibile di smithiana memoria.
Sulla necessità di un’azione sopranazionale anti-pandemica, non può non stupire il fatto che l’Unione Europea stenti ad intraprendere un’azione unitaria e solidale, non solo per contenere nell’immediato le conseguenze sanitaria ed economiche della diffusione degli esiti distruttivi economici di COVID-19, ma anche per elaborare una linea di azione con cui affrontare anche quelli sociali, una volta portata sotto controllo la pandemia.

Di fronte alla crisi pandemica, la governance europea, si è dimostrata prevalentemente propensa a modificare alcuni dei vincoli in atto all’autonomia monetaria dei singoli Paesi, come la sospensione della cosiddetta “condizionalità” del patto di stabilità. Si tratta però di una decisione dal duplice volto; ciò perché, se per un verso l’attenuazione di uno dei vincoli più rigidi della costituzione materiale europea può indurre ad un miglioramento nel breve periodo della situazione economica di tutti i Paesi membri dell’Unione, non può essere ignorato che le possibilità di migliorare nel medio periodo quella dei Paesi più esposti all’aggressività della pandemia sarà assai limitata in assenza di un atto di solidarietà da parte dei sistemi economici più forti. Mancando tale solidarietà, il peggioramento dei conti pubblici dei Paesi più deboli potrà essere compensato solo attraverso politiche restrittive della domanda aggregata; una situazione, quest’ultima, che contribuirà a peggiorare i rapporti di potere esistenti tra i Paesi membri e a frustrare la possibilità di perseguire le finalità statuite in occasione della firma del Trattato di Maastricht.
Sulla possibilità di bilanciare le eccessive differenze di potere esistenti tra i diversi Stati membri dell’Unione sarà messa alla prova, nel post-pandemia, la disponibilità di molti Stati membri a proseguire l’impegno sul fronte della realizzazione del disegno comune europeo. E’ da presumere, infatti, che la “scomposta” reazione di alcuni Stati membri all’adozione di provvedimenti comuni possa approfondire nelle coscienza di alcuni altri il convincimento che non valga la pena di continuare ad accettare un’Unione che, di fronte ai problemi più immediati causati dallo scoppio della pandemia ed a quelli post-pandemici, si ritengano sufficienti solo politiche nazionali finanziate attraverso il ricorso prevalente ad una spesa pubblica resa flessibile dalla attenuazione del vincolo europeo di bilancio.

Per attenuare la disaffezione dall’Europa, non basterà una flessibilità di bilancio diversa per ogni singolo Paese; occorrerà, al contrario, superare i limiti del ricorso alla sola spesa pubblica nazionale, convincendosi della necessità di adottare un bilancio unico europeo, per attuare vere e proprie politiche di “socializzazione degli investimenti”, per la realizzazione di un welfare europeo e una politica ambientale comune, finanziate mediante l’emissione di titoli di debito pubblico europei, con il coordinamento di una Banca Centrale con funzioni da prestatore di ultima istanza.

Il rilancio di una politica solidale europea richiederà inoltre una decisione comune per introdurre nuove regole distributive, con cui istituzionalizzare l’adozione di un reddito di cittadinanza europeo, in sostituzione di quello di quarantena al quale sarà necessario fare ricorso per superare i momenti più critici della crisi pandemia. Questo tipo di reddito sarà un primo passo da compiere per il sostegno di chi, suo malgrado, è stato costretto a non lavorare per misure cautelative contro il propagarsi degli effetti della pandemia; contemporaneamente, però, diventerà decisiva l’inaugurazione di una politica finalizzata a garantire ai singoli soggetti una forma di autodeterminazione adeguata all’intensità degli esiti della crisi e destinata a conservarsi ben oltre il periodo del loro contenimento. Perciò, il nodo da sciogliere a livello di politica comunitaria non sarà tanto quello di rendere permanente l’attenuazione del patto di stabilità, ma quello della decisione, da parte di tutti i Paesi membri dell’Unione, di condividere i rischi comuni, pena un futuro molto incerto riguardo alla possibilità che i Paesi membri dell’Unione possano continuare a perseguire le finalità indicate nei Trattati comunitari originari.

Naturalmente ciò implica, da parte delle élite politiche europee, una visione di lungo periodo, nel senso che, se si vorrà rendere effettiva la condivisione dei rischi futuri, sarà necessario, oltre al compimento dell’unificazione politica su basi federali dei Paesi membri dell’Unione, l’elaborazione di un progetto di sviluppo alla cui costruzione possano partecipare paritariamente i singoli Stati; allo stesso modo, in ciascuno di essi le singole aree regionali dovranno poter concorrere a prefigurare il futuro sviluppo nazionale, così come, a livello di ciascuna regione, un contributo analogo sarà riservato alle singole circoscrizioni territoriali.
Un’architettura istituzionale come questa potrà consentire di orientare il futuro sviluppo dell’Unione, in funzione delle reali aspirazioni dei popoli europei e di più equilibrati rapporti tra i singoli Stati. In tal modo, l’Europa unita potrà porsi come punto di riferimento nella realizzazione di una efficace governance della globalizzazione, concorrendo a sottrarre il mondo agli esiti devastanti della competizione tra i principali protagonisti dell’economia e della politica, Cina e USA, al fine di ricondurre il mercato internazionale ad un controllo compatibile con il rispetto delle autonome scelte dei singoli popoli, escludendo ogni forma di supremazia o, peggio, di prevaricazione.

Dal punto di vista della Sardegna, la situazione post-pandemica dovrebbe servire ad indurre la classe politica regionale a convincersi che, per rilanciate lo sviluppo regionale, non sarà più possibile continuare a fare affidamento sul processo decisionale centralistico sinora privilegiato. Il centralismo ha “condannato” le comunità territoriali ad essere tendenzialmente escluse dal governo della Regione; fatto, questo, che ha determinato la formazione di “istituzioni estrattive”, a danno delle comunità, e non di “istituzioni inclusive” che le favorissero.
Pertanto, il nodo da sciogliere, a livello ragionale, dovrà consistere nel convenire sulle procedure da adottare per porre termine all’esclusione delle comunità locali da decisioni pubbliche, di cui subiscono passivamente gli effetti. L’occasione dell’eccezionalità della situazione post-pandemica, con cui anche l’Isola sarà chiamata a confrontarsi, dovrà essere utilizzata per giustificare l’autodeterminazione cui prima si è fatto cenno per le singole comunità territoriali, al fine di un loro reale responsabile coinvolgimento nell’elaborazione di un modello regionale di sviluppo alternativo a quello sperimentato negativamente nei decenni passati.

 

Gianfranco Sabattini

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