giovedì, 28 Maggio, 2020

Covid-19 riporta a galla l’emergenza carceri

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L’emergenza legata al “Covid-19” ha riportato al centro dell’agenda politica del Paese le tante difficoltà del nostro sistema penitenziario.

Nelle scorse settimane, in ventisette istituti penitenziari, si sono verificati diversi casi di evasioni, aggressioni, decessi, danneggiamenti, emergenze sanitarie. Una realtà certamente accelerata dalla straordinarietà degli eventi che stiamo vivendo ma che è conseguenza di pregresse storture.

Il sovraffollamento carcerario è da tempo una piaga sociale che affligge il nostro Paese, una realtà determinata dall’assenza di investimenti nell’edilizia penitenziaria, dalla mancata implementazione e attuazione delle misure alternative alla detenzione, dalla progressiva carenza di personale e dalla mancata approvazione di riforma dell’ordinamento penitenziario.

Non è un caso che l’Italia sia già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Sent. Torreggiani) per le condizioni degradanti e inumane a cui sono stati sottoposti numerosi detenuti risarciti con ingenti somme di denaro pubblico.

Le cifre sono semplici ed esplicative. Il numero di detenuti italiani è pari a 61.230, a fronte di una capienza regolamentare pari a 50.931 posti (dati Ministero della Giustizia aggiornati 29.02.20), di questi 19.889 sono stranieri, 2072 donne, quasi un terzo in attesa di giudizio.

La pandemia che ha colpito il nostro Paese ha riportato alla luce anche un’altra emergenza da sempre inevasa, quella dell’emergenza sanitaria all’interno degli istituti penitenziari. Secondo la “Simpse” (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria) il carcere resta un territorio di scambio di patologie e infezioni. Oltre il 70 per cento dei detenuti ha disturbi psicologici o clinico-psichiatrici; ancora molti sono i casi di soggetti sieropositivi all’Hiv o colpiti da epatite C o tubercolosi.

A fronte di questo quadro sono sempre meno i medici impiegati. Secondo la Federazione italiana medici di medicina generale (FIMMG), il rapporto medico – detenuto è pari a 1 per ogni 315 detenuti. In questo contesto, un ipotetico contagio tra la popolazione penitenziaria, in presenza di numerose criticità organizzative strutturali come la mancanza di macchinari per la terapia intensiva, causerebbe migliaia di decessi.

E’ il motivo per il quale, in un momento storico come questo, la riduzione del numero di persone ristrette in carcere non dovrebbe essere letto come una debolezza dello Stato dopo le numerose sommosse delle passate settimane, bensì come un atto di salvaguardia della salute di tutti. Anche perché a vivere gli istituti penitenziari sono non soltanto i detenuti ma anche gli agenti di polizia penitenziaria (31992 – dati Sappe), il personale amministrativo, gli operatori del diritto, il personale sanitario e i volontari, numeri che portano a più di 100mila unità.

A seguito dell’evidente emergenza, il Governo ha introdotto alcune disposizioni nel D.L. 17 marzo 2020, n. 18. Si tratta degli art.li 123 e 124. L’art. 123, in particolare, dispone che “salvo eccezioni per alcune categorie di reati o di condannati, ai sensi della Legge n. 199/2010 e fino al 30 giugno 2020 la pena detentiva non superiore a 18 mesi, anche se parte residua di maggior pena, sia eseguita, su istanza, presso il domicilio”. L’art. 124 invece stabilisce che, “Licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà in deroga all’art. 52 ord. penit., possano durare fino al 30 giugno 2020”. Risposte apprezzabili che evidenziano l’attenzione del Governo al problema carcerario ma che al momento risultato ancora irrisorie.

Gli ambienti carcerari costringono una intera popolazione a vivere in spazi angusti e a stretto contatto, ne consegue la necessità di adottare misure urgenti a carattere temporaneo per disinnescare l’emergenza.

Non c’è molto tempo. Per questo occorrerebbe riportare, quanto prima, il numero della popolazione detenuta nei limiti della capienza ordinaria e in tema di esecuzione, preso atto della situazione di straordinaria emergenza, andrebbe innalzata l’applicazione del d.l. alla pena detentiva da 18 a 24 mesi, anche se residua; tanto più che si tratta di una disciplina di carattere temporaneo.

Occorrerebbe poi il differimento (fino a fine emergenza) dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni. In tal modo si limiterebbero, nell’attuale fase di emergenza, i nuovi ingressi in carcere.

Ampliare l’ambito di applicazione dell’art. 124 D.L. n. 18/2020, concederebbe, inoltre, la possibilità per tutti i semiliberi e gli ammessi al lavoro all’esterno, che abbiano già dato prova di buona condotta, di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza.

In ultimo, l’assunzione di nuovo personale medico socio-sanitario e penitenziario e il potenziamento di strumenti telematici per una maggiore comunicazione a distanza tra detenuti e familiari, potrebbero allentare le tensioni sociali che rischiano, come accaduto, di ampliarsi ulteriormente.

Luigi Iorio
Altalex

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