venerdì, 27 Novembre, 2020

Craig Green: Crescere nel rugby è una questione di scuola

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Le Fiamme Oro Rugby sono, semplicemente, la sezione rugbistica del Gruppo Sportivo Fiamme Oro. In pratica la divisione sportiva della Polizia di Stato.
Le Fiamme Oro Rugby, sebbene fra tanti alti e alcuni bassi, fondazioni, scioglimenti e rifondazioni, cambi di sede, sono certamente fra le società che hanno di fatto dato un importante contributo al rugby in Italia.
Dalla fondazione, nel 1955, ai giorni nostri il “blasone” è ricco vedendo ben cinque scudetti, cinque Coppe Italia, diversi posti “d’onore”. La lunga storia annovera parecchi nomi illustri. Tanti i “cremisi” in Azzurro. Uno su tutti Franco Zani, probabilmente la “terza centro” più forte in Europa fra la metà degli anni sessanta e inizi settanta. Mentre in panchina dal grande Mario “Macio” Battaglini, primo allenatore, all’attuale Craig Green campione del Mondo con gli All Blacks nel 1987 e miglior realizzatore, al pari di John Kirwan, di quella prima kermesse iridata.
Tante le esperienze da giocatore ma soprattutto da allenatore per Craig Ivan Green, giramondo del rugby, dalla Nuova Zelanda all’Italia e poi ancora Nuova Zelanda Giappone quindi Australia, Italia, anche con la parentesi degli azzurrini U20, Giappone per tornare in Italia, confermando la Marca trevigiana come sua seconda “casa”.
Con la sua grande esperienza, l’All Black numero 842, guiderà le FFOO nel Top10, massimo campionato italiano di rugby e noi nella sua ampia visione della palla ovale.

 

Craig non è la prima volta che “guidi” una società blasonata. Da quest’anno le Fiamme Oro. Come ti trovi in “caserma”?
In diversi mi sottolineano la questione della “caserma” credendo mi limiti la libertà di movimento. Probabilmente certuni, fra chi mi hanno preceduto, avevano questa convinzione ma non è assolutamente così. Opero in un Centro Sportivo, sebbene della Polizia, come tanti altri. Le uniche limitazioni oggi le impone il lockdown per il Covid ma,a parte questo,mi muovo chiaramente con la massima libertà. Quando mi va esco tranquillamente, faccio le mie camminate o i miei giri in bicicletta e, fra l’altro, è per me di una comodità assoluta poiché viviamo vicino al “posto di lavoro”.

 

Nel pratico, qual è la differenza tra allenare una società come il Benetton e le Fiamme Oro?
Sicuramente Benetton, Zebre o altri Centri Sportivi sono diversi perché la “libera circolazione” dei non addetti ai lavori può essere maggiore rispetto ad un luogo come questo che è un posto di Polizia. Per entrare nel nostro Centro Sportivo devi avere motivi e autorizzazioni più stringenti. I giocatori, nel momento in cui non svolgono attività sportiva, seguono precise norme dettate dal loro ruolo in Polizia. Questa è la differenza fondamentale ma mi pare anche logico sia così. Poi, riguardo al “progetto”, è un progetto per il rugby e i vari allenatori che si sono succeduti lo hanno potuto improntare come gli fosse più congeniale. Esattamente come in una qualsiasi altra squadra di rugby visto che la società Fiamme Oro Rugby ha una grande storia ed è composta da uomini di rugby che conoscono esattamente quelle che sono le esigenze. E quando parlo di esigenze mi riferisco anche alle più banali come, per esempio, l’orario inizio allenamenti. E’ chiaro che non sono venuto qua per stravolgere tutto perché non c’è bisogno ma ho voluto organizzare le cose in un certo modo chiedendo alcune modifiche e da parte loro vi è sempre la massima disponibilità. Purtroppo, quest’anno, le variazioni maggiori sono date dal “virus” e dal fatto di essere sempre in giro fra Roma, Civitavecchia e Fiumicino per l’impossibilità di allenarci qui al Centro a fronte del rifacimento del campo.

 

Siete fra le formazioni più forti del Top 10, qual è il tuo giudizio sul livello di questo torneo rispetto a quanto c’è nell’Emisfero Nord?
In questo momento il livello si è un po’ abbassato perché il problema economico incide, magari non per le prime quattro, cinque, ma l’abbandono di società come San Donà e Medicei sono una perdita importante. Questo impoverisce il campionato e tutto il movimento. Non vedo un futuro molto bello. Le società in serie difficoltà sono diverse, anche in A e in B, e vedremo se quest’anno riusciranno a giocare. Purtroppo è così. In più abbiamo il problema del virus con incontri troppo spesso sospesi e rimandati. Sarà difficile fare l’esatta lettura a fine anno con tante partite da recuperare e mi chiedo come o quando farlo.

 

Ma, nonostante, queste grosse difficoltà vedi giovani interessanti nel Top10?
Si, sicuramente ci sono parecchi giovani di buon livello che vedo migliorare. Con questo inserimento di giovani in Nazionale c’è sicuramente più entusiasmo e le aspettative cambiano con la visione dei prossimi quattro anni in previsione dei Mondiali. Penso, fra i tanti al nostro Stoian, arrivato ad esordire nelle Zebre e allenarsi con la Nazionale. Anche il Calvisano ha un paio di giovani molto interessanti ma tutti, in generale, stanno dando qualcosa di più.

A questo punto la domanda sorge spontanea. Sei d’accordo rispetto l’iniezione “verde” che sta effettuando Smith in Nazionale? Molti, troppi, criticano la mancanza di esperienza ma ci sono alternative?
Sicuramente ci sono alternative e puoi continuare la linea dove prima dei ventiquattro, venticinque anni non vai in nazionale ma forse è troppo tardi. Se Franco (Smith ndr) ha deciso di muoversi così è giusto che vada avanti. Ricordiamo all’inizio degli anni 2000 con l’entrata nel Sei Nazioni, per l’Italia, giocarono tutti i vecchi. Quando il mio amico Kirwan divenne HC della nazionale, buttò dentro diversi giovani, un certo Parisse, un certo Castrogiovanni, un certo Canale, e abbiamo visto quello che sono riusciti a fare. Ci sono momenti in cui si chiede di provare nuovi giocatori anche per un naturale ricambio visto che molti si sono ritirati dal rugby giocato e quindi bisogna sostituirli. Quello di Franco è un passo nella giusta direzione, sta preparando la squadra per almeno i prossimi quattro anni consapevoli che si ha la necessità di provarne qualcun altro. Quindi quanto fatto fino ad ora da Franco mi vede d’accordissimo ma al contempo, dico, bisogna avere pazienza.

 

Ma qual è il tuo giudizio su questi “ragazzini” che hanno esordito in Nazionale?
Ho visto che piano piano, partita dopo partita hanno acquistato fiducia. E’ ovvio che a fine giornata bisogna vedere chi ha vinto e chi ha perso ma si deve concedere il tempo perché crescano e formino un gruppo unito che capisca come vincere. Francamente non ci sono in questo momento, in Italia, giocatori che possano fare una battaglia alla pari con inglesi o irlandesi ma la fiducia la si ottiene facendo e anche sbagliando. Poi consideriamo che parliamo di giocatori che lo scorso anno giocavano in Top12 (il massimo campionato nazionale ndr) e si sono trovati di fronte l’Inghilterra, Vicecampione del Mondo arrivata alla finale battendo gli All Blacks, è naturale abbiano avuto un po’ timore. Sabato contro la Scozia erano sicuramente più tranquilli e, nonostante non abbiano vinto, hanno segnato una delle mete più belle di questi ultimi anni. A questo punto, è un peccato sia stato cancellato l’incontro contro le Fiji perché sarebbe stato molto interessante l’atteggiamento degli Azzurri. Sono certo che Franco potrà continuare a impartire le giuste indicazioni di gioco adattandolo alla squadra che ha, dando più movimento alla palla e nello spazio un po’ più largo.

 

Il rugby italiano da troppo tempo non ha un livello accettabile. Credi paghi un gap fisico, di skills o mentale?
Dobbiamo pensare anche a un problema legato ai numeri. Il Top12 ora è Top 10 quindi mancano due squadre non è un problema secondario. C’è il problema dei soldi. I soldi porterebbero in Italia nomi stranieri importanti capaci di alzare il livello. E’ difficile avere Springboks o nazionali australiani, neozelandesi, Fiji o Samoa, perché il costo è troppo alto. I migliori vanno a giocare da altre parti mentre qui abbiamo giocatori di secondo, terzo livello nei loro Paesi. Insomma non fanno la differenza perché sono leggermente meglio dei locali. Le squadre che hanno avuto successo negli ultimi anni hanno beneficiato di buoni stranieri che hanno alzato il livello sopra la media. Penso a quando io allenavo la Benetton avevo in squadra, Franco Smith, Goosen, Williams, Kingi e a Calvisano trovavi i vari Griffen. Giocatori di questo livello non arrivano più. E’ così, purtroppo gli altri Paesi continuano a crescere dato anche dal lavoro continuo che svolgono nelle scuole che in Italia non si fa più. Le piccole società, che negli anni passati collaboravano con le scuole, ormai hanno smesso tagliando una via per avvicinare i ragazzi al nostro sport. Le franchigie dovrebbero avere le loro accademie collegate. Anziché avere l’unica a Remedello, ne avremmo una a Parma e l’altra Treviso che può utilizzare lo staff e i ragazzi possono sfruttare la vicinanza delle prime squadre. Anche la Nazionale Emergenti può essere utile perché coprirebbe una “fascia età” che manca. C’è un buco che va dall’accademia alla prima squadra. Giocare contro la Georgia, la Spagna, la Romania farebbe capire quali sono le vere capacità, abilità e conoscenza che possiede un giocatore. Il Top10 non lo mette in evidenza in modo pieno. In alternativa fai delle prova, così senza certezze. Insomma, un altro passo mediano che aiuterebbe la crescita Si il discorso è ben più ampio dal dire se fisicamente e tecnicamente siamo più o meno.

 

Nel Mondo del XV, o nello staff o fra i giocatori, c’è sempre più contaminazione del XIII e del Seven. Qual è la tua opinione?
Io ho vissuto per tre anni in Australia dove allenavo all’interno di un scuola privata, tipo college inglese, dove c’erano una trentina di squadre di rugby dall’under sei all’under diciotto. Lì i ragazzi praticano tutti gli sport cambiando attività ogni tre, quattro anni. Basket, atletica, piscina, canoa, rugby,ogni disciplina con i vari allenatori che indirizzano tecnicamente. Da ogni sport prendono qualcosa. Io ero l’allenatore della prima squadra under 18 di Union e, da noi, venivano gli allenatori di rugby league con il loro furgoncino ed il loro materiale per fare un lavoro molto, molto specifico sul placcaggio, la posizione dei piedi, delle braccia. Molto di più di quanto facciamo noi nel XV quindi assolutamente utile e interessante. Sinceramente, ai giocatori piacevano moltissimo questi momenti e devo dire che era un aiuto grandissimo. Potevi vedere le cose da un altro punto di vista. Nel Seven hai un campo delle stesse dimensioni del XV ma giochi in sette. E’ chiaro che hai un’altra prospettiva nel vedere le cose, sia nell’allenarti, sia nel come giocare. Quindi tutte esperienze che si possono utilizzare e mettere in pratica. Steve Hansen,ultimo HC degli All Blacks, ora assiste una squadra di XIII in Australia dando un contributo nell’organizzazione, negli allenamenti. Sì, dalle nostre parti è normale passare dal XV al XIII da un anno all’altro. Nessuna stranezza tanto che i giocatori under16 e under18 giocano il XV al sabato e il XIII alla domenica. In Italia, come ti ho già detto, è un problema di numeri. Noi, Rovigo, Calvisano non abbiamo i numeri per fare queste cose. Nelle Accademie, dove ci sono ragazzi di vent’anni, sarebbe utile giocare un po’ di Seven ma non ci sono i numeri. In Italia non ci si rende conto di quanto lavoro viene svolto nelle scuole negli altri Paesi. Quindi tutto questo necessario lavoro non è in mano alle Federazioni ma direttamente alle scuole. Le scuole, nella zona di Christchurch, nella zona di Cambridge, dei Crusaders, fanno un gran lavoro per reclutare i giovani da inserire nelle loro accademie under 16, under18 o 19. Quando devi scegliere un giocatore è molto più semplice perché sai esattamente dove cercare i migliori giovani. Considera che solo nell‘Auckland ci saranno venti accademie, Waratahs altre sette, otto, fra maori e no. E, attenzione, in queste accademie lavorano come i professionisti. Quando ero in Australia i ragazzi, facevano allenamento, andavano a scuola fino alle tre del pomeriggio e nel dopo scuola un’altra volta a fare allenamento. I genitori portavano i ragazzi a scuola alle cinque e mezza la mattina e tornavano a riprenderli alle cinque e mezza del pomeriggio. Praticamente, una volta a casa, andavano direttamente a letto. Io sono stato allenatore della Benetton e poi sono andato in questa scuola australiana. Bene questa scuola aveva una palestra migliore di quella della Benetton. Si parla di under18! Renditi conto come crescono e si sviluppano questi atleti dalle altre parti del Mondo. Considera che quanto ti ho detto dell’Australia è così in Nuova Zelanda, in Inghilterra, Irlanda ma anche in Giappone. In Giappone, nelle scuole superiori, il rugby è il primo sport. Negli USA escono dai college a ventidue, ventitre anni e sono già delle stelle del football americano, Ti ripeto, perché è basilare, qui in Italia non si rendono conto quanto scuole e Università lavorano in questo senso nel resto del Mondo. La FIR deve obbligatoriamente creare le Accademie per l’assenza della scuola. E’ una questione di cultura.

 

Subito dopo essere diventato Campione del Mondo potevi scegliere Francia o Inghilterra Perché l’Italia?
Quando nel 1987 sono arrivato in Italia c’erano moltissimi neozelandesi. Il secondo anno eravamo 120 a giocare in Italia nei vari campionati fra serie A,B e C. Quindi è subentrato un discorso di stile di vita e fare una esperienza in Europa dove c’era un rugby meno fisico rispetto a Francia o Inghilterra. Se vuoi rapportarlo ai tempi attuali è come la scelta che fanno di andare in Giappone anziché in Inghilterra. In Giappone è molto meno fisico quindi puoi giocare qualche anno in più e con meno problemi dì infortuni. Poi c’era il discorso anche economico con la possibilità di prendere qualche rimborso spese (il professionismo nel rugby Union arriva solo nel 1995 ndr) in più rispetto a quanto percepivo in Nuova Zelanda. Io in Nuova Zelanda lavoravo 12 ore e giocavo mentre qui giocavo solo a rugby. La scelta era fare allenamento alle cinque del mattino e andare a lavorare fino le sette alla sera in Nuova Zelanda o venire in Italia e, per gli stessi soldi, giocare solo a rugby … non è difficile decidere.

 

 

Rimaniamo in Nuova Zelanda. Cosa succede agli All Blacks sconfitti da Australia e Argentina?
Sicuramente c’è un discorso legato al cambio dell’allenatore, il cambio di parte della squadra. Non so francamente se l’allenatore, tornando indietro, rifarebbe il cambio di dieci giocatori. Forse incide anche il variare leggermente il modo di giocare. Tutte piccole modifiche di gioco ma che possono aver sofferto. C’è anche la questione della “bolla” del Super Rugby che li tiene lontani da casa, in Australia, da oltre un mese. Poi, non so, è un momento un po’ così, un po’ difficile. Comunque, vedere una Australia che combatte e vince, una Argentina che combatte e vince sono partite che fanno bene al Mondo del rugby. Mi spiace, chiaramente, per gli All Blacks ma mi fa veramente piacere vedere squadre che alzano tanto il loro livello fino ad arrivare a vincere contro chi era ritenuta imbattibile.

 

A proposito d’imbattibili. Cosa si prova vedere il capitano della tua squadra alzare la Coppa del Mondo?
Vedo ancora foto e video e sono fiero di aver fatto parte di questo gruppo. E’ stata una grande emozione anche se era il primo mondiale e non si aveva la giusta percezione del valore poiché meno seguito che non oggi. Era tutto più così, non c’erano i planning per i quattro anni che ti organizzavano da un mondiale all’altro. Certamente una prova di orgoglio, la conferma che tutti gli sforzi, i sacrifici,le rinunce che hai fatto erano giusto farli. E poi è stato una liberazione scrollarsi dalle grandi pressioni di mesi e mesi che ci volevano obbligatoriamente vincitori.

 

RugbyingClass di Umberto Piccinini

 

 

 

Credits: foto per gentile concessione di RUGBYCHEPASSIONE di Paolo Cerino

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