mercoledì, 21 Agosto, 2019

Craxi 19 anni dopo

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Quando, il 19 gennaio del 2000, venne diffusa la notizia della morte del leader socialista Bettino Craxi, un senso di colpa si manifestò nelle coscienze di molti italiani. Perfino il governo D’Alema, offendo funerali di stato, si distinse da quei magistrati, come Di Pietro, che continuavano a considerare Craxi alla stregua di un corrotto e di un latitante. Nessun capo di stato o di governo europeo era mai stato trattato in quel modo. Processato per reati che poggiavano sul finanziamento illecito, commessi da tutti i partiti, ma col bizzarro teorema mai applicato ad altri secondo il quale il segretario del Psi, lui solo, “non poteva non sapere”, resa esecutiva la sentenza in un tempo record, mai accaduto in altri procedimenti giudiziari passati e futuri, negata la continuità dei reati e condannato Craxi a una somma di anni che lo avrebbe visto morire in carcere, quella contro il leader socialista, lo ha riconosciuto l’allora presidente Napolitano, é stata una sorta di innegabile persecuzione.

Una persecuzione appoggiata da vasti settori della politica, in primis il Pds e la Lega, ma anche la destra dell’ex Msi, che circondò via del Corso nel 1993 con cori oltraggiosi e minacce, sostenuta dalla stragrande parte dei giornali e delle televisioni, anche da quelle berlusconiane. Un rogo purificatore, con un leader che sembrava fatto apposta per pagare per tutti. Grande e grosso, sicuro di sé, un tantino arrogante, abile sfruttatore della rendita di posizione  che lo aveva proiettato al centro della politica italiana, acquisendo anche le funzioni di presidente del Consiglio, un uomo che aveva reagito e non aveva chinato il capo dinnanzi alle indagini, ecco il perfetto capro espiatorio.

Con Craxi il Psi aveva raggiunto il suo massimo storico dopo le elezioni per la Costituente, il 14,3 alle politiche del 1987, poi il 14,8 alle europee del 1989, il 15,7 alle regionali del 1990. Erano, questi, anche i frutti del suo buon governo segnato dalla lotta vinta al terrorismo e all’inflazione, dal referendum in cui trionfò nel 1985, dalla prova di orgoglio e di indipendenza nazionale fornita a Sigonella e dalla negazione dell’uso delle basi americane per bombardare la Libia nel 1986. Con Craxi l’Italia divenne la quinta potenza industriale del mondo, mentre il debito pubblico, alla fine della sua esperienza di governo, raggiunse l’87 per cento del Pil, contro il 133 attuale, con uno sviluppo annuale doppio rispetto alla media europea, mentre oggi é la metà. Craxi appoggiò tutte le cause di liberazione: da quelle contro le dittature fasciste e comuniste a quella palestinese, senza dimenticare mail il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele.

Craxi commise l’errore di non comprendere gli effetti della caduta del muro, della fine del comunismo e del Pci sull’Italia d’allora. Si sbloccava il sistema e i referendum di Segni aprivano la strada all’alternanza senza paura. Ma anche gli ex comunisti ci misero del loro, rifiutando la proposta dell’unità socialista, che era l’unico giusto approdo, storico e politico, dopo la fine del Pci. Vollero andare oltre, oltre la socialdemocrazia, oltre la sinistra storica, si sarebbero imbattuti negli ex democristiani, fino a subire la loro egemonia nel nuovo partito democratico. Ci é spesso venuta voglia di dire: “Ben gli sta”. Ma adesso che l’Italia, più ancora dell’Europa, vira pericolosamente a destra, qualche ragione al nostro leader, tra false rivoluzioni giudiziarie, oltrismi incomprensibili, unioni fasulle, identità confuse e contraddittorie, non é il momento di riconoscerla?

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Mauro Del Bue

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