mercoledì, 5 Agosto, 2020

Craxi, ora una riflessione sulla prima Repubblica

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Vent’anni dopo la sua morte, Bettino Craxi, fa parlare tanto, bene o male di se. Al di là di tutte le considerazioni che ne possono scaturire non si può cancellare la sua storia e la storia di un Paese con un colpo di spugna. Ricordare il leader socialista è ricordare non solo una storia che fece male e portò a galla meccanismi, rancori e modi di una politica che iniziava a lacerarsi e ad affrancarsi da vecchi standard istituzionali. Se è doveroso, come chiedono tanti, ricordare Tangentopoli, Mani Pulite e l’hotel Raphael, per noi è doveroso rammentare anche una politica estera di prim’ordine, l’Italia tra le potenze mondiali, ma soprattutto e qui si rischia l’oblio, eventi e fatti passati in secondo piano, come l’aiuto ai cileni dopo il regime di Pinochet o il grande supporto a Falcone e Borsellino e a tutta la magistratura che lottava contro la mafia.
Da oggi fino al 19 gennaio, ci saranno le celebrazioni per l’anniversario dei vent’anni dalla scomparsa di Bettino Craxi ad Hammamet, città tunisina dove Craxi fu in esilio fino al 19 gennaio 2000, giorno in cui morì dopo che aveva rifiutato di tornare in Italia per farsi curare.
Alle celebrazioni, organizzate dalla Fondazione Craxi, saranno presenti per il Psi, insieme a numerosi militanti, iscritti ed ex dirigenti Enzo Maraio, segretario del Psi, Riccardo Nencini, Oreste Pastorelli, Ugo Intini ed altri.
Le celebrazioni termineranno domenica 19 gennaio, alle ore 10.30 con la cerimonia di commemorazione presso il cimitero cristiano di Hammamet.


Una lunga storia di politica e di incomprensioni
Luigi Covatta

C’è voluta la fiction di Gianni Amelio per fare uscire la figura di Bettino Craxi dal freezer mediatico in cui era rimasta chiusa per un quarto di secolo. Anche allora, del resto, era stata una fiction a determinarne la sorte: quel sabba che sempre accompagna la caccia al capro espiatorio. Benvenuta quindi la fiction di Amelio (e di Favino), visto che in vent’anni la cultura politica dei fondatori della seconda Repubblica non ha prodotto altro.
Eppure, vent’anni fa, sembrava che fosse già matura anche una riflessione storico-politica. Sul Corriere della Sera, per esempio, Stefano Folli sostenne che già nel 1987 Craxi non aveva saputo o voluto “capire che la sua figura aveva già spezzato i vincoli e le gabbie di un sistema partitico (o francamente partitocratico) ormai logoro”, e non era stato “abbastanza coraggioso, o semplicemente innovatore”. Si riferiva ad un sondaggio pubblicato dall’Espresso a maggio del 1987 che “conteneva, quasi per caso, la chiave per capire gli anni ottanta e più ancora per leggere nell’immediato futuro: nel quinquennio che coinciderà con il declino del craxismo e sfocerà infine in Tangentopoli”: diceva che “il 65% degli italiani dava un giudizio positivo di Bettino Craxi come statista ed uomo politico affidabile; la maggioranza si esprimeva altresì contro la formula del pentapartito”.
Lo stesso Folli peraltro osservava che la sua “prudenza istituzionale” ne dimostrava la “tempra di democratico”, lasciandoci così nel dubbio sui motivi della sua (e nostra) sconfitta: se cioè avevamo perso per avere osato troppo o troppo poco. Del resto un decennio prima era stato Antonio Baldassarre (allora ingraiano) ad avvertire (Problemi del socialismo, settembre-dicembre 1980) quanto fosse complicato il disegno di “trasformare l’attuale ‘centralità’ del Psi nel sistema dei partiti, che è di tipo funzionale (ossia legata alle strategie degli altri partiti), in una posizione strutturale (ossia legata al peso e allo spazio occupati nell’ambito dello stesso sistema)”: anche perché “il progetto craxiano presuppone, almeno nella sua prima fase, […] che si mantenga lo scenario politico attuale”: per cui Craxi correva “il rischio di legare la propria sorte a quel sistema (bloccato) di cui oggi è diventato il massimo garante”, benché il suo disegno nascesse da “una presa di coscienza (che non ha l’eguale negli altri partiti) dei principali mutamenti strutturali che hanno caratterizzato il sistema politico italiano”.
Del resto anche quando Craxi era approdato a palazzo Chigi ed aveva dato un’ottima prova di governo c’era chi ostentava scetticismo rispetto al suo progetto. Per esempio Claudio Rinaldi, il quale – rovesciando implicitamente la legge di Tocqueville (”per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui esso comincia a riformarsi”) – gli imputava proprio l’intenzione di operare una “Grande Riforma” in epoca di buon governo: “Oggi l’Italia, anche per merito del governo Craxi, è il quinto paese industrializzato del mondo”, e “sono pochi quelli che davvero avvertono la necessità di tessere una seconda Repubblica” (Panorama, 1° marzo 1987). Il paradosso si sarebbe rivelato una cattiva profezia in relazione al destino della Repubblica, ma nei cinque anni successivi avrebbe pesato non poco in relazione al destino di Craxi: il quale avrebbe esitato troppo a lungo ad abbandonare il ruolo di Ghino di Tacco per costruire la “centralità strutturale” del Psi.
Ovviamente c’era del realismo nella sua posizione: né si può negare che il vantaggio tattico di cui godeva potesse in prospettiva rafforzarlo nel perseguire anche l’obiettivo strategico. Si può leggere in questa chiave anche la scelta più discutibile (e più discussa) da lui operata dopo l’uscita da Palazzo Chigi, il Caf: che non fu soltanto un’alleanza di potere (per di più mal congegnata, visto che ai due partner democristiani era riservata una sola poltrona, quella del Quirinale). In realtà Craxi, alleandosi con la destra democristiana, puntava soprattutto a snidare la sinistra del partito di maggioranza: il cui contributo avrebbe potuto essere essenziale per riformare il sistema politico, a condizione che De Mita rinunciasse a sua volta alla (peraltro precaria) rendita di posizione conseguita con l’esecuzione della “staffetta”.
In astratto l’obiettivo avrebbe potuto essere raggiunto anche alleandosi con Segni, che pure vantava indiscutibili quarti di nobiltà in seno alla destra della Dc. Ma ormai il leader referendario era circondato dai suoi sostenitori: a cominciare da quei “cattolici democratici” che – guidati da Scoppola – accusavano Craxi di avere intrapreso una “deriva plebiscitaria” proprio mentre loro stessi pretendevano di fondare una nuova Repubblica con un plebiscito. Come scriverà Marco Follini (C’era una volta la Dc, 1995), era immaginabile che i democristiani “avrebbero realizzato il bipolarismo reale, quando fosse stato possibile, anche a costo di modificare alcuni elementi della propria alchimia”. Invece finirono impaniati nel “conflitto fra l’identità e il ruolo”: tanto che nel 1994 non seppero da che parte schierarsi nel nuovo scenario che pure avevano efficacemente contribuito a creare.
Del resto neanche l’ala sinistra dei sostenitori che avevano assediato Segni aveva una strategia precisa, se non quella che aveva suggerito Maurice Duverger: il quale (Corriere della Sera, 4 gennaio 1993) riteneva che – attraverso l’alleanza fra Occhetto, Segni, Martelli e La Malfa (“quattro cavalieri per le riforme” protagonisti “di un’altra battaglia bipolare, quella dei moderni contro gli antichi”) – si sarebbe giunti a “una unione della sinistra su basi inversamente simmetriche a quelle che l’hanno portata al potere in Francia”.
È il caso, a questo punto, di falsificare un altro stereotipo della leggenda nera del craxismo: quella che qualche tempo fa indusse Ernesto Galli della Loggia a definire Craxi “il Noske italiano”. Non che Craxi non fosse anticomunista: ma troppo spesso si dimentica, per esempio, che alla vigilia delle elezioni del 1983 (quelle che lo avrebbero portato a palazzo Chigi) volle incontrarsi con Berlinguer alle Frattocchie per verificare la possibilità di definire un’intesa programmatica a sinistra. Di quell’incontro, tuttavia, Alfredo Reichlin ricorda “l’assoluta incomprensione” da parte di Berlinguer “delle ragioni che spingevano Craxi sulla scena” (Il silenzio dei comunisti, 2002). Mentre Gianni De Michelis ha sostenuto che anche in occasione dello scontro sulla scala mobile si tentò “di usare quel terreno per consentire ai comunisti di uscire dalla logica precedente […] favorendo il coinvolgimento politico del loro partito [attraverso l’accordo con la Cgil, n.d.r.]in un intervento importante per l’immediato quanto per il futuro” (La lunga ombra di Yalta, 2003).
Del resto neanche dopo la “svolta” le cose andarono diversamente. Dopo le elezioni del 1992 fu Occhetto a respingere al mittente l’apertura di Craxi per un accordo fra i tre partiti dell’Internazionale socialista, come ha ricordato di recente Claudio Petruccioli (Mondoperaio, gennaio 2020). Ed a trent’anni di distanza nessuno sa che cosa si dissero Craxi, Veltroni e D’Alema nel camper del congresso di Rimini: e soprattutto nessuno ha potuto decifrare il senso di quell’incontro dai comportamenti successivi dei due dioscuri del Pds.
Non fu soltanto l’indisponibilità degli interlocutori, tuttavia, ad isolare Craxi. Fu anche la sua cultura politica, che gli impediva di concepire riforme che non nascessero da un’evoluzione del sistema dei partiti e rischiassero di determinare quel “salto nel buio” sempre temuto dal vecchio Nenni. Perciò non volle provocare le elezioni anticipate per evitare il referendum del 1991 (il primo di quelli promossi da Segni). Perché non percepiva l’obsolescenza del sistema dei partiti di allora. Ma soprattutto perché sapeva che le elezioni anticipate avrebbero colto i postcomunisti in mezzo al guado, e sarebbero state giustificate solo in presenza di un fatto politico nuovo: per esempio l’adesione dei miglioristi a liste di Unità socialista.
Resta comunque insoluta la questione posta implicitamente da Folli: Craxi venne sconfitto per avere osato troppo o troppo poco? È il caso, quindi, di affidarsi allo sguardo lungo di Luciano Cafagna. Secondo lui Craxi “capì cose che, se sei un genio (ma devi proprio esserlo, e non solo credere o far credere di esserlo), fai una di quelle rivoluzioni che sfondano e creano un vero mondo nuovo; ma se non lo sei, il solo fatto di averle capite non basta e finisce con l’ucciderti. E Craxi finì ucciso […] da molti pugnali diversi, come in un celebre giallo di Agata Christie” (prefazione a Menscevichi, 2005).
Il termine “riabilitazione” non fa parte del mio lessico. Come ho cercato di dimostrare, la vicenda di Bettino Craxi è una vicenda tutta politica, e come tale va letta. Uno dei suoi più stretti collaboratori, Gennaro Acquaviva, lo ha fatto pubblicando presso Marsilio i dieci volumi della collana Gli anni di Craxi. La sua però è rimasta vox clamantis in deserto: mentre il modo migliore per ricordare Craxi a vent’anni dalla morte resta quello di condurre una riflessione a più voci proprio sugli anni che portarono dalla prima alla seconda Repubblica, che non furono solo gli anni di Craxi. E se capitasse che da questa riflessione si potesse trarre qualche elemento per evitare gli errori di allora, Bettino potrebbe finalmente riposare in pace.
Luigi Covatta


Un Archivio Online su Bettino Craxi
Raffaele Tedesco

Il 19 gennaio di vent’anni fa, moriva ad Hammamet Bettino Craxi. Vent’anni sono tanti, o si spera che siano almeno un tempo sufficiente a far si che la riflessione sul leader socialista possa assumere i tratti che la sua statura politica comunque merita. Fuori da cornici fatte solo di “sentimenti e risentimenti”, che non creano categorie politiche attraverso cui giudicare una vicenda complessa, non riassumibile in discorsi manichei, decontestualizzati e non di rado moralistici. Il moralismo è la migliore via per l’isterilimento della discussione, quando è invece tempo di andare avanti. Infondo, è quello che la Fondazione Socialismo tenta di fare dalla sua istituzione, attraverso lo studio e la ricerca, supportata dalla rivista Mondoperaio.

Per questa ricorrenza, la Fondazione ha deciso di provare a mettere in rete, con libertà di chiunque di accedervi in maniera completamente gratuita, una importante mole di documenti riguardanti, direttamente o indirettamente, la figura di Bettino Craxi dalla sua morte ai giorni nostri. Un data base, quindi, che ha anche la possibilità di continuare ad arricchirsi nel tempo. Saranno presenti varie sezioni argomentative, in cui troveranno spazio sia articoli di giornali o riviste, sia testi monografici, sia materiale video.

Siamo coscienti della fallacità di ogni posizione che si auto-definisce “oggettiva”. Non è questo il nostro intento, perché non abbiamo questa presunzione. Come non ci preoccupiamo con questo lavoro di dimostrare una tesi. Le nostre idee sono nei testi e nei convegni che abbiamo fin qui prodotto. Ma il nostro intento è di voler mettere a disposizione di tutti una documentazione che dia anche l’idea di ciò che è successo in questi anni rispetto alla discussione sulla figura di Craxi. Non solo “cosa”, ma anche “come” si è discusso.

Certo non mancherà documentazione sui capitoli più importanti ed identificativi della vicenda politica dell’ex segretario del Partito socialista italiano. Ma ci sarà anche altro. Basti pensare al fatto che il nome di Craxi lo si ritrova sempre paragonato a personaggi politici che, senza entrare nel merito, sono comunque di “rottura”. Uno è ovviamente Berlusconi. L’altro è stato Matteo Renzi. La “strumentalità” è stata uno dei tratti più costanti con cui è stata usata la figura di Craxi, adombrandone sovente la sua propria dimensione storico-politica e rimandandone l’uscita dal quel cono d’ombra in cui molti vorrebbero rimanesse confinato.

Non che tutto sia rimasto statico in questi anni, pur se non sfuggono affatto cambiamenti di posizioni che sanno di opportunismo e che seguono la logica del “il mio amico è il nemico del mio nemico”. A questi, comunque, si affiancano riflessioni di certo vere e sentite da parte di personaggi che all’epoca di Tangentopoli erano acerrimi nemici di Bettino. Il tempo, delle volte, riporta la ragione. Pur se, per esempio, la diatriba sulla toponomastica mostra ancora i limiti di una discussione che dovrebbe andare ben oltre una via, tanto da restituirci una visione chiara non solo di un personaggio importante, ma di un periodo storico da cui l’Italia pare ancora non essersi ben ripresa.

La nostra ricerca vuole prima di tutto dare uno strumento in più di comprensione. Non ha pretese di completa esaustività, ma nutre la speranza che sia utile soprattutto alle nuove generazioni. Quelle che devono utilizzare il passato per ben costruire il presente e il loro futuro. Essenziale per questo, però, è avere una visione della storia la più completa possibile; fuori da stereotipi deformati, da luoghi comuni statici, da vulgate grette. E fuori anche “da un eccesso di violenza nella polemica politica, nella critica, nel linguaggio e nei comportamenti. E la violenza non può far altro che generare violenza nei giudizi, nei sentimenti, nelle passioni, negli animi”, come Craxi ebbe a dire nel 1992, e le cui parole noi facciamo nostre perché riteniamo siano ancora attuali.

Raffaele Tedesco

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