giovedì, 20 Giugno, 2019

Cresce la violenza e la reazione fascista

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Dalla grande guerra alla guerra civile – parte 13

Sono le stesse parole di Tasca che ci consentono di capire come si possa inaugurare questa nuova fase del secondo biennio della Guerra Civile, che vede avanzare in maniera inarrestabile le forze reazionarie e fasciste, dopo i fatti luttuosi di Bologna con cui i socialisti dimostrarono di non sapere approfittare nella legalità della posizione elettoralmente ancora vantaggiosa, cadendo in pieno nelle reiterate provocazioni fasciste. Lo stesso storico afferma: “Si crea un’atmosfera di furore in cui gli avversari si scagliano gli uni contro gli altri; gli esitanti si allontanano o passano ai fascisti. I socialisti non hanno saputo sfruttare la loro posizione di legalità, né organizzare l’illegalità, vedono buttarsi contro di loro ad un tempo e le squadre fasciste e la forza pubblica. L’era delle violenze, delle rappresaglie, delle “spedizioni punitive” comincia”.

La vera svolta che prelude a tutte le altre in ordine consequenziale, agli inizi del 1921, è quella nelle zone rurali, soprattutto del Nord, ed in particolare nel ferrarese. Lì le leghe contadine arretrano paurosamente e lasciano il posto ad organizzazioni fasciste sempre più agguerrite; i fascisti con uno slogan più demagogico che altro come: “La terra a chi la lavora”, che intende contrastare il progetto di socializzazione dei latifondi, lanciano una offensiva rivolgendosi in particolare ai mezzadri.

L’Associazione agraria, infatti, si era lasciata persuadere a concedere qualche migliaio di ettari di terra, in genere di condizioni assai misere, in affitto ai coltivatori diretti che escono così dal bracciantato. L’iniziativa non è di larga scala ma viene abilmente sfruttata dalla propaganda fascista che ha buon gioco nel contrastare i socialisti, rilevando che loro non danno nulla mentre i fascisti hanno insediato una gran quantità di famiglie che ora possono lavorare direttamente la loro terra. Contemporaneamente, si scatena la repressione militare contro tutte le leghe contadine ancora in piedi con una tattica di guerriglia motorizzata. Molte leghe contadine passano così, per persuasione o per terrore, dalla parte dei fascisti, mentre molti amministratori socialisti sono costretti a dimettersi con la violenza.

Dalla Venezia Giulia la violenza fascista dilaga nella pianura padana con metodi consolidati che accompagneranno le squadre fasciste fino alla marcia su Roma. Nelle città dove la presenza operaia, contadina e delle organizzazioni socialiste è meno forte e dove è più radicato il malcontento della piccola e media borghesia, si reclutano volontari senza scrupoli e li si arruola nelle squadre fasciste, le quali sui camion e armate dall’Associazione agraria o grazie ai magazzini dei reggimenti, dove le armi spariscono senza che alcuno reclami nulla, si dirigono rapidamente verso le mete prescelte, bastonano tutti quelli che incontrano e che sono sospettati di essere dalla parte opposta anche solo indossando una sciarpa rossa, e le devastano brutalmente.

Camere del Lavoro, del sindacato, della cooperativa, case del popolo vengono sistematicamente saccheggiate, distrutte ed incendiate con gli stessi metodi con cui nella guerra si assaltavano i depositi militari del nemico. Gli obiettivi sono in gran parte mirati e diretti contro i capi delle organizzazioni operaie e contadine che vengono brutalmente malmenati e costretti a dimettersi, oltre che minacciati di morte, in alcuni casi anche ammazzati.

E’ lo stesso Giacomo Matteotti che descrive queste violenze in una seduta della Camera il 10 marzo 1921, ricordiamo le sue parole memorabili: “Nel cuore della notte, mentre i galantuomini sono nelle proprie case a dormire, arrivano i camion di fascisti nei paeselli, nelle campagne, nelle frazioni composte di poche centinaia di abitanti; arrivano naturalmente accompagnati dai capi dell’Agraria locale, sempre guidati da essi, poiché altrimenti non sarebbe possibile riconoscere nell’oscurità, in mezzo alla campagna sperduta, la casa del capolega o il piccolo miserello Ufficio di collocamento. Si presentano davanti a una casetta e si sente l’ordine: “Circondate la casa!”. Sono venti, sono cento persone munite di fucili e rivoltelle. Si chiama il capolega e gli si intima di scendere. Se il capolega non discende, gli si dice: “Se non scendi ti bruciamo la casa, tua moglie e i tuoi figlioli!”. Il capolega discende; se apre la porta lo pigliano, lo legano, lo portano sul camion, gli fanno passare le torture più inenarrabili, fingendo di ammazzarlo, di annegarlo, poi lo abbandonano in mezzo alla campagna, nudo, legato ad un albero. Se il capolega è un uomo di fegato e non apre e adopera le armi per la sua difesa, allora è l’assassinio immediato, cento contro uno.”

A confermare questo racconto ve ne è un altro di Pietro Nenni che racconta l’assassinio brutale del capolega Ghirlandini: “Quella notte il Po sembrava un immenso nastro d’argento. La grande pace della campagna non era rotta da alcun rumore. Solo si udivano di tanto in tanto i latrati di un cane. I villaggi dormivano lungo la sponda del fiume. Ecco uno di questi villaggi: Pincara nel Polesine. L’umile casa all’estremità del borgo è illuminata da un uomo mite e buono, il capolega dei contadini. Cosa insolita: delle ombre si agitano intorno alla casetta. Si formano due gruppi. Le parole che si scambiano sono di odio. Una pallida luce d’alba si riflette sul fiume. Suonano le quattro all’orologio della chiesa. Due uomini intabarrati si allontanano dal gruppo, si avvicinano alla casetta, bussano, chiamano il capolega: “Ehi, Ghirardini!” Una donna si affaccia e domanda: “Chi è che vuole mio marito?” “Amici” è la risposta “Viene subito” Dall’ombra della siepe sale un bisbiglio sommesso di voci. Il contadino scende la scala, apre la porta, chiede: “Chi siete? Chi mi vuole?” Vogliono la sua vita. Gli si lanciano addosso. Sono cinque, dieci, venti -Canaglie! – grida Ghirardini E’ un uomo robusto, con l’alta persona protegge la soglia della casa, tiene testa con coraggio ai suoi aggressori.. -Non qui – dice, ci sono i ragazzi.

Gli aggressori colpiscono con accanimento. Intanto è scesa la moglie che si getta anch’essa disperatamente nella mischia. Urla, graffia, impreca, invoca. Le sue grida si perdono nell’immenso silenzio della campagna. Due bambini spauriti compaiono alla sommità della scala in camicia e in lacrime. Anch’essi come lioncelli si avventano sugli aggressori. Il loro intervento sembra abbia potere di inasprire il furore degli assassini. “Sei il capolega? Crepa!” Il contadino è tutto un grumo di sangue, barcolla, cade a terra. Perdendo le forze si fa supplichevole: “Basta! Abbiate pietà dei bambini” Gli sfondano il cranio a colpi di tallone. Ora nel livido mattino non si ode più che il rantolo del morente, il pianto dei bambini, le grida della sposa. Ghirlandini giace in una pozza di sangue con gli occhi fuori dall’orbita, e il cranio in poltiglia. Gli assassini si dileguano. Folle di terrore la moglie corre nel villaggio a dare l’allarme; le sue grida svegliano i contadini. Arriva gente. I compagni di Ghirlandini fanno circolo intorno al cadavere, lo sollevano, lo portano a casa. Qualcuno corre a prendere la bandiera della Lega. La frangia d’oro si bagna del sangue dell’assassinato. Uno racconta a voce bassa: “Ieri sera un altro dei nostri è stato assassinato a San Giorgio. Lo hanno lapidato e gettato a fiume…la ferocia dei fascisti non si è placata nemmeno quando il cadavere è stato inghiottito dall’acqua” Un altro bisbiglia: “Dobbiamo difenderci” Intanto si è fatto giorno, le donne portano bracciate di fiori e li depongono presso il cadavere del loro capolega….”

Le istituzioni sono completamente assenti, le intimidazioni e le violenze criminali sono quindi svolte in piena impunità e senza ritegno alcuno. Ecco cosa scrive il marchese Dino Perrone Compagni al sindaco di un paese della Toscana: “Dato che l’Italia deve essere degli italiani e non può quindi essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vostri amministrati e dei cittadini di qua, vi consiglio a dare, entro domenica, 17 aprile, le dimissioni da sindaco, assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e persone. E se ricorrerete alle autorità per questo mio pio, gentile ed umano consiglio, il termine suddetto vi sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna”. Segue firma ed indirizzo e piena sicurezza che nessuno verrà a disturbarlo. Insomma oltre all’intimidazione in perfetto stile mafioso, anche la beffa dell’ironia sulla data. I primi mesi del 1921 sono tutto un crescendo di violenze fasciste destinate a restare impunite, in certi casi, come a S. Giovanni del Dosso, i salari sono diminuiti e le ore di lavoro aumentate. Descrivere tutte queste violenze indiscriminate, giorno per giorno, sarà opera dello stesso Matteotti nel suo libro: “Un anno di dominazione fascista”

In alcuni casi al danno si unì anche la beffa come quando a Bruscoldo un camion arrivò di notte davanti alla cooperativa locale e i fascisti vi giunsero sorvegliando la porta centrale in parte e in altra entrando minacciosi a gridare: “In alto le mani!” Perquisirono poi i lavoratori presenti che giocavano a carte o leggevano i giornali e li costrinsero infine a uscire uno per uno, in un corridoio di uomini armati di pugnali, manganelli e bastoni ferrati. Il risultato fu di 38 feriti, tra cui dei vecchi, dei mutilati di guerra e un ragazzino di 14 anni. Dopo, i fascisti saccheggiarono i locali, spaccarono i mobili e distrussero i registri, si impadronirono della cassa e al solito segnale di fischietto, si dileguarono con la stessa velocità con cui erano arrivati. Anche Reggio Emilia, patria del “socialismo evangelico” di Prampolini, non si salvò dalla violensa fascista, nonostante il Comune avesse organizzato con notevole successo servizi molto utili alla popolazione come farmacie, distribuzione di latte e carne, produzione di pane, la gestione di spacci di generi alimentari, ristoranti e persino un mulino, tutto a buon mercato. Bastò solo un paio di mesi, da marzo a maggio, per vanificare queste conquiste; centinaia di lavoratori furono selvaggiamente bastonati, decine di organizzatori e consiglieri socialisti furono banditi dalla provincia ad opera dei Fasci, la stessa Camera del Lavoro fu incendiata l’8 Aprile e ben 16 amministrazioni socialiste furono costrette alle dimissioni con la violenza.

Di fronte a questa marea crescente di crimini, che per narrarli tutti ci vorrebbe appunto un volume anche più grosso di quello di Matteotti che ne narra solo un anno, il Partito Socialista cosa fa? Ebbene, nel gennaio del 1921, si divide rovinosamente, si spacca, ed inizia così la sua inarrestabile agonia.

Carlo Felici

© 13 continua

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