lunedì, 14 Ottobre, 2019

Crescita continua e crisi del welfare, soluzione cercasi

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Di recente, Onofrio Romano, docente di Sociologia generale presso l’Università di Bari, ha presentato ai lettori italiani il pensiero di un precursore della “teoria della decrescita”: Georges Bataille, un pensatore i cui studi sono stati caratterizzati da un orientamento verso molti campi della conoscenza (letteratura, antropologia, filosofia, sociologia, storia dell’arte e finanche economia). Interessandosi dei problemi economici, Bataille ha tentato di dimostrare l’insostenibilità di ogni organizzazione sociale fondata unicamente sulla riduzione delle persone alla loro funzione produttiva.
Sul pensiero di Bataille, Romano ha curato la pubblicazione del libro “Bataille. Depensare la crescita”; il volume (facente parte della collana “I precursori della decrescita” diretta da Serge Latouche ed editata in Italia dalla Casa editrice Jaca Book) è composto da un saggio introduttivo di Romano, seguito da una seconda parte nella quale sono riportati i passaggi fondamentali di alcuni contributi di Bataille, tra i quali “La notion de dépense” (pubblicato per la prima volta nel 1933 su “La Critique Sociale”, e poi rivisto più volte negli anni successivi). E’ questo il saggio che maggiormente rivela la stretta connessione della riflessione del filosofo francese con il problema della decrescita, un tema sul quale insiste da alcuni decenni l’economista francese Serge Latouche, divenuto celebre come teorico e divulgatore della “decrescita felice”.

In “La nozione de dépense”, Bataille critica le organizzazioni sociali unicamente orientate a giustificare ed a supportare per la loro stessa sopravvivenza una crescita materiale continua; a parere di Romano, tale critica presenta, sia pure “sotto la crosta della frammentarietà e del carattere asistematico” dell’analisi, una “coerenza di fondo” nel denunciare i molti aspetti contraddittori delle società capitaliste. Questa coerenza viene ricostruita da Romano, legando tra loro le riflessioni batailliane “sullo specifico versante della produzione”, in quanto pilastro portante dell’intera economia.
Nel saggio “La notion de dépense”, Bataille concentra la sua analisi sul concetto di consumo, che a suo parere sarebbe finalizzato a soddisfare due funzioni: la prima corrispondente alla necessità di assicurare la continuità della vita e per il sostegno dell’attività produttiva; la seconda, volta a consentire lo svolgimento di attività improduttive, quali il lusso, la guerra e il gioco. Questa seconda funzione del consumo nell’approccio di Bataille all’economia corrisponde strettamente alla “dépense”, ovvero al dispendio e alla dilapidazione di risorse in pura perdita, effettuati fuori da ogni possibilità di conseguire un qualche “ritorno”. Tale funzione del consumo è, secondo Bataille, fondamentale, in quanto – osserva Romano – contiene “in sé funzioni e significati decisivi”, il cui senso “è tanto più esplicito quanto più grande è la dilapidazione”.

La capacità di produzione delle società capitaliste orientate alla crescita continua ha raggiunto una tale livello di disponibilità di risorse il cui consumo per finalità biologiche (cioè, per la riproduzione della vita) non è sufficiente ad assicurarne l’intero esaurimento; ragione, questa, per cui gli esseri viventi consumano il surplus di produzione, “andando così – secondo le parole di Romano – oltre la soglia dell’espletamento dei meri processi vitali di sopravvivenza”. Il surplus, non potendo essere consumato per ragioni vitali, giustifica l’avvio del processo di “dépense”, cioè di dissipazione di risorse eccedenti la capacità di consumo per ragioni biologiche. A questo stadio, il consumo di risorse assume, per Bataille, un “carattere servile”, in quanto il consumatore è mosso unicamente, al pari di ogni altro organismo vivente, da un impulso naturale, qual è il bisogno di sopravvivere; tale impulso, in quanto naturale, è privo di ogni intenzionalità.
Nella prospettiva di analisi di Bataille, i problemi sorgono allorché si considera la seconda funzione del consumo, quella che porta al superamento dello ”zoccolo duro” del “consumo servile”; l’esistenza del surplus di risorse richiede infatti, secondo la terminologia di Bataille, un “consumo sovrano”, del tutto “emancipato – afferma Romano – dal legame di strumentalità con la riproduzione del vivente”.

Il passaggio del consumatore dall’incoscienza alla coscienza, dal suo status di animale a quello di uomo, comporta che il consumo del surplus si configuri come “parte maledetta” della produzione complessiva, perché determina per l’uomo stesso, da un lato, di diventare agente “sovrano”, cioè di essere autonomo nel decidere come consumare il surplus; dall’altro lato, di congiungersi alla “totalità” e di godere sovranamente del mondo come essere sociale, cioè del collettivo cui appartiene. In questo senso, la “dépense”, da fatto dissipativo si trasforma in fatto sociale, che consente all’uomo di godere, attraverso la società, del mondo, in modo affrancato dalla “schiavitù dell’utile.
Secondo Romano, dal punto di vista dell’economia della crescita continua, nata dalla modernità, è possibile, sulla base del concetto di “dépense” batailliano, riformulare la critica della società capitalista, cogliendo alcune implicazioni della sua forma oggi prevalente. La prima e più importante implicazione sul funzionamento della società capitalista contemporanea sta “nell’implosione del tutto comunitario”; l’individualismo, spinge il consumatore a perdere contatto con l’insieme, e il venir meno del ruolo della comunità costituisce la “questione di fondo”, che può essere spiegata sulla base dell’analisi di Georges Bataille. Il diffondersi dell’individualismo ha ridotto la capacità del collettivo di gestire e di consumare il crescente surplus di risorse disponibili, per cui il singolo individuo assume in autonomia le sue “determinazioni” circa il consumo della “porzione oltre servile” della produzione complessiva.

Questo ruolo che il singolo è chiamato a svolgere all’interno della società capitalista moderna è, a parere di Romano, del tutto inadeguato all’enormità della questione posta dal consumo della “porzione oltre servile” della produzione, essendo la funzione della “dépense” batailliana “espunta dalla scena pubblica ‘ufficiale’”, in quanto privatizzata; per cui “l’angusta soluzione privata” avviene al riparo da “ogni visibilità pubblica”. Bataille, osserva Romano, “non ha avuto il tempo di vedere che questa ‘privatizzazione’ della dèpense, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra […], ha smesso di essere esperita nelle segrete stanze”, causando “una sorta di divisione del lavoro tra il sistema economico – che continua a funzionare secondo i consueti meccanismi competitivi del mercato capitalista – e il sistema culturale, che invece deraglia verso un’etica del godimento immediato, del consumo sfrenato, della completa reversibilità dei valori”. Nella società capitalista contemporanea, la “dépense” privata ha cessato di “doversi nascondere”, per diventare “sempre più un pilastro del capitalismo ‘tecno-nichilista’”.
Romano ritiene che, nella storia della società capitalista, la mancata riposta alla “sfida” espressa dal consumo del surplus abbia trovato “un momento topico tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta” del secolo scorso, ossia “nel passaggio dall’era socialdemocratica dei Trent’anni gloriosi all’era neoliberale”. In quel torno di tempo, infatti, sarebbe venuto al pettine il nodo fondamentale dell’incapacità della società capitalista, “di dare risposta alla questione dell’eccedente”. La prospettiva di analisi di Bataille, fondata sul concetto di “dépense”, aiuta a comprendere, secondo Romano, non solo il passaggio dalla socialdemocrazia al neoliberismo, ma anche l’importanza di un’alternativa alla decrescita per contrastare gli esiti negativi della logica sottostante al funzionamento del modo di produzione capitalista.

Per Romano, la prospettiva di analisi batailliana permetterebbe infatti di dimostrare come il sistema welfarista realizzato nell’era socialdemocratica sia servito a “mascherare” l’incapacità della società capitalista (nonostante il welfare State) di realizzare quel tipo di società che Bataille ha chiamato il “regno della ‘sovranità’”. E’ in corrispondenza di questo fallimento della società capitalista che si sarebbe prodotta, sempre secondo Romano, “la paralisi sociale”. Ciò perché la strategia propria della società capitalista (costantemente orientata a supportare la crescita continua) si è dimostrata totalmente inadeguata, per via della sua tendenza alla “saturazione”. Quando negli anni Settanta le società occidentali – continua Romano – hanno sperimentato l’impossibilità di scovare nuovi sbocchi di mercato e nuovi crinali di sviluppo, “allora il fantasma della paralisi sociale si è materializzato” e l’intera macchina economica sociale, politica è collassata, causando la crisi del welfare State.
Le cause di questa crisi vengono normalmente individuate nell’eccessiva rigidità delle politiche sociali e nei livelli insostenibili della spesa pubblica e della pressione fiscale; questi fatti, però, sostiene Romano, sono stati solo i sintomi della crisi, non le cause. Queste ultime, in realtà, possono essere individuate sulla base della prospettiva analitica prospettata da Bataille.

Le società capitaliste, anziché perseguire la decrescita, hanno scelto la via opposta, preferendo il ritorno allo stato servile del consumatore e voltando le spalle alla possibilità per lo stesso consumatore di realizzare “una vita sovrana”. In altre parole, le società capitaliste in crisi hanno attuato politiche “deliberatamente mirate a cancellare le protezione sociale”, abbandonando l’obiettivo di liberare il consumatore dal bisogno, quindi allontanandolo dall’autonomia, dalla libertà e dalla sovranità. La conseguenza di tutto ciò è stata che il consumatore ha abbracciato una condotta antisociale e disconosciuto i “valori collettivi”.
La crisi del welfare State, perciò, ha causato il trionfo dell’individualismo (cioè, del ritorno del consumatore allo stato di agente isolato) attraverso l’abolizione dei diritti sociali, la precarizzazione del lavoro e l’eliminazione della protezione sociale sui rischi di vecchiaia, salute e infortuni. Tutto ciò, a parere di Romano, non è stato, come spesso si sostiene, “un mero effetto secondario dei processi di ristrutturazione capitalista, bensì un dispositivo di autodifesa” del modo di produzione capitalista.
In conclusione, la prospettiva dell’analisi di Bataille consentirebbe di affermare, che, se i trent’anni gloriosi avevano condotto il consumatore nel “regno della sovranità”, la crisi del welfare state, lo ha costretto a tornare, per la difesa del modo di produzione capitalista, allo stato servile originario.

La narrazione di Romano non si sottrae alle obiezioni solitamente formulate contro le tesi di Latouche; ciò perché l’unica soluzione al problema della crescita continua della società capitalista, implicita nelle sue argomentazioni, dovrebbe diventare il godimento sociale del surplus, anziché il reinvestimento delle risorse economiche eccedenti il consumo biologico.
La visione del mondo cui occorrerebbe tornare, per porre rimedio agli esiti negativi della crescita continua e senza limiti della società capitalista, ha però l’effetto di ribaltare i paradigmi correnti cui questa società è informata; ovvero, di togliere il primato ai fattori economici, la cui gestione dovrebbe consentire, come afferma Serge Latouche, di fare “uscire il martello economico dalla testa” degli uomini, ponendo un limite alla razionalità strumentale utilitarista. Allo stato attuale della conoscenza e di ciò che appare politicamente percorribile, il rimedio di Latouche e di Romano non può non essere percepito peggiore del male da rimuovere.

Gianfranco Sabattini

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