martedì, 11 Agosto, 2020

Crisi. Ocse: per l’Italia potrebbe essere peggiore del previsto

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La crisi economica da coronavirus per l’Italia, come già indicato in precedenti articoli, potrebbe essere peggiore di quanto immaginato.
Secondo quanto emerge dall’Employment Economic Outlook 2020 dell’Ocse. nel corso del 2020, l’Italia rischia di perdere quasi 1,5 milioni di posti di lavoro a causa della crisi pandemica rispetto al 2019. Secondo l’Ocse, nei primi tre mesi dell’anno l’Italia ha già perso circa 500 mila posti e in caso di scenario favorevole, cioè senza una seconda ondata di pandemia, rischia di perdere circa un altro mezzo milione di posti di lavoro. Invece, in caso di scenario avverso, cioè in presenza di una seconda ondata di contagi, rischia di perdere circa un altro milione di posti.
Più dettagliatamente, l’Italia nel 2020, nello scenario migliore, perderebbe 1.148.620 posti di lavoro rispetto al 2019. Nello scenario peggiore si arriverebbe a 1.483.920 posti di lavoro. In totale, i posti a rischio nell’area Ocse, a fine 2020, saranno oltre 31 milioni nello scenario migliore e 53 milioni nello scenario peggiore.
I paesi Ocse, a partire dall’Italia, stanno adottando misure senza precedenti per far fronte all’impatto sull’occupazione dell’emergenza coronavirus. Tuttavia ora, con la ripresa delle attività economiche, servirebbe un cambio di rotta rispetto al pacchetto di misure preso al picco della crisi basato sul congelamento dei licenziamenti e sulla cassa integrazione. Secondo l’Ocse: “Occorre trovare il giusto equilibrio tra un rinnovato sostegno a chi è in difficoltà, l’accompagnamento delle inevitabili ristrutturazioni dove necessario e la creazione di nuovi posti di lavoro”.
Nell’Employment Outlook 2020, l’organizzazione di Parigi invita ad evitare una seconda ondata di pandemia, che metterebbe in discussione quanto di buono fatto finora. E, in secondo luogo, passare a una nuova fase, la quale tenga conto che questa crisi non sarà breve e che, difficilmente, tra due anni, nel 2021, saremo tornati al punto di partenza e cioè ai livelli pre-covid del 2021.
Occorre dunque agire su più fronti: proteggere chi si trova senza lavoro, ma non solo, come si è fatto finora, congelando i licenziamento e approvando la cassa integrazione, ma “accompagnando tutto ciò con delle politiche di creazione di lavoro, con incentivi all’assunzione, incentivi alla creazione di imprese e promozione degli investimenti”.
Più dettagliatamente, l’Ocse suggerisce, soprattutto all’Italia, quanto segue:
– Il 49% dei lavoratori in Italia è occupato in lavori che richiedono un certo grado di interazione fisica. Elevati standard di sicurezza sul posto di lavoro restano quindi una priorità assoluta nei prossimi mesi;
– La cassa integrazione deve essere adattata in modo da dare a imprese e lavoratori i giusti incentivi a riprendere l’attività o a cercare un altro posto di lavoro. Una partecipazione ai costi della cassa integrazione da parte delle imprese, incentivi alla ripresa e alla ricerca di un altro lavoro e la promozione di attività formative sono alcuni strumenti che politica e parti sociali possono considerare per i prossimi mesi per far evolvere la cassa integrazione alla nuova situazione;
– Il divieto di licenziamento e i limiti all’assunzione di lavoratori con contratto a tempo determinato (prima della crisi COVID-19 l’Italia era il terzo paese Ocse per limiti all’uso di contratti temporanei) dovrebbero essere riconsiderati per evitare che l’aggiustamento si scarichi interamente sui lavoratori senza un contratto a tempo indeterminato;
– L’accesso e il livello delle prestazioni di sostegno al reddito dovranno essere rivisti con l’evolvere della crisi, in particolare per evitare che le persone cadano in povertà. Il funzionamento del reddito di cittadinanza e del reddito di emergenza dovrebbero essere riconsiderati per garantire che le famiglie più bisognose siano davvero sostenute;
– L’Italia deve agire rapidamente per aiutare i propri giovani a mantenere un legame con il mercato del lavoro, per esempio riprendendo e rinnovando significativamente il programma ‘Garanzia giovani’. I servizi pubblici e privati per l’impiego devono prepararsi a un aumento della domanda dei loro servizi, dotandosi degli strumenti necessari, a partire da un maggiore e migliore uso dei servizi digitali. Programmi di formazione online e offline possono aiutare le persone in cerca di lavoro e i lavoratori in cassa integrazione a trovare lavoro nei settori e nelle occupazioni relativamente più richiesti e a contrastare il rischio di disoccupazione di lungo periodo. Incentivi all’assunzione, concentrati sui gruppi più vulnerabili, possono contribuire a promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro.
Però, nel quadro della crisi causata dalla pandemia, bisogna tenere presente anche quanto ha rilevato l’Istat in un focus che accompagna l’andamento dell’economia in Italia: “L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno. Il pericolo di chiudere l’attività è più elevato tra le micro imprese (40,6%, 1,4 milioni di addetti) e le piccole (33,5%, 1,1 milioni di occupati) ma assume intensità significative anche tra le medie (22,4%, 450 mila addetti) e le grandi (18,8%, 600 mila addetti)”.
A livello settoriale, la criticità operativa delle imprese riflette la mappa associata ai provvedimenti di chiusura, colpendo in maniera più evidente i servizi ricettivi e alla persona: il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800 mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti).
Anche negli altri settori l’impatto è rilevante, interessando circa un terzo delle imprese della manifattura (4 miliardi di euro di valore aggiunto, 760 mila addetti), delle costruzioni (1,3 miliardi di euro valore aggiunto, circa 300 mila occupati) e del commercio (2,5 miliardi di valore aggiunto, poco meno di 600 mila addetti).
La prospettiva di chiusura dell’attività è determinata prevalentemente dall’elevata caduta di fatturato (oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019), che ha riguardato il 74% delle imprese e dal lockdown (59,7% delle imprese). I vincoli di liquidità (62,6% delle unità a rischio chiusura) e la contrazione della domanda (54,4%) costituiscono i principali fattori che hanno inciso sul deterioramento delle condizioni di operatività delle imprese mentre i vincoli di approvvigionamento dal lato dell’offerta hanno rappresentato un vincolo più contenuto (23%).
Rispetto alla performance, il rischio operativo coinvolge il 63,2% del segmento di imprese caratterizzato da una elevata fragilità (livelli limitati di produttività e alta frammentazione; circa 250 mila imprese che occupano 1,2 milioni di addetti). Questo insieme comprende prevalentemente micro e piccole imprese che operano nell’alloggio e ristorazione, ma anche in settori colpiti dalla crisi sanitaria in maniera meno diretta, come la manifattura e il commercio.
L’incertezza per l’operatività futura coinvolge anche le imprese produttive e con alta rilevanza sistemica (11,1%, 14,1% del valore aggiunto e 1,5 milioni di occupati) caratterizzate da un numero di addetti superiore a 10 che operano in settori direttamente colpiti dalla crisi, quali i servizi connessi al turismo, l’alloggio e ristorazione e attività dello sport, cultura e intrattenimento.
Non brillano nemmeno i fattori che influiscono sulla propensione al consumo alimentando la domanda interna.
Dall’indagine straordinaria sulle famiglie italiane (Isf) condotta fra aprile e maggio dalla Banca d’Italia per raccogliere informazioni sulla situazione economica e sulle aspettative delle famiglie durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19 è emerso quanto segue: “Più di un terzo degli individui dichiara di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di 3 mesi a coprire le spese per consumi essenziali della famiglia in assenza di altre entrate, un periodo compatibile con la durata del lockdown legato all’emergenza Covid-19. Questa quota supera il 50 per cento per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine. Poco meno di un quinto dei lavoratori indipendenti e dei lavoratori dipendenti con contratto a termine si trova in questa condizione e contemporaneamente ha subito una riduzione di oltre il 50 per cento del reddito familiare nei primi due mesi della emergenza sanitaria. L’emergenza sanitaria incide negativamente anche sulle aspettative di spesa: circa il 30 per cento della popolazione dichiara di non potersi permettere di andare in vacanza per questa estate e quasi il 60 per cento ritiene che anche quando l’epidemia sarà terminata le proprie spese per viaggi, vacanze, ristoranti, cinema e teatri saranno comunque inferiori a quelle pre-crisi”.
Dunque, inevitabilmente sarà necessario un forte intervento dello Stato a sostegno di tutti i soggetti colpiti dalla crisi (lavoratori e imprese) congiuntamente al varo di lavori infrastrutturali di cui necessita il Paese. Si presenta una grande opportunità da non sprecare per ammodernare il Paese mirando ad una strategia di breve, medio e lungo periodo. Non tutto è perduto, si può essere ancora in tempo a salvare ‘capra e cavoli’, ma tutto dipenderà dalla capacità del Governo nel saper mettere in campo azioni tempestive ed efficaci.

Salvatore Rondello

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