venerdì, 14 Agosto, 2020

Crollo consumi. Record di negozi che chiudono

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La crisi del commercio continua e non si vede ancora la fine. Dopo la debole ‘ripresina’ degli anni scorsi, la spesa delle famiglie è tornata in diminuzione.
Da una recente rapporto fatto dalla Confesercenti, apprendiamo che se non ci saranno inversioni di tendenza, il 2019 chiuderà con una flessione di -0,4% delle vendite, per un valore di oltre un miliardo di euro in meno sul 2018. Sarebbe il risultato peggiore degli ultimi 4 anni. Secondo Confesercenti ci sarebbero già 32mila negozi in meno rispetto al 2011. Una emorragia che ha bruciato almeno 3 miliardi di euro di investimenti delle imprese. Soltanto nel 2019 si prevede la chiusura di altre 5mila attività commerciali, al ritmo di 14 al giorno.

Nel report di Confesercenti, si individua la causa principale nel mancato recupero della spesa delle famiglie italiane, che oggi sono costrette a spendere annualmente 2.530 euro in meno rispetto al 2011. Una sofferenza questa non limitata alle sole aree più povere del paese: le famiglie lombarde infatti hanno ridotto i loro consumi del 3,5%, quelle venete del 4,4%, poco meno di quanto avvenuto in Calabria, dove la contrazione è stata del 4,8%.
Nel documento di Confcommercio si legge anche: “Lo stop della spesa ha inoltre portato ad un nuovo orientamento delle scelte di consumo verso quei canali dove più esasperata è la concorrenza di prezzo, come web e outlet. L’impatto sul commercio è stato devastante. Ormai quasi un’attività commerciale indipendente su due chiude i battenti entro i tre anni di vita. Le difficoltà del commercio, in particolare dei piccoli commercianti, sembrano ormai strutturali”.
Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti, ha spiegato: “C’è bisogno di un intervento urgente per fronteggiarla: chiederemo al governo di aprire un tavolo di crisi. Se si pensa che, in media, ogni piccolo negozio che chiude crea due disoccupati, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una crisi aziendale gravissima, anche se nessuno sembra accorgersene. Persino il commercio su aree pubbliche è in difficoltà, messo a terra da un caos normativo che ha accelerato la marginalizzazione dei mercati e il dilagare dell’abusivismo. E non è un problema dei soli commercianti: gli effetti collaterali della crisi del settore si estendono anche alla dimensione sociale e urbana. La tradizionale rete di vendita aiuta a dare identità ad un luogo e rende maggiormente attrattive le aree urbane. Per le quali il commercio è un settore economicamente significativo, che contribuisce a produrre reddito locale ed occupazione. È necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale Web”.

La presidente di Confesercenti ha proseguito: “Serve formazione continua per gli imprenditori, ma anche sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale che consenta una concorrenza alla pari tra offline e online. Apprezziamo le iniziative di confronto con le parti sociali annunciate dal governo: siamo pronti a fornire il nostro contributo sotto il profilo dell’analisi e dei possibili interventi. Per questo siamo in attesa degli incontri con le parti sociali proposti dal Governo, che riteniamo positivi ed utili: l’auspicio, però, è che si tratti di incontri sostanziali e non formali. Le nostre emergenze sono concrete e ci attendiamo risposte concrete”.
Ma il governo attuale continua a litigare senza dare risposte concrete alle parti sociali. Ci sarebbe bisogno di una politica di redistribuzione della ricchezza a favore delle fasce sociali più deboli. Invece, con la flat tax, ad esempio (e non solo), il governo avrebbe in programma provvedimenti che producono effetti opposti.

Salvatore Rondello

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