lunedì, 1 Giugno, 2020

Cura Italia, Fnsi: testate e giornalisti a rischio

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«Si può dare di più» cantavano a Sanremo nel lontano 1987 Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi, riuniti in un inedito trio, che sicuramente non si aspettavano che il ritornello tornasse prepotentemente di attualità dopo oltre trent’anni.

A cantarlo sono in tanti, imprenditori, sindacati, categorie sociali, realtà produttive del Paese, tutti insieme appassionatamente a lamentare che son ben misera cifra i 25 miliardi previsti dal decreto Cura Italia, praticamente appena entrato in vigore, con cui il governa cerca di arginare i danni che il Corona virus sta causando (e causerà) al nostro tessuto economico e sociale.

Il governo invita alla calma già sta lavorando al secondo intervento, annunciato per aprile, con il quale arriveranno nuove misure di lotta al coronavirus e di tutela dell’economia.

Lo scenario cambia di minuto in minuto ed è difficile azzardare previsioni su come saranno modulati effettivamente i singoli provvedimenti senza prima leggere i decreti attuativi e, soprattutto, le novità del secondo capitolo del Cura Italia.

Il governo sta già lavorando su questo nuovo decreto, che dovrebbe essere varato tra un paio di settimane, giusto il tempo di guardarsi intorno e di vedere l’aria che tira, dove potrebbero scendere in campo risorse trovate raschiando il fondo del barile oppure fornite dall’Europa.

Certo sono in tanti a tirare la proverbiale giacchetta, chiedendogli appunto di “dare di più” all’elegantissimo e imperturbabile professor Conte, che magari cederà per non farsi scompigliare anche i capelli, primi fra tutti gli stessi partiti, in nome delle categorie che rappresentano, con in prima fila Salvini che minaccia di non votare il decreto, ben sapendo che può passere senza i voti della Lega. L’unico pericolo vero è il fuoco amico, che in Parlamento colpisce sempre quando uno meno se lo aspetta.

Particolare insoddisfazione hanno scatenato le norme sull’editoria in generale. Sarà perché i cinque stelle considerano da sempre la libertà di stampa un fastidio, una malattia peggiore del Coronavirus? E i giornalisti tutti dei venduti ai poteri forti piuttosto che ad altri non meglio identificabili complottisti, magari compresi quelli no tax, no vax e no tav?

Certo è, in una situazione che vede i penta stellati in caduta libera, che si è lavorato in punta di cesello per non scatenare pericolosi bisticci in famiglia, che avrebbero causato danni politici difficilmente recuperabili.

Una domanda sorge spontanea, le testate giornaliste su carta, tv ed web, anche e soprattutto ai tempi del Coronavirus, possono e devono chiudere, i giornalisti devono diventare dei miseri disoccupati, così che le fake news che passano sulla Rete, e producono tanti bei voti, resteranno l’unica e incontestabile fonte di non-verità ufficiale gradita a certi gruppi di potere?

Altra domanda: qualcuno sta approfittando dell’emergenza sanitaria per fare passare sotto silenzio una pericolosa sottrazione di libertà e di democrazia?

Lo scenario è fluido e il dibattito aperto. Nel frattempo riportiamo un intervento Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, cioè il sindacato dei giornalisti.

«Vanno accolte con favore le prime misure di sostegno della filiera dell’informazione che il governo ha inserito nel decreto Cura Italia. È però necessario che ai provvedimenti adottati ne seguano altri perché, nella fase di eccezionale emergenza che attraversa il Paese, i media professionali rappresentano l’unico e insostituibile canale di informazione certificata per i cittadini e l’argine contro le fake news e i troppi ciarlatani che imperversano nella rete».

«L’interlocuzione del sindacato dei giornalisti con il governo – afferma ancora Lorusso – prosegue perché vengano messe in campo nuove e più incisive misure di sostegno per la stampa. Oltre agli sgravi sulla pubblicità e al credito di imposta per le edicole, occorre individuare interventi che consentano a tutte le realtà della carta, della radio, della televisione e del web, che stanno impegnando i giornalisti su tutto il territorio nazionale nel racconto dell’emergenza, di proseguire nella loro attività, facendo fronte al calo dei ricavi. Va riconsiderata la decisione di non assegnare alla Rai le risorse che le spettano e affrontata la situazione dei giornali e delle radio e delle tv locali, che senza aiuti concreti rischiano di interrompere i prodotti informativi e di licenziare i giornalisti. Nessuno invoca contributi a pioggia: è necessario legare le misure di sostegno, dirette o indirette, alla salvaguardia dei livelli occupazionali e al rispetto da parte delle aziende degli obblighi retributivi, previdenziali e contrattuali».

«Contrariamente a quanto sta circolando in rete in queste ore, ad opera di chi neanche in una situazione come questa rinuncia alla propaganda e alla demagogia – continua Raffaele Lorusso – le risorse per sostenere i giornalisti lavoratori autonomi e le partite Iva non sono immediatamente disponibili, ma dovranno essere inserite in un decreto del ministero del Lavoro che sarà adottato nei prossimi trenta giorni».

«Come preannunciato dal governo alla Fnsi, nelle numerose interlocuzioni dei giorni scorsi – conclude il segretario nazionale Fnsi -, i giornalisti sono stati assimilati a tutte le altre categorie di professionisti che fanno riferimento alle Casse previdenziali private. È quindi plausibile che le misure saranno individuate di concerto con le singole Casse, Inpgi compreso, in tempi auspicabilmente brevi».

Antonio Salvatore Sassu

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