sabato, 28 Novembre, 2020

Antonio Nobili: Alda Merini, il tormento come necessità

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Alda Merini

E’ giunta alla terza stagione di repliche la produzione ‘Dio arriverà all’alba’, lo spettacolo scritto e diretto da Antonio Nobili come omaggio alla figura della poetessa Alda Merini in occasione del decennale dalla sua scomparsa. Antonio Nobili, formatore, drammaturgo, regista e produttore si definisce soprattutto un poeta ed è proprio questa affinità che lo ha spinto nelle braccia artistiche della poetessa dei Navigli. Con altrettanta poesia, si muove nel vivere quotidiano, tra le incertezze del settore spettacolo e la voglia di non voler abbandonare un pubblico che di poesia, oggi più che mai, ne ha necessità.

 

Cosa vuol dire riprendere una tournée post pandemia?
Vuol dire riprendere a lavorare nella confusione, esteriore ed interiore. Esteriore perché un caos di regole, di variabili e di incognite, legate a numeri che crescono e decrescono generano conseguenze e provvedimenti spesso improvvisati. Interiore perché dopo mesi di confronto con la realtà del lockdown in ciascuno si è sviluppata quella umana paura che genera reazioni sconosciute, spesso agli antipodi: da chi apre la porta col gomito a chi scende in piazza per negare la scienza.
Significa tornare a lavorare nella difficoltà di un sostegno che manca.
In tutto questo però emerge come in un distillato, un pubblico nuovo, bellissimo, meno numeroso ma tanto appassionato.

 

Alda Merini, poetessa felice del suo tormento. Questa felicità e questo tomento emergono in Dio arriverà all’alba?
Il tormento come necessità è comprensibile in molti casi solo da anime poetiche, che del tormento sanno raccoglierne il frutto. Ci sono persone, che come foreste dopo un incendio, solo dopo un tormento trovano equilibrio, serenità, felicità a bagliori, altalenanti. E stanno bene così. Alda era questo e lo Spettacolo ‘Dio arriverà all’alba’ che della poetessa racconta la vita, non lo ignora affatto.

 

Come la Merini, anche tu sei poeta. Cosa vuol dire fare poesia oggi?
Continuare a seguire uno scopo, dettato da dentro, per degli esseri umani che s’emozionano sempre meno e si sorprendono poco.

 

Gli artisti hanno sempre pagato un prezzo per la loro libertà. Con il Coronavirus senti la costrizione o, come alcuni illustri artisti del passato, ne cogli l’opportunità di un cambiamento?
Colgo l’occasione per scoprire fino in fondo il potere creativo che ha lo spirito di sopravvivenza, ed è ogni giorno una incredibile scoperta.

 

Uno spettacolo nasce per necessità. Al terzo anno di repliche questa necessità è ancora incombente?
Questo spettacolo assume, per molte persone che lo hanno visto, una funzione rituale. Abbiamo basato il calendario di questo terzo anno di tournée sul ritorno in città dove siamo stati, con persone che ci hanno chiamato e desiderato così tanto da trovare nel loro “affettuoso grido” il senso incombente di tornare al di la di ogni condizione.

 

Di questa crisi per il teatro dove pensi si possa trovare la via d’uscita?
Non conosco davvero una formula, forse una strada. Un proverbio indiano dice: “Se non puoi incontrarli tutti insieme, puoi incontrarli uno ad uno”. Quello che stiamo facendo infatti, trasferendo il proverbio sopra all’impresa culturale, è delocalizzare le produzioni raggiungendo le vecchie platee con più fatica ma almeno continuandolo a fare.

 

Profetizzando sul tuo futuro, tra progetti in cantiere e sogni nel cassetto, puoi anticipare qualche ‘quartina’?
Continuerò a vivere scrivendo/ tra boschi, asfalti e volti camminando/ lasciando alle spalle ombre e paure / sorprendendomi di dettagli e sfumature.

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