venerdì, 30 Ottobre, 2020

Da Berlinguer quali lezioni politiche e morali

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DA BERLINGUER QUALI LEZIONI POLITICHE E “MORALI”?

Quesito insorto al seguito di un articolo di Aldo Cazzullo sul “Corriere della Sera”

Al termine di questa nota si accennerà allo spunto che ha motivato la presente puntualizzazione sull’opera di Enrico Berlinguer (1922-1984). Segretario generale del PCI, Berlinguer non solo fu lontano da ogni prospettiva socialdemocratica, ma la sua classica forma mentis comunista è testimoniata plasticamente da una confessione da lui resa nel 1983, un anno prima di morire, nel programma televisivo “Mixer”: richiesto di segnalare quale fosse la personalità internazionale da lui preferita, rispose col nome di Janòs Kadar, il capo comunista ungherese filosovietico sotto il quale venne impiccato Imre Nagy, l’ex premier d’Ungheria sostenitore delle agitazioni popolari del 1956, prima espulso dal partito comunista e poi giustiziato.

Basta questa posizione confessata sul finire della sua vita per spiegare quanto fuorvianti siano stati gli elogi rivolti a Berlinguer da tanta intellettualità fintamente “progressista”, inchinata nell’intravedere presunte tendenze liberaleggianti, europeiste, addirittura atlantiste filo-Nato, senza scorgervi una doppiezza di derivazione togliattiana. La schiera è davvero notevole e ci fa riflettere sulla qualità di tanti italici “chierici”. Tra di essi svetta senz’altro Eugenio Scalfari. Per lui Berlinguer è stato addirittura la “persona che ha combattuto meglio di altre per la modernizzazione del nostro Paese”: lo racconta in un articolo del 19 maggio 2019. Modernizzatore? Ma sono stati ex-comunisti di spicco a dirne l’opposto: Piero Fassino nel libro “Per passione” (Rizzoli, 2003) promuove piuttosto Craxi e ammette testualmente che “il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione”; poi Massimo D’Alema, citato da Miriam Mafai nel libro “Dimenticare Berlinguer” (Donzelli, 1996) ripete che “il Pci è uscito pesantemente sconfitto dall’esperienza della solidarietà nazionale e fortemente in ritardo sui temi della modernizzazione”; sempre nel libro di Mafai si ricorda che “la parola ‘riformismo” e ‘riformista’ suonava quasi un insulto nel vecchio Pci”. Altro che modernizzazione. Eppure Scalfari con il suo giornale ha continuato a sostenere quella che definisce – sempre in quell’articolo del maggio 2019 – “la sinistra italiana moderna originata da Berlinguer e dal suo partito”: si resta increduli di fronte a tanta cecità, anche pensando al fatto che quel partito restava molto arretrato sulle tematiche libertarie. C’è una notazione – sempre riportata nel libro di Mafai, che fa definitiva chiarezza sulle tendenze del PCI: Mafai, che pur è stata la felice compagna di un leader comunista come Giancarlo Paietta, racconta desolatamente che la stragrande maggioranza dei delegati ad uno degli ultimi Congressi del PCI – il XVII del 1986 a due anni dalla morte di Berlinguer – consideravano ancora l’Urss “il paese più vicino, nonostante errori e difetti, ad una società ideale e giusta”; si era alla vigilia del crollo del sistema sovietico vessatorio e illiberale, eppure i comunisti italiani la pensavano così: altro che sinistra moderna! Dopotutto era quello che aveva sempre pensato Berlinguer che in cuor suo “aveva creduto fino alla fine – testimonia ancora Mafai – alla superiorità economica e morale del sistema sovietico”: altro che europeista o filoatlantico!

Quando si trovò di fronte ad una Russia sovietica sempre più impresentabile agli occhi progressisti occidentali (dopo le vicende d’Ungheria, di Praga, della Polonia…) e da cui quindi prendere le distanze, fu indotto a definire conclusa “la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre”. Berlinguer pensò di compensare questa presa di distanza – che procurava al Pci un “deficit di identità” – aggiungendo a beneficio della sua base attonita che comunque quella rivoluzione aveva portato a tante “conquiste”, ma soprattutto accentuando due temi: quello della “diversità” del Pci rispetto alla socialdemocrazia, con una ripetuta predicazione anticapitalistica e antiliberale per la “fuoriuscita dal sistema”; e quello della “questione morale”. Su quest’ultimo tema fu proprio Scalfari con una famosa intervista a Berlinguer su “Repubblica” del 28 luglio 1981 a dare il lancio ad un leitmotiv assordante che lungi dall’illuminare la situazione, la inquinerà colpevolmente. Berlinguer aveva poco o niente da difendere dopo la caduta delle illusioni comuniste e allora come diversivo puntò l’attenzione sulla corruzione degli altri partiti, quelli democratici. Certo, lì purtroppo c’erano e ci saranno anche in futuro problemi di quel genere: ma dal pulpito berlingueriano non poteva venire nessuna “lezione”. Il suo PCI infatti era il maggior ricettacolo occidentale di finanziamenti illeciti e immorali. L’ha attestato non un greve avversario, ma il responsabile dell’organizzazione comunista nella segreteria berlingueriana, Gianni Cervetti, che nel libro “L’oro di Mosca. La testimonianza di un protagonista” (Baldini&Castoldi, 1993) ha scritto: “Non c‘è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita”. Ma non solo. Avrebbe detto più appropriatamente Barbara Spinelli – autorevole commentatrice della politica internazionale – che il finanziamento dei comunisti russi, ben accolto dai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente, era la vera colpa morale di questi ultimi: “Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolte a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine”. Una colpevole consapevolezza che faceva ammettere ad un fedelissimo dirigente Pci come Alessandro Natta che quelle “cose” sostenute da Berlinguer erano “dette in modo irritante”, con un “tono moralistico e settario”; mentre Giorgio Napolitano denunciava l’analisi di Berlinguer come “faziosa, moralistica, agitatoria”.

Abbiamo riportato cose abbastanza esaustive sulla qualità dell’opera berlingueriana. Perché c’era ancora necessità di farlo nell’autunno 2020? Perché sul maggiore quotidiano nazionale, Aldo Cazzullo ha raccontato il 15 settembre 2020 dell’inchino che Giorgio Almirante (1914-1988) fece alla bara di Berlinguer. Rispondeva all’ennesima lettera di un lettore che trovava “intelligente” l’intitolazione congiunta di una via a Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante. Cazzullo non si esprime esplicitamente, ma non trova formula migliore che riproporre un trito argomento citando le parole che il capo degli ex-fascisti italiani (segretario del MSI e prima, nel 1938, firmatario dell’infamante “Manifesto della razza” e dal 1938 al 1942 segretario del comitato di redazione della rivista antisemita “La difesa della razza”; poi capo manipolo repubblichino a Salò e dall’ aprile 1944 capo gabinetto del ministero della Cultura della RSI) avrebbe avuto il coraggio di pronunciare davanti al feretro di Berlinguer: “Non sono venuto per farmi pubblicità, ma per salutare un uomo estremamente onesto”. Cazzullo non aggiunge verbo a questa asserzione, la pone addirittura come solenne chiusa finale della sua risposta al lettore. Ecco, abbiamo visto sopra di quale moralità poteva ammantarsi il capo comunista e di quali posizioni politiche retrive era portatore. Lasciar poi parlare di “onestà” un rappresentante non pentito del regime razzista e guerrafondaio che tanta disgrazia portò al nostro Paese, denota il degrado in cui è precipitata la comunicazione politica italiana e la pochezza del valore di quella parola sia sulle labbra di chi l’ha proferita sia per la persona a cui era indirizzata.

Nicola Zoller

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