domenica, 31 Maggio, 2020

Da Brodolini a oggi

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Siamo orgogliosi di Giacomo Brodolini, della sua azione di ministro del Lavoro, protesa a difendere i diritti dei lavoratori, che sfociò nello Statuto approvato un anno dopo la sua morte, esattamente cinquant’anni fa, grazie anche alla proficua collaborazione di Gino Giugni che presiedette l’apposita commissione. Il governo che volle quello statuto era quello di centro-sinistra, allora presieduto da Mariano Rumor, e il ministro che si trovò in carica al momento dell’approvazione parlamentare dello Statuto dei lavoratori era il democristiano Carlo Donat Cattin che, nel suo discorso alla Camera, servì il piatto usando parole dure nei confronti degli imprenditori italiani e anche della componente moderata del suo stesso partito. Votarono a favore dello statuto Dc, Psi, Pri, Psdi, e anche il Pli. Si astennero Pci, Psiup e Msi. É bene ricordare quest’ultimo passaggio e non dimenticare l’intervento polemico di Giancarlo Pajetta contro una legge che disponeva di un articolato  divenuto poi per gli stessi comunisti una sorta di bibbia. La motivazione dei comunisti, secondo i quali il testo non provvedeva a tutelare i lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti, appare strumentale, ma perfettamente coerente coi comportamenti del Pci in quegli anni, seguendo i quali nessun governo senza l’appoggio di questo partito poteva approvare misure vantaggiose per i lavoratori. Perché Brodolini pensò a uno statuto dei lavoratori e com’era il lavoro alla fine degli sessanta? Il contesto era segnato dai grandi movimenti studenteschi e operai del 1968-69 che chiedevano profondi cambiamenti sociali e democratici. Il ruolo degli studenti dentro le scuole e le università, prima di trascendere in una infatuazione tardo marxista-leninista, divenne centrale e cosi quello dei lavoratori nelle fabbriche a seguito di quella grande, e non sempre costruttiva, mobilitazione del settembre-dicembre del 1969 che prese il nome di autunno caldo. Il lavoro era massicciamente concentrato nelle grandi fabbriche del Nord, in cui si continuavano ad assorbire molti immigrati provenienti dal meridione. Le tensioni sociali aumentarono nel dicembre del 1969 a seguito della strage di piazza Fontana e delle sue conseguenze. L’Italia viaggiava tra il mito di una rivoluzione impossibile e una reazione che sconfinava nell’illegalità di servizi segreti deviati. Il nostro Pease divenne teatro della rappresentazione di una duplice guerra: quella tra Usa e Urss e quella tra arabi e israeliani. Terra di confine tra Ovest ed Est e Nord e Sud l’Italia a partire da quegli anni fu attraversata da un duro e sanguinoso scontro di opposti estremismi che si alimentavano anche grazie alla complicità di pezzi di stato. Lo statuto dei lavoratori é un coraggioso intervento di carattere riformista in un contesto di fuoco e come tale contestato da una sinistra dottrinaria e falsamente rivoluzionaria e da una destra conservatrice e spesso reazionaria. Il socialista Giacomo Brodolini e con lui Gino Giugni hanno il grande merito di avere concepito una legge in linea con le esigenze del tempo. Sono trascorsi cinquant’anni e il mondo del lavoro é radicalmente cambiato ed é pertanto non solo lecito, ma opportuno, rivisitare un testo che in larga parte ha mantenuto la sua intangibilità. E’ cambiata la società che non può essere ridotta a due: da un lato i lavoratori autonomi e dall’altro gli imprenditori e in mezzo quel ceto medio che Marx profetizzava, sbagliando, si sarebbe proletarizzato. Gli anni settanta sono quelli della terziarizzazione dell’economia italiana, tanto che questo settore si é largamente imposto come quello più pervasivo, mentre le piccole e medie aziende, che piano piano hanno costituito il 95% delle imprese italiane, si sono affermate come l’asse portante della nostra economia. A partire dagli anni novanta il lavoro si è frantumato, diversificato, si é reso più raro e flessibile. Negli anni duemila il cinquanta per cento dei lavoratori non aveva contratti a tempo indeterminato. E non godeva delle garanzie dell’altro cinquanta per cento. I moderni giuslavoristi, a cominciare dal socialista Marco Biagi, barbaramente assassinato per questo da un nucleo delle nuove brigate rosse, lavorava a uno statuto dei lavori, mentre Pietro Ichino, che nel 2007 ha partecipato ai lavori della Costituente socialista, ha suggerito molti contributi al governo Renzi nell’elaborazione del suo Jobs act. Il tentativo era quello di garantire diritti anche a chi non ne aveva e nel contempo di considerare la flessibilità del lavoro come un dato ineludibile del mondo contemporaneo. Il superamento dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non è per questo apparso ai riformisti un reato di blasfemia, tanto più che, come é noto, lo stesso Giugni non l’aveva originariamente concepito come scritto (l’intangibilità era riservata solo ai lavoratori impegnati nel sindacato) e già alla conferenza di Rimini del 1982 ne propose una riformulazione. Il tema era quello di non concepire come una barriera invalicabile l’occupazione fino a 15 dipendenti, in un momento in cui, contrariamente al 1970, l’occupazione era divenuta problema centrale. A partire dall’ultimo decennio, poi, la rivoluzione digitale, ha aperto nuovi orizzonti al lavoro. Una quantità di giovani sono oggi a partita Iva e il lavoro da casa é divenuta una occupazione particolarmente praticata. Il mondo odierno é troppo lontano da quello della fine degli anni sessanta. Oggi davvero servirebbe un piano per permettere a un lavoratore di passare da un’attività a un’altra col sostegno di un processo formativo costante e un’unificazione di garanzie e di diritti per ogni tipo di lavoro, a contratto, a tempo parziale, a tempo indeterminato, autonomo. Senza poter dare a nessuno il diritto dello stesso lavoro per tutta la vita, come avevamo noi e i nostri padri, ma concedendo a tutti il diritto di avere un lavoro. Evidente che a questo fine molto dovrebbero dare le scuole, l’università, la formazione professionale. Quello che ancora manca in Italia da parte dei vari governi (che dire dei Cinque stelle che, dopo avere abolito la povertà, pensavano, attraverso il Reddito di cittadinanza, di abolire anche la disoccupazione?) é un progetto di società del futuro: quale ruolo del pubblico, quale del privato, dove investire soprattutto (oggi é facile dire nella sanità e nella ricerca alle quali pressoché tutti i governi hanno tagliato i fondi, o nell’ambiente che ancora non è concepito, assieme all’agricoltura, come grande opportunità produttiva). Ecco perché sono contrario a tutte le bibbie, ai sacri testi immodificabili, ai tabù che da molte parti ancora si difendono. Chi legge il presente con gli occhiali del passato non può costruire il futuro. I riformisti hanno il dovere, mai come oggi, di individuare gli strumenti giusti per creare lavoro, che é il primo diritto costituzionale, e poi di difenderlo in tutte le forme possibili.
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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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