mercoledì, 20 Novembre, 2019

Da leader a statista nessuno in pista!

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Una transizione infinita, che ci sia dato vedere solo leader leaderini lideretti, troppi leader nessun leader. Il salto di qualità di cui ha bisogno il Paese è un leader statista che indichi una strada da percorrere e la gradualità delle tappe, una politica dei piccoli passi nella direzione giusta .Ho avuto la fortuna di conoscerne uno e di riconoscerne la grandezza per aver passato un testimone non raccolto ancora ma che solo può salvarci, tanto decisivo per uscire dalla crisi che le brigate rosse subito lo individuarono come l’ostacolo maggiore e perciò da rimuovere per poter realizzare la rivoluzione: Aldo Moro.

Quello stesso, per capirne la statura morale prima che politica, che aveva rinunciato all’offerta della Presidenza della Repubblica per non incrinare la compattezza della DC col sospetto di aver fatto prevalere l’interesse personale. E’ questa esperienza politica e di amicizia personale che mi fa cercare con ansietà, finora invano, la statura di statista che il Paese richiede. Una rapida rassegna di quanto ci offre la scena politica ci convince di questo vuoto che permane. Alla lenta dissoluzione di Berlusconi, emulo di Kronos il dio che finiva per divorare i suoi figli , succede un Salvini sulla cresta di un’onda emotiva anti immigrazione che sollecita i più aggressivi istinti e non ne coglie la complessità e le opportunità per un Paese tra le più basse natalità al mondo, senza essere sfiorato dalla profonda contraddittorietà di scegliere in Europa per compagni di viaggio politico i leader dei Paesi più ostici ad una operante solidarietà per governare uno tsunami come quello migratorio.

A voler essere machiavellici c’era da aspettarsi da Salvini dopo il sorpasso a sinistra alleandosi col M5stelle prescindendo da Berlusconi, un rientro a destra come leader ormai indiscusso del centrodestra, tanto più che la sua Lega era stata la prima a ipotizzare il raccordo, con venature separatiste, con le regioni ricche confinanti con quelle nostre a nord. Un aspirante statista (questo attesta la scelta della dimensione nazionale della Lega non più nord) non può non soppesare il rigetto che nel suo stesso elettorato procurerebbe la perdita di contatto e di stretti rapporti con le aree trainanti dell’Unione Europea, essendo nell’attuale trend favorevole questo il tallone d’Achille della sua scalata solitaria al potere “Chiedo i pieni poteri per realizzare il mio programma” a cui ha fatto seguito la caduta del governo e la pretesa delle elezioni anticipate.

A seguire verso il centro, ridotto ad un centrino, a cui Salvini tenderà a sottrarre consensi favorendo la polarizzazione tra i due poli contrapposti, pesca con esiti ristretti ad una cifra, quel Renzi che aveva segnato passi significativi verso la consapevolezza di uno statista, lo sguardo oltre la contingenza, quando aveva mirato a due traguardi eccezionali:strappare alla destra il consenso al ballottaggio per sapere allo fine dello scrutinio chi avesse la responsabilità piena del Paese senza più alibi di sorta e perfino la fine del bicameralismo perfetto che per combattere l’estenuante ping-pong tra le due Camere è costretto a ricorrere a raffiche di voti di fiducia esautorando le minoranze e quote importanti della stessa maggioranza. Nè vale a giustificare la scissione di Renzi il voler assolvere a un ruolo analogo a quello di Macron perché col nostro assetto istituzionale ne sarebbe sortito un leader Micron. A ruota segue Zingaretti e il suo PD riconoscibile ed apprezzabile per una linea inclusiva coerente con quella del PCI di non avere nemici a sinistra e successivamente inclusiva su base programmatica e non ideologica perseguita da Romano Prodi.

Questa coerenza ha obbedito all’esprit de geometrie ed è mancata del tutto nell’esprit de finesse nella individuazione della priorità degli assetti istituzionali in grado di rispondere a dinamiche interne ed internazionali in rapida accelerazione ed evoluzione .La centralità delle riforme richiedeva come priorità assoluta prima di possibili convergenze di governo un accordo almeno sui due punti conseguiti da Renzi e poi cancellati da uno schieramento pregiudizialmente ostile. Tentativo da mettere in atto in una forma questa sì inclusiva dell’apporto di tutti attraverso il ricorso ad un’Assemblea Costituente con obbiettivi e tempi delimitati ed i suoi membri incompatibili con incarichi parlamentari di governo e sottogoverno.

La storia ci insegna di evitare che le riforme costituzionali siano affrontate dagli stessi organi preposti alla legislazione ed al governo del Paese perché soccombono alle convenienze più immediate ed anche quando giungono a dei traguardi (con Berlusconi e con Renzi) vengono cancellate dal voto popolare che le guarda con diffidenza e sospetto di parzialità. Infine immaturo e perciò ondivago ed inaffidabile un M5stelle che a furia di cavalcare tutto ed il contrario di tutto incorre in autogoal clamorosi come quello di Di Maio di concepire in piena dialettica democratica una leadership per tutte le stagioni da padre-padrone alla Berlusconi, arrivando perfino ad auspicare il bavaglio ai parlamentari abolendo quel costituzionale “senza vincolo dimandato” che garantisce da svolte autoritarie, un nodo quello di Di Maio che se non sciolto in tempo, esporrà il Movimento, oltre alla crescente disaffezione popolare ad abbandoni e scissioni.

Roca

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