sabato, 16 Novembre, 2019

Parla Luciana Giussani: una diabolikata dai secret files dell’ispettore Ginko

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Diabolik (è stato inventato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani che sin dal primo numero, uscito nel novembre 1962 e intitolato “Il Re del Terrore”, hanno curato l’albo con la maniacale precisione lombarda. Dalla morte di Angela, nel 1987 e sino al 1992, al timone come direttore responsabile è rimasta la sola Luciana, che abbiamo intervistato nella sede milanese della casa editrice Astorina.

Quella che state per leggere, però, non è una “intervista impossibile”, né abbiamo fatto una seduta spiritica. Dai polverosi archivi della polizia di Clerville abbiamo sottratto una vecchia pratica, approfittando di uno dei più unici che rari attimi di disattenzione dell’ispettore Ginko che, anni fa, aveva messo in piedi una task force, arruolando anche dei giornalisti, per fare nuove indagini su Diabolik, per passare al setaccio quel misterioso successo editoriale così enorme e duraturo. E non solo in Italia perché è stato pubblicato anche in Argentina, Belgio, Brasile, Colombia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Israele, Jugoslavia, Messico, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti.

Noi abbiamo avuto l’incarico di occuparci di una delle due sciure milanesi, quelle sorelle così colte ed eleganti, con un sorriso così disarmante dietro il quale poteva celarsi una mente assolutamente diabolika. Altro che biografe: Ginko era convinto che Diabolik ed Eva Kant fossero solo delle maschere sotto le quali si nascondevano proprio Angela e Luciana.

Abbiamo così intervistato Luciana Giussani nel 1992, poco prima che cedesse il timone di Diabolik a Patricia Martinelli. Alcuni estratti non autorizzati sono apparsi sulla Libreria dell’Immagine n. 30 (Edizioni Borsa del Fumetto di Nessim Vaturi), e sul n. 2 di Fumetti d’Italia di Graziano Origa. Poi, Ginko, stufo della fuga di notizie, ha secretato il file.

Ricordavamo che, all’epoca, l’intervista integrale, senza nessuna elaborazione o correzione, venne trascritta usando computer oggi leggendari, tipo il Commodore 64 o uno dei primi IBM, e stampata con una stampante ad aghi. Mentre il file è sempre chiuso in cassaforte, recentemente è saltata fuori proprio quella stampata del 1992 che, grazie a un piccolo furto con destrezza, pubblichiamo in esclusiva.

Il testo, pur vecchio di 26 anni, non è una nuova versione di una vecchia intervista, ma è assolutamente inedito perché la stesura finale è stata fatta in questi giorni. Con alcune note per collegarci al presente.


Milanese purosangue, schiva, timida, sembra che Luciana Giussani non sia stata neanche sfiorata dal successo del suo personaggio. Ha sempre vissuto a Milano, nei pressi di Porta Magenta, ha visitato quasi tutti i Paesi del mondo, è una fumatrice accanita e una padrona di casa di una semplicità disarmante.

Se dovesse raccontare la sua vita, cosa direbbe?

«Ma … Siamo state due sorelle abbastanza tranquille … Faccio dei lunghi viaggi perché a me piace moltissimo viaggiare. Anche con l’Angela dicevamo: “Intanto che abbiamo le forze andiamo nei posti più lontani poi, quando diventiamo vecchie, andremo nei posti più vicini”. Insomma, io ho fatto le magistrali, dopo ho lavorato in un ufficio. Mia sorella aveva sposato un editore, Gino Sansoni, che pubblicava “Horror”, “Forza Milan” e scrittori di genere popolare. Ed è lì che, aiutando il marito, mia sorella si è appassionata all’editoria e a un certo punto ha detto: “Faccio un fumetto per conto mio”. Però da sola non ce la faceva e mi ha chiesto di metterci insieme, Ed è così che abbiamo cominciato con l’Astorina, la nostra casa editrice».

E avete iniziato l’attività con Diabolik?

«No. Prima di Diabolik, io e mia sorella Angela editavamo un fumetto comperato negli Stati Uniti, Big Ben Bolt di John Collen Murphy, che veniva disegnato benissimo ma che aveva delle storie molto stupide. Anche se in America la boxe ha dietro un po’ di malavita, in queste storie se ne parlava poco, raccontavano sempre la cronaca di un match e a lungo stancavano. Ricordo ancora, invece, i disegni: splendidi. E tutti i disegnatori lo comperavano per copiare qualche posa, per avere suggerimenti grafici».

Correva l’anno?

«Big Ben Bolt lo producemmo nel Sessanta, e lo abbiamo tenuto per due anni».

E come è nata l’idea dell’eroe negativo?

«L’albo di Big Ben Bolt non andava. Si vivacchiava. In quel momento davano alla televisione sceneggiati tipo “Le due orfanelle” e “I due sergenti”, così il feuilleton francese aveva un’audience favolosa, come oggi le telenovelas».

«E’ stata un’idea sua o di sua sorella»?

«L’idea, l’intuizione che potesse andare un eroe negativo è venuta a mia sorella Angela, prima che a me. Non le so dire bene come sono saltati fuori Fantomas, Rocambole e Arsenio Lupin, personaggi negativi dell’Ottocento, bellissimi, magari un po’ intricati, però avvincenti. Abbiamo cominciato a leggerne qualcuno e, dato che ci piacevano, li abbiamo modernizzati».

Quali altre idee hanno contribuito a creare Diabolik?

«Anche Fantomas si truccava, metteva la barba finta, e l’idea geniale di mia sorella è stata quella di inventare le maschere di plastica. Poi, naturalmente, gli ha dato la Jaguar, che allora era un’auto veramente avveniristica, mostruosa con quel muso lì. Io una volta ne ho visto una e ho detto “Che splendida!”, ed era veramente meravigliosa. Diciamo che come linea è ancora attuale, tanto era avveniristica allora».

Grazie a Diabolik, i lettori hanno scoperto che il fumetto non è solo per bambini. E’ stata un’intuizione anche questa?

«Sì. Abbiamo voluto coprire una fascia di lettori che non si avvicinava al fumetto perché erano un po’ adulti, cioè i diciottenni. Infatti, il ragazzino prendeva Topolino, poi c’era il ragazzo che leggeva western o guerra, invece il giallo a fumetti è un po’ più per adulti, più adatto al personaggio negativo. Così nasce Diabolik, che è piaciuto subito».

Infatti, le vendite, dopo qualche incertezza iniziale, sono decollate. Ve lo aspettavate un successo così grande?

«Le dirò che noi abbiamo avuto subito la sensazione che andasse bene. Un giorno eravamo in redazione quando sono venuti due ragazzi a chiederci “Ma quando esce il prossimo numero?”, perché loro credevano che a un certo punto Diabolik venisse arrestato, e quando hanno saputo che non era così, erano elettrizzati all’idea che gli albi continuassero a uscire. Questi ragazzi, così come molti dei nostri lettori, non sapevano niente del feuilleton francese dell’Ottocento, però si appassionavano lo stesso alle nostre storie».

Conservate rancore nei confronti degli imitatori di Diabolik, che hanno imperversato per tanti anni?

«Vedere l’imitazione di qualcosa che era stato creato e sofferto da noi, fa un po’ rabbia perché uno dice “Accidenti, inventate voi qualcosa di nuovo!”, come ha fatto Bonelli, per esempio, con Dylan Dog, che è un personaggio nuovo. Mentre tutti i nostri imitatori hanno visto che l’eroe negativo andava e allora ci hanno dato dentro. Ad un certo punto abbiamo avuto 64 testate in concorrenza».

Che, però, avete sbaragliato nel corso degli anni …

«Abbiamo sbaragliato tutti … tutti».

Cambiamo argomento. Come avete reagito, lei e sua sorella, alle polemiche degli anni Sessanta sugli eroi negativi, sui fumetti neri?

«Polemiche? Proprio ci denunciavano. Dopo, fortunatamente, abbiamo sempre trovato un giudice istruttore con la testa sulle spalle che diceva: “Ma insomma, non c’è niente!”. Anche perché, secondo me, un eroe negativo non influisce assolutamente sulla criminalità».

Nel senso che i criminali non hanno bisogno di prendere le loro idee dai fumetti?

«Ma non ne hanno bisogno senz’altro. Poi Diabolik è un eroe negativo con un suo codice, cioè lui dei delitti tipo rapimenti a scopo di estorsione non li fa perché non si divertirebbe. Capisce? Il carattere di Diabolik è questo: c’è il conte o l’industriale che creano tutto un sacco di congegni insormontabili e lui si diverte a passare oltre. Rapire una persona è veramente la cosa più banale che uno possa fare, credo che chiunque sarebbe capace di farlo, ma Diabolik non gioca sui sentimenti altrui, non è nel suo carattere».

Soggetto e sceneggiatura sono sempre stati realizzati da lei e da sua sorella?

«Sì. Prima li facevo con mia sorella, adesso da sola. Veramente io ci metto l’anima, e il lettore magari sente che ci metto un mese a fare un soggetto perché lo scrivo, poi lo rileggo, poi lo correggo, poi non mi piace e lo rifaccio da capo. Non esce una storia che non mi piace, anche se continuerei a correggerla senza fermarmi mai. Infatti ad un certo punto dico basta, chiudo qui, e la faccio leggere a un amico, che poi mi dà il voto».

C’è qualche aiutino esterno?

«Sì, diciamo che i lettori mi mandano dei soggetti, qualcuno non regge e qualche altro ha dentro un’idea che mi colpisce, che mi affascina, e che rielaboro, così che ne può venire fuori un soggetto tutto diverso. Dopo, questi lettori vengono regolarmente pagati, ovviamente in proporzione».

Il ritmo cinematografico, proprio da film d’azione, delle storie è una peculiarità del successo di Diabolik. Dove avete imparato la tecnica della sceneggiatura?

«Non si può imparare, o insegnare, a sceneggiare, bisogna “sentirlo”. Nessuno lo ha mai insegnato, né a me, né a mia sorella, però noi abbiamo passato due anni su un fumetto americano. Si può dire che abbiamo assimilato il ritmo narrativo di quegli autori, che più di tanto non scrivevano perché poi si capiva lo stesso. Infatti, il fumetto deve essere rapido, un po’ come i telefilm. Però non bisogna mai mandare il lettore in confusione. Io, certe volte, metto una didascalia appunto perché sento che ci vuole. Noti che le nostre dida sono “intanto”, “più tardi”, “nel frattempo”.

Le usate con sobrietà, infatti.

«Certe volte le salto completamente perché il lettore capisce lo stesso, perché io voglio che il lettore capisca bene la storia, altrimenti si arrabbia. Per esempio, se si comincia a saltare da un ambiente all’altro c’è il rischio di confusione, allora io preferisco scrivere “intanto in casa Rossi”. Altre volte, guardando i disegni, dico “qua non si capisce” e aggiungo una dida. Questa però è una cosa innata, una cosa che si “sente”».

All’inizio, però, c’erano colonnini con didascalie in formato gigante …

«Le dirò che i primi numeri di Diabolik avevano i colonnini che spiegavano perché, quando abbiamo cominciato, siamo andate a vedere i fumetti italiani e abbiamo detto “Forse per l’Italia va bene così”. Dopo, invece, abbiamo detto “Ma che cosa, si capisce perfettamente!».

A proposito di ritmi narrativi mozzafiato, possiamo fare un parallelo tra i gadget di James Bond e i trucchi di Diabolik? C’è anche una certa affinità tra i due, sono nati negli anni Sessanta, usano la tecnologia in modo sfrenato e non sono mai stati logorati dal tempo che passa.

«Non so. Sui trucchi di Diabolik le dirò che noi avevamo il nostro medico, che era una grossa testa, e che ce li studiava; diciamo che sono verosimili ma che non potrebbero essere realizzati se non spendendo miliardi … va bene che lui i soldi li ruba».

A proposito di soldi, Diabolik n. 1 originale è molto ambito dai collezionisti. Quante copie ve ne sono rimaste?

«S’immagini che noi in redazione ne abbiamo solo una copia che teniamo sotto vetro, nascosta, e che non facciamo vedere a nessuno. Noi le rese delle edicole le abbiamo mandate al macero, tenendone poche copie. Nel 1964, quando la distribuzione è passata alla Sodip, dietro loro richiesta abbiamo ristampato il numero uno ma con qualche differenza, cioè l’inserimento del frontespizio, il posizionamento del prezzo sulla copertina e abbiamo anche corretto qualche disegno direttamente sulle tavole originali».

Chi ha disegnato il primo numero di Diabolik?

«Sa che lo chiamavamo “il tedesco”, e che non ci ricordiamo più il suo nome? Lo chiamavamo così anche se non era un tedesco ma era biondo biondo. Poi, ricordo che era estate e che si presentava in redazione con suo figlio a piedi nudi e solo con un paio di braghettine. E sono proprio i tedeschi che hanno la mentalità che i bambini devono crescere così». (sul Tedesco e sulle varie edizioni del numero uno vedere note finali, ndc)

Chi sono, invece, gli autori successivi?

«Dopo “il tedesco”, che ha realizzato solo il primo numero, abbiamo avuto Gino Marchesi (1939/2006), Enzo Facciolo (1931), Glauco Coretti (1922/2008), Edgardo Dell’Acqua (1912/1986) e Sergio Zaniboni (1937/2017).

Che continua a essere il disegnatore della serie?

«Sì, è sempre lui, anche se adesso ne vuol fare un po’ di meno, vuol passare da sette a cinque numeri l’anno. Chissà se lo convincerò a cambiare idea».

Solo sette numeri l’anno? Come mai?

«Dopo la morte di mia sorella sono andata avanti da sola a fare le sceneggiature. Veramente non alzavo la testa dalla scrivania, anche perché io non riesco a buttare fuori una storia bruttina. E quindi ho detto “O io muoio qui alla scrivania, oppure devo ridurre il ritmo” Veramente non ce la facevo più, non riuscivo ad andare in vacanza, ero proprio sotto pressione. Allora ho detto: va bene, lo faccio bimestrale e poi d’estate, quando si vende di più, esco con un numero a cavallo dei due mesi».

Oltre a Zaniboni che realizza le matite, chi si occupa di rifinire le tavole?

«Franco Paludetti (1924/2008) e Brenno Fiumali (1933/2006) si occupano del ripasso a china. Paludetti ha fatto anche le matite di alcuni episodi, sostituendo Zaniboni quando ha ridotto il ritmo».

Quindi usate il metodo statunitense della specializzazione per settori?

«Sì. In questo modo Diabolik ha sempre la stessa impronta, non ci sono diversità, e il lettore ritrova sempre lo stesso stile».

Quest’anno Diabolik compie trent’anni. Avete qualche progetto particolare?

«Sì, torneremo al Salone dei Comics di Lucca. Se lo meritano i lettori che per tanti anni ci hanno seguito fedelmente e, forse, ce lo meritiamo anche noi. E poi ci sarà qualche cambiamento in redazione».

In che senso?

«Mi sono accorta che basta che succeda qualche cosa in questo ufficio, e io non riesco più a star dietro a Diabolik. Quindi mi sono decisa e ho richiamato una nostra vecchia collaboratrice, Patricia Martinelli, che ha lavorato per noi tanti anni fa, poi è passata all’Intrepido e adesso io l’ho portata via a Grand Hotel».

Sarà il suo braccio destro?

«No. Se viene qui diventa il nuovo direttore responsabile di Diabolik e io pian pianino mollo. Sa, fumo tanto, lei gentilmente non ha chiesto la data di nascita … Però non voglio mollare proprio tutto … Patricia, poi, conosce perfettamente il nostro sistema di lavoro e sa quanto siamo precisi, meticolosi e scrupolosi».

Parliamo dei fumetti degli altri. Ha citato Dylan Dog, e noto che sulla scrivania ne tiene una copia. Le piace?

«Premetto che io ho il rifiuto del fumetto, però questo è avvincente, mi piace».

Da cosa nasce questo rifiuto?

«Io ne guardo uno e dico questo mi piace oppure non mi piace. Ma poi basta, non lo compro, non lo colleziono. Secondo me, neanche Sclavi compra Diabolik o altri fumetti perché, a forza di farli, dopo un po’ viene questa forma di rigetto».

Sa che c’è una cosa che accomuna Dylan e Diabolik? I falsi che circolano un po’ dappertutto. Nel caso di Diabolik, poi, è proprio come rubare a casa dei ladri … O, forse, l’Astorina ha autorizzato delle ristampe anastatiche?

«Ma no, noi non abbiamo autorizzato niente. Siamo venuti a sapere che c’erano in giro molte copie del numero uno che venivano vendute, in quel periodo, a 40mila lire l’una e ci siamo detti: “ma da dove arrivano?”. Se lei vedesse il nostro numero uno noterebbe subito lo stato della carta dopo trent’anni, mentre gli albi che ci hanno segnalato avevano una carta bellissima, bianca. Così su Diabolik abbiamo dato ai lettori tutte le indicazioni su questa produzione di falsi. Tra l’altro, il formato era di un ciccino più grande del nostro primo numero, e nella copertina si nota una righettina colorata».

Continuiamo con i fumetti degli altri. Legge i super eroi americani?

«A me non piacciono quei Superman lì che non muoiono mai, che hanno tutti questi poteri soprannaturali. Diabolik se gli sparano muore, non vola, lui è un uomo qualsiasi. Da poco sono andata a vedere un film, Batman mi sembra, ma non mi è piaciuto».

Come mai? Batman è abbastanza simile a Diabolik in quanto a uso di maschere, trucchi da prestigiatore, anche se sta dall’altra parte della barricata. E la paura che scatenano nelle persone gioca un ruolo importante nelle storie. Inoltre ha delle doti che ha affinato con l’allenamento, usa gadget tecnologici, non vola …

«Ma se gli sparano, muore?»

Sì, muore.

«Allora, magari, ne compro uno …».

Chiudiamo ricollegandoci al film dei Manetti Bros, che dovrebbe essere un progetto nuovo e non quello di cui si vagheggia da anni. Mentre la serie animata, “Diabolik: Track of the Panther”, è stata realizzata nel 1999, pur con modifiche sostanziali rispetto al fumetto perché rivolta ai bambini; di una serie televisiva live action se ne parla almeno dal 2012, quando Sky ha diffuso un promo. Ma se ne parlava anche nei primi anni Novanta. Continuate a leggere.

Può darci qualche informazione sui telefilm di Diabolik?

«Questo progetto, che lo ha riportato sulla cresta dell’onda, è stato per noi una grossa soddisfazione. Non conosco ancora il cast , ma ho voluto a tutti i costi il diritto di leggere soggetto e sceneggiatura, che senz’altro sarà molto diversa dal fumetto, che è statico, mentre in televisione c’è il movimento.

Ha già ricevuto del materiale da visionare?

Proprio in questi giorni ho ricevuto la prima sceneggiatura, scritta da un esperto americano che si chiama Rospo Pallenberg. No, non è un nome inventato, è proprio il suo nome. (Richard – Rospo – Pallenberg, è un regista e sceneggiatore britannico, non americano. Tra i suoi film “Excalibur” (1981) di John Boorman, ndc). L’ho appena letta, non posso quindi esprimere giudizi definitivi, ma penso che qualche cambiamento lo farò senz’altro».

Come è la trama?

«Posso solo dire che ha molto ritmo. Ed è quello che ci vuole nei telefilm. Non si può tenere, come fanno gli sceneggiatori italiani, una persona che sta ferma lì cinque minuti per le sue crisi esistenziali …».

Antonio Salvatore Sassu

NOTE

Il n. 1 di Diabolik del novembre 1962 intitolato “Il Re del Terrore”, era più piccolo di mezzo centimetro rispetto al formato attuale, senza frontespizio, con la seconda e la terza di copertina bianche, e senza il titolo sul dorso. Il misterioso disegnatore che Luciana Giussani chiamava “il tedesco” è Angelo Zarcone, che ufficialmente lavorava per l’Astoria di Gino Sansoni, mentre di nascosto disegnava per le Giussani. Dopo il primo Diabolik, è sparito nell’ombra, inafferrabile come il suo eroe, e neanche l’investigatore Tom Ponzi, incaricato da Angela nel 1982, è riuscito a trovarne la benché minima traccia.

La copertina originale, disegnata da Brenno Fiumali e modificata in occasione delle ristampe, ha in alto la scritta “Il fumetto del brivido, lo sfondo è bianco, e il prezzo di Lire 150 sta all’interno di un tondino giallo in basso.

Infine, il grafico pubblicitario che ha ideato e realizzato testata, diventata uno dei simboli della cultura popolare del Novecento italiano, è Remo Berselli.

Il secondo episodio, “L’inafferrabile criminale”, è stato realizzato da Calissa Giacobini, alias Kalissa, una modista amica di Angela Giussani. Dal n. 3, “L’arresto di Diabolik”, i disegni vengono affidati a Gino Marchesi, che ha ridisegnato il numero uno per la ristampa del 1964, mentre Aulo Brazzoduro (in arte Lino Brazzi), si è occupato di rifare il secondo.

E’ una ipotesi condivisa da molti che il nome dell’editore Gino Sansoni, con l’aggiunta di una kappa abbia ispirato all’allora moglie Angela Giussani, il cognome dell’ispettore Ginko; così come qualcuno dei suoi marchi, tipo “Astor” o “Astoria”, possa avere influenzato la scelta di “Astorina”.

Patricia Martinelli è stata direttore responsabile di Diabolik dal 1992 al 2000, realizzandone anche quasi tutte le sceneggiature sino al 2008.

Un’altra ondata di falsi dei primi numeri di Diabolik è stata segnalata i primi anni Duemila.

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