lunedì, 18 Novembre, 2019

Whirpool-ILVA, il difficile rapporto Italia multinazionali

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Chi si ricorda più del termine ”economia mista” eppure è stato per più di 40 anni il filo rosso della nostra economia che l’ha caratterizzata ed accompagnata nelle sue più significative trasformazioni.
Nel parlare della storia economica dell’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi sono due i protagonisti che non si possono certamente ignorare, le piccole e medie imprese manifatturiere, che hanno rappresentato la chiave di successo dell’economia italiana e ne hanno caratterizzato per molti versi l’eccellenza, e l’IRI, l’ente statale che ha dovuto fungere da supplente alla storica “incapacità della zona alta del capitalismo italiano» citando Pierluigi Ciocca ex-vicedirettore generale della Banca d’Italia.

Con la fine dell’IRI e le conseguenti privatizzazioni sono subentrate all’interno del panorama economico italiano le multinazionali. Attori completamente nuovi con cui lo Stato non si era mai trovato a dialogare prima e con esso l’intera società. Negli ultimi due decenni, a seguito della dissoluzione dell’IRI, il segmento alto del capitalismo ha avuto la necessità della partecipazione di questi nuovi attori per trasformare l’Italia in una economia completamente di mercato con dinamiche simili al resto dell’occidente snaturando di fatto quelle che erano le proprie peculiarità. Questo stravolgimento ha portato due necessità, in primo luogo l’esigenza di coinvolgere i grandi fondi esteri ed invitarli a portare i propri capitali nel nostro paese ed in secondo luogo la necessità di costruire un rapporto sostenibile dal punto di vista lavorativo e sociale con queste aziende lontane da logiche politiche, a differenza dell’IRI che ne era permeata, e legate prettamente a logiche capitalistiche e di guadagno.

Dopo quasi mezzo secolo di immersione in un quadro economico diametralmente opposto, che vedeva il primato della politica o più spesso dei politici negli alti livelli industriali, la nostra Italia si è trovata uno shock non indifferente.
Uno dei primi elementi che ha messo in crisi gli investitori esteri in Italia indubbiamente è stato il sistema giudiziario, sovraffollato di leggi, di cui la maggior parte sono scritte da avvocati per altri avvocati in modo da garantire sempre una via di uscita seppure incerta, esponendo così le aziende ad una serie di innumerevoli processi dai tempi biblici è da esiti dubbi, legando in questo modo mani e piedi alla speranza di avere sentenze in tempi utili. Indubbiamente anche il sistema fiscale rappresenta un scoglio non indifferente, ma il nostro cuneo fiscale ed i gli altri costi erariali sono in media con le altre grandi potenze europee (Francia e Germania), piuttosto rappresentano un problema a livello europeo le sacche interne come il Lussemburgo o l’Irlanda che offrono condizioni fiscali estremamente più vantaggiose creando così una concorrenza sleale che andrebbe sottolineata nei vari tavoli di lavoro europei.

In secondo luogo va analizzato il tema di uno sviluppo sostenibile a livello sociale ed umano, problema assolutamente di primo rilievo ed indubbiamente di difficile approccio per uno stato che era abituato a trattare con aziende di grandi dimensioni caratterizzate da significative ingerenze politiche e statali.
Il problema di un rapporto sostenibile tra stato e multinazionali, quindi di un rapporto equilibrato tra necessità economiche di un’azienda privata e di una corretta relazione con la società ed in particolar modo con la forza lavoro, è uno dei problemi cardine della globalizzazione che vede lo stato di diritto obbligato a confrontarsi, per sottolineare il proprio primato, con i colossi multinazionali.

L’Italia indubbiamente è sprovvista degli anticorpi necessari per proteggersi dagli egoistici interessi degli investitori ed indubbiamente una serie di esperienze negative stanno inducendo il nostro paese a comprendere la necessità di regolamentare tutta quella serie di incentivi finalizzati a invogliare la presenza di queste realtà nel nostro tessuto economico. Dobbiamo però ricordare a noi stessi, che incentivi momentanei non sono altro che mance che non potranno mai soddisfare una serie di problemi strutturali che il nostro paese ha nell’inserirsi in un economia di mercato.

Fare offerte e chinare il capo a questi colossi è spesso controproducente e può portare a fare aumentare i costi rispetto ai benefici. Sommando infatti gli incentivi di varia natura e i costi della cassa integrazione, di cui le aziende si avvalgono, una volta terminati i primi, dal momento che non hanno più vantaggi nel produrre qui, abbiamo come risultato una occupazione ridotta nel tempo che alla collettività è costata più di quanto abbia prodotto, senza considerare il regalo fatto alle società beneficiarie delle agevolazioni, che ha di conseguenza solo arricchito realtà che non ne avevano bisogno.

Tutto ciò porta anche ad una serie di problemi sociali mettendo in crisi famiglie che si erano affidate a queste aziende per la propria realizzazioni economica. E’ fondamentale quindi che i governi si occupino sistematicamente di questi problemi senza arrivare all’ultimo momento quando ormai la situazione è incancrenita. Il MiSE deve avere piani strutturali ed una vera politica industriale italiana e questo richiede una strategia complessiva di utilizzo dei vari strumenti di cui disponiamo dalla politica commerciale alla politica della concorrenza.
Che succederà se questi problemi non verranno affrontati? “A Napoli forse l’unico lavoro che puoi trovare è la camorra” dice un operaio in protesta dinnanzi alla Wihrpool. Le sfide di questo paese sono interconnesse e finché non troveremo un chiave sinottica, difficilmente potremo migliorare.

Maurizio Colamonici

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