mercoledì, 30 Settembre, 2020

Dalla democrazia del confronto all’oligarchia dell’insulto

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No, ha ragione Napolitano, non ci sono rischi di autoritarismo. Dopo la riforma del Senato non ci saranno i cosacchi o i colonnelli alle porte. Tuttavia un serio, sereno, pacato discorso sulla nostra democrazia va affrontato. La riforma del Senato implica una giusta e corretta trasformazione della seconda Camera e il conseguente superamento del bicameralismo perfetto che i nostri padri costituenti avevano immaginato essenziale per i bilanciare i poteri ed evitare qualsiasi tendenza al monocratismo. Tanto che avevano inserito in Costituzione la clausola secondo la quale il Senato deve essere “a base regionale” e approvato una specifica legge elettorale con collegi uninominali, che diversificava l’elezione del Senato da quella della Camera.

Non da oggi si è fatto più urgente consentire ai governi di governare e al Parlamento di legiferare imponendo di diversificare i compiti delle due Camere. Niente da dire su questo e nemmeno sulla forte diminuzione dei senatori, sulla composizione prevalentemente territoriale e sui compiti limitati, anche se non sempre dopo le ultime correzioni introdotte. Il punto riguarda la mancata elezione diretta del Senato, unita al modo di voto introdotto, almeno per ora, dall’Italicum, a loro volta inseriti nel contesto delle modalità di elezione e delle funzioni delle diverse istituzioni democratiche.

Riepiloghiamo. I Consigli comunali si eleggono direttamente, in modo congiunto all’elezione dei sindaci. Ma le giunte sono nominate dal sindaco, assessori e consiglieri sono incompatibili, e i Consigli non hanno praticamente alcun potere strascinandosi solo in inutili discussioni di mozioni e interpellanze. I sindaci nominano i consigli degli enti di secondo grado senza neanche passare dalle giunte e dai Consigli. Le circoscrizioni non vengono più elette ma nominate, i Consigli provinciali sono stati aboliti e anche le giunte e sostituiti entrambi da un ente di nominati composto dai sindaci. Più o meno lo stesso avviene per la Regioni, ove persistono in varie parti anche listini bloccati. La Camera, secondo l’Italicum, sarà nominata attraverso listini bloccati e il Senato anche, su designazione degli enti territoriali.

Mi chiedo. È troppo sostenere, anche alla luce del fatto che i partiti sono praticamente scomparsi e ne esistono ormai solo due, ma entrambi di stampo leaderistico, l’esistenza del pericolo della creazione di una sistema di stampo oligarchico? Un sistema ove non è il popolo che decide i suoi rappresentanti, ma il capo. Anzi ove è il capo assieme ai suoi oligarchi che si sostituisce al popolo. Aggiungiamo poi che l’intreccio tra Italicum e riforma del Senato è esplosivo. Cioè chi conquista la minoranza alla Camera (il 37 per cento come coalizione, dunque anche molto meno come lista se gli alleati non superano la soglia di sbarramento) si prende tutto. Dal presidente delle due istituzioni, al presidente della Repubblica, ai giudici eletti della Corte e del Csm. No, non c’è il rischio del colpo di Stato. Non esistono neanche i profili necessari. Ma che il sistema assuma una nuova forma di stampo oligarchico si.

Aggiungiamo che all’oligarchia si prestano anche i grandi Comunicatori televisivi. I padroni dell’etere. I possessori dei Talk show dove solo i personaggi hanno accesso. I personaggi devono possedere due requisiti: o essere a capo di grandi partiti o essere dotati di carica esplosiva tale da incendiare il confronto e tramutarlo in spettacolo. Anche Internet non si presta all’approfondimento e allo studio dei problemi e al confronto delle posizioni, ma solo allo scontro, alla polemica, alla rissa, spesso all’insulto. Il match tra Travaglio e Ferrara sull’assoluzione di Berlusconi è risultato tra i più cliccati. L’oligarchia finisce così per diventare anche maleducata. Ed è quello che oggi è di fronte a noi. Stiamo trasformando una democrazia del confronto in una oligarchia dell’insulto. Napolitano è tropo colto, esperto, pacato per non essersene accorto.

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