martedì, 22 Ottobre, 2019

Dalle barricate di Parma alla marcia su Roma

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile. Parte 19

Di fronte alle reiterate e perduranti violenze fasciste l’Alleanza del Lavoro decise di indire uno sciopero generale per il primo di Agosto. Una decisione del genere, mentre Facta cercava ancora di barcamenarsi per provare a controllare la situazione, e sul campo Questori e Prefetti pendevano paurosamente dalla parte dei fascisti, per di più, in piena estate, fu un errore clamoroso. Lo stesso Sturzo non esitò a rimarcarlo, definendo lo sciopero “moralmente un delitto, politicamente un errore”, mai parole furono più azzeccate, anche perché lo sciopero non incontrò adesioni di massa.
Mussolini ebbe quindi modo di gioirne, perché se da una parte assicurava che i suoi avrebbero comunque garantito il funzionamento dei servizi pubblici, dall’altra le sue squadre proseguivano le devastazioni sul campo. Non tutto però andò liscio per lui e per i suoi gerarchi. Quando infatti Balbo si presentò con ben 10.000 fascisti a Parma, la trovò pronta per respingerlo manu militari. Mentre in Italia lo sciopero andava esaurendosi rapidamente e si rivelava fallimentare, la città era già stata mobilitata da tempo per resistere ad ogni eventuale attacco da parte dei fascisti. Da tempo il deputato socialista Guido Picelli reclutava giovani tra le file dei socialisti massimalisti e degli anarchici per creare un fronte militare di resistenza al fascismo.

Quando, all’alba del 2 agosto 1922 si presentarono a Parma circa quindicimila squadristi affluiti non solo da tutta l’Emilia, ma anche dalla Toscana, dal Veneto, e dalle province di Mantova e Cremona, il Prefetto pensò bene di ritirare tutte le forze impegnate per l’ordine pubblico dai quartieri più sensibili come il Naviglio e l’Oltretorrente, e Picelli ebbe modo di organizzare la resistenza.
Egli stesso raccontò anni dopo che la popolazione fu guidata da capisquadra scelti tra gli operai e gli ex militari che decisero di fare causa comune con la popolazione, essi furono incaricati di rifornire il popolo di armi, munizioni ed addestrare gli uomini al combattimento. Vennero quindi costruite barricate, sbarramenti, trincee e persino reticolati, utilizzando tutto quello che era possibile reperire in città anche con la valida collaborazione delle donne Quando, alla vista del contingente fascista, venne dato il segnale di insorgere, tutti corsero alle armi procurandosi tutto ciò che poteva essere utile per la difesa, dai fucili, alle pistole, ai badili, picconi, spranghe, forconi, tutto quello che poteva servire per respingere l’attacco con la forza del popolo in armi.
Una partecipazione corale unì non solo persone di fedi politiche diverse, ma anche tutta la popolazione senza distinzione di sesso e di età. Uomini, donne, vecchi e persino bambini si ritrovarono allora uniti, con la consapevolezza di dover vincere o perire sotto la violenza fascista. L’unità delle forze politiche di resistenza nacque dal basso in maniera spontanea più che essere il frutto di accordi politici o di precisi mandati dai vertici e fu la carta vincente. A Parma si sperimentò, anche se per poco tempo, un modello che più di venti anni dopo, nel corso della Resistenza, sarebbe stato quello che avrebbe liquidato definitivamente il fascismo.

La città venne divisa in quattro zone nevralgiche: due nell’Oltretorrente, e due nella Parma nuova. Ogni squadra composta da circa una decina di uomini appartenenti agli Arditi del Popolo si scaglionò dirigendo le operazioni in base all’estensione territoriale dei quartieri. In tutto furono impegnati circa trecento uomini in una trentina di squadre, distribuite la maggior parte nell’Oltretorrente, mentre altre furono dislocate nel Naviglio e nel rione Aurelio Saffi; solo la metà disponeva di armi da fuoco, fucili da guerra, moschetti, pistole d’ordinanza a tamburo o automatiche e persino alcune bombe SIPE.

I campanili furono dotati di sentinelle e si cercò di issarvi le bandiere rosse, non senza incontrare la resistenza di qualche parroco, anche se, per altro, vari sacerdoti furono impegnati nelle opere di difesa,; ogni campanile fu numerato per capire tempestivamente da dove provenisse il pericolo, alcuni punti del sottosuolo furono anche minati in zone nevralgiche e difficili da difendere. Il comando delle operazioni, nelle varie zone, fu affidato ad Arditi del Popolo regolarmente eletti in ciascuna delle loro squadre. Ogni operazione era coordinata in base alle esigenze locali, a seconda che si trattasse di difesa e ordinamento interno, cura dei feriti, oppure approvvigionamento di acqua e viveri. Tale modello organizzativo poté funzionare validamente anche per la partecipazione attiva della borghesia, dei commercianti e delle classi impiegatizie, per le quali la difesa della città dalla devastazione dei fascisti risultò prioritaria rispetto ad ogni altro conflitto interno di interessi.

Tali condizioni furono sostanzialmente confermate anche dal diario di Balbo in cui egli stesso annotò: “Parma divisa secondo i vecchi confini delle fazioni in lotta: l’Oltretorrente completamente in mano ai rossi. La popolazione asserragliata nelle case trasformate in fortezze, con abbondanza di armi e di tiratori scelti sui tetti: le strade bloccate da barricate col materiale delle scuole e delle chiese…. Forze avversarie hanno solidarizzato con i rivoltosi: la Camera del lavoro sindacalista, con Alceste De Ambris alla testa […] La Camera del Lavoro socialista […] molti popolari. Partecipano alla resistenza sovversiva persino alcuni preti in sottana che hanno offerto viveri e banchi di chiesa per gli sbarramenti. I giovani popolari sono capeggiati da un noto avvocato della città. Frazioni di partiti borghesi, legati alla democrazia nittiana..”

Anche il ras fascista ribadisce dunque questa partecipazione corale che non vide sul capo distinzioni politiche o di fazione e che coinvolse direttamente sia gruppi socialisti che comunisti sciolti dalla disciplina del loro partito che li avrebbe voluti estranei all’azione degli Arditi del Popolo, ma che invece si impegnarono sul campo, controllando varie aree sotto la loro direzione. Parma ebbe però anche i suoi martiri cattolici impegnati nei combattimenti, come Ulisse Corazza, e preti come quello notato dallo stesso Balbo che lo vide, come scritto nel suo diario: “ agitarsi dietro le barricate dei sovversivi a portare panche e sedie di chiesa. Momento di aberrazione” E in effetti così doveva considerarla colui che aveva incontrato la sera prima l’Arcivescovo di Parma che lo aveva invitato alla moderazione.

Mentre tutto ciò era in corso e mentre contemporaneamente in tutta Italia si cercava di attuare lo sciopero generale, nessun sostegno venne dall’Alleanza del Lavoro ai combattenti di Parma, solamente le forze politico-sindacali della Camera del Lavoro Confederale “picelliana” di via Imbriani, quelle dei sindacalisti rivoluzionari dell’UldL, dell’Unione sindacale parmense aderente all’USI e quella anarchico-libertaria dell’UAI, appoggiarono apertamente la resistenza e l’insurrezione antifascista, a dimostrare ancora una volta che il mondo sindacale era completamente fuori dalla realtà che si viveva sul campo in quei giorni e decisamente inconsapevole delle vere urgenze nel paese. Tutto questo non fece che accompagnare il pieno fallimento dell’opera dei maggiori sindacati di allora.

La partecipazione delle donne fu particolarmente efficace ed intensa, ad esse furono persino distribuiti recipienti ricolmi di petrolio e di benzina, affinché, nel caso in cui i fascisti fossero riusciti a sfondare, li utilizzassero per incendiare le loro file quando il combattimento si fosse dovuto svolgere casa per casa e strada per strada, fino all’annientamento delle loro posizioni. La resistenza, tra colpi e contraccolpi durò circa tre, quattro giorni, poi entrò in vigore lo stato di assedio militare e il generale Lodomez tentò di occupare i quartieri popolari, ma il suo intento fallì, sia per l’opposizione del Comando degli Arditi del Popolo che rifiutarono la smobilitazione, non fidandosi del fatto che i fascisti sarebbero poi stati allontanati dalla città, sia soprattutto perché ci fu un atteggiamento di immediato solidarismo tra i soldati e la popolazione in armi.

Gli ufficiali tentarono di far rispettare gli ordini ma i loro soldati, come riferisce lo stesso Picelli, ebbero tale contegno da non spingerli ad insistere. Fallì dunque anche il tentativo di disarmare la popolazione a dimostrazione del fatto che quando un popolo agisce compatto, nemmeno l’esercito è in grado di fermarlo. Il battaglione venne dunque ritirato nello sconcerto di Balbo che annota nel suo diario: “Da tutte le viuzze dell’oltre-torrente le masse sovversive accorrevano incontro ai soldati gridando «viva l’esercito proletario». Applausi senza fine agli ufficiali. Molti soldati abbracciati dalle donne che offrivano vino. Segni di vittoria in tutti i quartieri che fino a pochi momenti prima erano in stato di guerra. Le truppe, i carabinieri e le guardie regie non hanno sequestrato che tre o quattro moschetti. […] In una piazzetta dell’Oltretorrente è stata scodellata ai soldati una polenta di 15 chili. Non sono mancate le musiche e i balli popolari…”

In poche parole il prefetto Fusco, notando che nessun atto ostile verso l’Esercito era stato manifestato dalla popolazione in armi, decise di non insistere nell’opera repressiva, rilevando sia di non avere incoraggiato i rivoltosi ad erigere barricate e ad armarsi, sia che ciò era stato dovuto soltanto alla necessità di difendersi dall’attacco delle squadre fasciste. Una volta tanto accadeva quello che, se si fosse verificato in tutta Italia, avrebbe determinato la netta sconfitta del fascismo sul campo e la sua impossibilità di arrivare al potere: compattezza delle forze politiche, mobilitazione generale della popolazione e atteggiamento solidale dell’Esercito, se non nel proteggerla almeno nel non volerla disarmare. Dovranno passare purtroppo più di venti anni di dittatura affinché questo modello possa rinnovarsi nella Lotta di Liberazione che però fu condotta nel completo disfacimento dell’Esercito italiano e con gli eserciti Alleati a favore.

Dopo tre giorni di combattimenti sul campo, condotti generalmente solo nel quartiere Naviglio presidiato dall’anarchico Vittorio Cieri, le squadre di Balbo si dovettero ritirare, secondo quanto lui stesso afferma, lasciando sul campo quindici morti, di cui però non venne diramato il nome, lo asserisce Franzinelli nel suo libro “Squadristi”, sebbene fonti fasciste non menzionino morti tra le loro file. Quella di Parma come quella di Civitavecchia e di Viterbo fu, da parte degli Arditi del Popolo, una azione importante ma non decisiva per le ragioni che abbiamo già in precedenza menzionato e che li videro sostanzialmente isolati nel territorio nazionale da parte delle forze antagoniste al fascismo, e diremmo anche perché non molto ben coordinati tra loro in tutta Italia.

I fatti di Parma, quindi, nella rilevanza complessiva degli eventi allora in corso nel nostro Paese, ebbero meno effetto del rovinoso esito dello sciopero generale che terminò il 3 agosto, stigmatizzato dal giornale La Giustizia come “la nostra Caporetto” e che vide riprendere in maniera cospicua l’azione delle squadre fasciste un po’ ovunque, per dare la spallata definitiva ad uno Stato liberale ormai in putrefazione. Episodio eclatante di quei giorni fu l’ennesimo incendio dell’Avanti che il 3 agosto venne devastato ancora una volta, scavalcando sia le difese esterne che quelle interne con rapidità fulminea e con un’azione diversiva, così l’incendio si propagò dal pianterreno al primo piano, distruggendo completamente i macchinari e mettendo in pericolo la stessa stabilità dell’edificio. Andarono in fumo anche la collezione dei numeri arretrati e l’archivio raccolto con molta cura, il direttore, che allora era Pietro Nenni, dovette assistere alla morte di un suo collaboratore crivellato di pallottole. Lui stesso raccontò che il giorno prima la polizia, dopo avere perquisito la sede del giornale, aveva sequestrato tutte le armi dei socialisti ed ogni difesa risultava pertanto impossibile. I pompieri arrivarono in ritardo perché ostacolati dalla stessa polizia che montava la guardia.

Mussolini allora scrisse a chiare lettere sul suo giornale che “la Storia andava a destra”, lui che aveva iniziato come socialista, rivoluzionario, sansepolcrista, si schierava ormai apertamente per sostenere un avvenire fascista che doveva procedere all’unisono con le forze nazionaliste, della borghesia conservatrice ed affaristiche le quali, nel frattempo, lo finanziavano e con quelle cattoliche papaline che ben presto poteranno Sturzo a dimettersi. Per unire però queste componenti, secondo i proprio fini, bisognava che egli diventasse il “legalizzatore del manganello”, facendo diventare i suoi non più membri di squadracce dedite ad una violenza inconsulta, ma milizia tesa a riportare ordine e legalità in un paese minacciato dalla sovversione.

A Roma dove aveva un modesto appartamento in quella stessa via Rasella che diverrà nell’epilogo della seconda guerra mondiale tristemente famosa per un attentato che produsse una rappresaglia terrificante da parte degli occupanti nazisti, egli cercò contatti a tutto campo, con lo scopo principale di isolare Turati ed impedirgli di raggiungere ulteriori accordi di governo che riportassero Giolitti al potere.

Allora Mussolini temeva solo due antagonisti: Giolitti e D’Annuzio che avrebbe potuto precederlo in una marcia su Roma, il quale, però, come abbiamo già ribadito in precedenza, chiuse la sua attività sul campo definitivamente a Fiume. Sebbene gli facesse comodo lasciare intendere che avrebbe potuto riprenderla in ogni momento e fosse anche preso sul serio se non altro per il suo carisma, il Vate non fu mai intenzionato a ripeterla. Però il Comandante non era certo entusiasta che Mussolini prendesse il potere, esclamò infatti: “Roma, alma Roma, ti darai tu a un beccaio?” L’allusione alla “macelleria” non era del tutto priva di senso, considerati i fatti trascorsi.

D’Annunzio mandò un suo emissario a Nitti, invitandolo ad un incontro di pacificazione e collaborazione probabilmente con lo scopo di prevenire ulteriori colpi di mano da parte di Mussolini, ma quando Nitti accettò, con la condizione che fosse presente lo stesso Mussolini, il Vate improvvisamente subì un “provvidenziale” incidente. Prima del 19 agosto, data fissata per l’incontro, il 14 giunse a Nitti un telegramma che annunziava una caduta rovinosa del poeta da un balcone che lo aveva costretto in gravi condizioni di salute. Quello che fu soprannominato in modo altisonante “Il volo dell’Arcangelo” e sul quale si è scatenata una ridda di ipotesi complottiste in merito alla sua dolosità, in realtà, secondo il referto medico che non sappiamo quanto possa essere stato sollecitato dallo stesso poeta, non produsse l’urgenza di particolari interventi di cura, né si presentò come gravissimo. Secondo quanto riportato nell’immediato, il volo venne attribuito alla spinta di una giovane riottosa verso D’Annunzio, ma più probabilmente va interpretato come un escamotage per non dovere incontrare Mussolini, la cui presenza era stata data come indispensabile da Nitti. Se davvero D’Annunzio fosse stato gravissimo in seguito a quell’incidente, non si spiegherebbe come mai pochi mesi dopo lo stesso Facta gli proponesse di programmare lui una marcia su Roma per il 4 novembre, anniversario della vittoria.

D’Annunzio allora cercò di fare il possibile per impedire che la “macelleria” in corso assumesse proporzioni ancora più catastrofiche, e in questo senso va interpretato il suo discorso del 3 agosto a Milano quando egli, allora presente in quella città per fatti suoi privati, venne prelevato in albergo da una squadra fascista e condotto nel palazzo del Comune appena occupato dai fascisti con i manganelli. Egli si affacciò, non potendo fare altro, e pronunciò un discorso patriottico che era soprattutto un invito all’unità ed alla pacificazione ma che, essendo fatto da una sede appena occupata dai fascisti con la violenza, venne da loro interpretato come un sostegno esplicito. Non lo era, e forse per questo egli quando ricevette l’invito a marciare su Roma il 4 novembre accettò, chissà, forse per fare un dispetto a Mussolini, oppure magari per leggere le sue carte ed invitarlo a sbrigarsi a fare quello che tante volte aveva minacciato, ma mai aveva avuto il coraggio di portare a termine.

Credere che Mussolini si fosse sbrigato a lanciare la sua marcia prima che fosse scavalcato da D’Annunzio pare una tesi troppo ovvia e piuttosto singolare, per questo non particolarmente credibile. La realtà è che oltre alla necessità di cogliere nell’immediato la fragilità di Facta, c’era anche il mondo massonico di allora che lo stava pungolando, promettendogli di spianarli la strada in modo che ufficiali dell’Esercito compiacenti da una parte non opponessero resistenza alle sue squadre in marcia verso la capitale, e dall’altra convincessero il Re a non firmare lo stato di Assedio.
Lui, d’altronde, era consapevole che con i voti e con quella legge elettorale non ce l’avrebbe mai fatta a guidare un governo, però non era personaggio tale da lanciarsi in una impresa simile guidandola sul campo, non era Garibaldi e nemmeno D’Annunzio. Come si sa, il 25 ottobre del 1922 venne convocato un raduno generale delle camicie nere a Napoli, in vista di una azione decisa verso il governo con i piani di quella che avrebbe dovuto essere la prossima marcia su Roma.

Al ritorno da Napoli, Mussolini incontrò Raul Palermi, Gran Maestro della Loggia di Piazza del Gesù a cui appartenevano già vari suoi collaboratori stretti. Cesare Rossi, strettissimo collaboratore di Mussolini fino al delitto Matteotti in cui vedremo sarà fortemente implicato, riferisce queste testuali parole: “Risalito in treno per Milano . Mussolini mi disse: ‘Quello era Raul Palermi. Mi ha assicurato che ufficiali del comando della Regia Guardia, alcuni comandanti di reparto della guarnigione di Roma, ed il generale Cittadini, primo aiutante di campo del re, ci aiuteranno nel nostro moto. E’ tutta gente della sua Massoneria.’ Divenuto anch’io amico di Palermi, questi mi garantì che anche il duca del Mare, il grande ammiraglio Thaon de Revel, era iscritto alla Massoneria di Piazza del Gesù. Può darsi che nelle assicurazioni di Palermi ci sia stato un po’ di bluff o per lo meno una certa esagerazione, ma sta di fatto che nei giorni 27-28-29 ottobre il sovrano gran maestro del Rito Scozzese ‘riconosciuto ed accettato’ – come vuole la formula – fece la spoletta fra la sede del Partito Fascista, Montecitorio, il Viminale ed il Quirinale, dove fu ricevuto da Cittadini in varie ore senza preavviso anche di notte.” Palermi in quella occasione ebbe da Mussoloni rassicurazioni che la rivoluzione sarebbe stata solo una parata coreografica e dette a sua volta precise assicurazioni al futuro Duce sul fatto che “angeli angloamericani” avrebbero fornito a loro volta cospicui finanziamenti. Lo stesso Mussolini, d’altra parte, prima di arrivare a Napoli, si era intrattenuto con l’ambasciatore statunitense Richard Washburn Child che gli aveva garantito il suo sostegno.

Qualcuno azzarda anche il fatto che in quella occasione Mussolini avrebbe persino ricevuto la sciarpa del 33° grado del rito scozzese, ad honorem, quasi come in una sorta di “investitura”, ma non ci sono nel merito riscontri certi. Quello che invece è acclarato è il fatto che Palermi, subito dopo la marcia su Roma, espresse piena adesione alla linea di Mussolini e alla sua volontà di impadronirsi del potere. Più di quanto fece il Gran Maestro Torrigiani del Grande Oriente d’Italia, che preferì avere un atteggiamento più prudente ed attendista, pur rilevando che il fascismo rappresentava una “rivolta necessaria” ed una “liberazione” dal caos e da pericoli ben più gravi che minacciavano il paese, l’allusione al bolscevismo e ai socialisti era più che evidente.

Palermi si impegnò anche a tessere una rete di rapporti internazionali tra le massonerie inglesi ed americane, per rassicurare quei paesi sul fatto che il fascismo non era da temere per eventuali derive illiberali ed autoritarie. Questo atteggiamento tanto incauto quanto accondiscendente di Palermi lo illuse che tra Fascismo e Massoneria potesse instaurarsi una fruttuosa intesa, ma essa durò molto poco, come era nello stile spregiudicato di Mussolini, il quale, solo un anno dopo, nel 1923, non esitò a far cessare il trattamento privilegiato riservato alla Massoneria di Piazza del Gesù e impose, come è noto, l’incompatibilità tra l’essere fascisti e l’essere massoni, questa volta in piena continuità con ciò che aveva già fatto da socialista nel Congresso di Ancona.

Lo fece però con l’aperto dissenso di alcuni suoi strettissimi collaboratori massoni come Dudan, Acerbo, Balbo e Rossi che si astennero dal votare il provvedimento il quale esplicitamente condannava le società segrete ma che era evidentemente mirato a colpire tutta la Massoneria italiana. In quella occasione una delegazione della Loggia di Piazza del Gesù cercò un incontro per chiarire la situazione, ma egli si rifiutò di riceverla, e come è noto, Mussolini allora, auspicò soltanto “un ordine nazionale che all’infuori di ogni settarismo serve la Patria con fedeltà al Governo Nazionale.” Ma gli alti ufficiali dell’Esercito la cui affiliazione non è per altro documentata scrupolosamente, avrebbero davvero osato contravvenire agli ordini superiori di bloccare Mussolini e i suoi in marcia verso Roma?

Non è nemmeno ipotizzabile che le gerarchie delle Forze Armate avrebbero potuto disobbedire ad un ordine preciso del Re, per cui resta da capire come e se la Massoneria allora possa avere influito proprio nella decisione del sovrano di non firmare lo stato di assedio. Palermi, bisogna rilevare, era personaggio assai ambiguo, lo dimostrò sia prima della marcia su Roma, già dai tempi della guerra, quando svolse il ruolo di spia spesso doppiogiochista, che dopo, quando riprese il suo vecchio ruolo di informatore presso l’OVRA, il servizio segreto del regime mussoliniano.
Se non esistono conferme circa l’affiliazione massonica sia dell’ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel, sia del generale Arturo Cittadini, c’è motivo, avvalorato anche da illustri storici della Massoneria, che almeno Cittadini fosse un membro “coperto” della Loggia Propaganda Massonica, in tal senso si spiegherebbe così la sua mancata presenza negli archivi della Loggia di Piazza del Gesù. Lo stesso vale per l’ammiraglio Thaon di Revel, il suo voto del 1925 in Senato contro le associazioni massoniche non fa testo, perché non pochi massoni si piegarono ad esso per opportunismo, contando di continuare a svolgere cripticamente la loro opera anche all’interno del regime fascista, come poi effettivamente avvenne, persino adoperandosi in prima persona il 25 luglio del 1943 per la caduta di Mussolini in una maggioranza del Gran Consiglio del Fascismo composta allora in gran parte da massoni.

E’ altresì da escludere che l’influenza massonica possa essere stata determinante nella decisione di Vittorio Emanuele III di non firmare lo stato d’assedio, anche se i legami massonici tra alte sfere delle Forze Armate e la contiguità dello stesso Re alla Massoneria possono averlo indotto alla prudenza nell’eventualità di prevenire degli scontri armati che, con lo stato d’assedio, sarebbero stati non generalizzati, ma comunque inevitabili, creando un vulnus tra Esercito e fascisti i quali, in non pochi casi, avevano agito di comune accordo. Difficilissimo anche capire con certezza chi e come fosse inserito allora nelle Logge Massoniche, dato che gli alti ufficiali, in genere, si giovavano di adeguata copertura, ma è dato di credere che non ve ne fossero pochi soprattutto nella Loggia di Piazza del Gesù.
Prima della marcia Mussolini incontrò anche il Gran Maestro della Loggia di Piazza del Gesù, Domizio Torrigiani che gli assicurò il suo appoggio, mentre, come riferisce un altro massone: Eugenio Chiesa, gli furono consegnati altri due milioni di lire da due massoni sansepolcristi come Ambrogio Binda e Federico Cerasola. Le alte gerarchie massoniche dell’Esercito chiedevano a Mussolini soltanto di restare fedele alla Monarchia, senza debordare verso sogni repubblicani. Torrigiani fu molto esplicito verso gli appartenti al GOI, disse in quel momento : “L’Italia ha bisogno di una forte disciplina pubblica che l’attuale classe dirigente non può darle. Una nuova forza è entrate nell’arena della vita nazionale” ovviamente riferendosi a Mussolini, pur avvertendo che i massoni avrebbero dovuto fare attenzione che i fascisti si attenessero alle libertà democratiche e parlamentari, altrimenti li avrebbero combattuti. Una pia illusione accompagnava un errore storico e catastrofico che la Massoneria italiana avrebbe pagato a carissimo prezzo. Lo stesso Torrigiani definiva quella italiana “una democrazia parlamentare esaurita”.

Il Re fu avvertito in tempo dei fatti che si stavano preparando, probabilmente anche dalla madre che alcuni giorni prima aveva incontrato alcuni alti gerarchi fascisti uniti a pezzi grossi della Massoneria, così come lo seppe il suo Primo Ministro Facta, e se è provato che egli aveva lasciato che si preparasse il manifesto che decretava lo stato di assedio, manifestando la necessità che si procedesse come era già accaduto a Milano nel 1898, accadde anche che fu uno dei protagonisti di allora, ormai novantenne, che cercò di dissuaderlo, forse ricordandogli anche le conseguenze tragiche di quei giorni: Bava Beccaris.

Il Re ovviamente non prese una decisione solo spinto da questo consiglio, ma cambiò repentinamente atteggiamento, soprattutto considerando tre fattori determinati. Il primo era la debolezza di Facta che fu in procinto di rassegnare le dimissioni, invece di reagire fermamente. Il secondo era il fatto che i suoi generali più importanti e decisivi avevano tutti simpatie per i fascisti e per Mussolini che ritenevano potesse essere almeno un ottimo elemento per uscire da uno stato di conflitto permanente nelle città e nelle piazze. E il terzo il fatto che avrebbe potuto esserci qualcuno pienamente inserito nella Casa Savoia pronto a sostituirlo nello stesso ruolo di regnante, se la situazione fosse irrimediabilmente precipitata in senso eversivo. Il Duca d’Aosta infatti era dichiaratamente filofascista e raccoglieva anche ampie simpatie nelle alte gerarchie delle Forze Armate.

Tutti erano infine più o meno convinti che l’azione di Mussolini, una volta pervenuta al governo, sarebbe stata depotenziata della sua carica eversiva ed incanalata nelle esigenze superiori dello Stato, utilizzandola solo per ciò che era necessario ad evitare più tragici scenari di guerra civile e per scongiurare definitivamente ogni residuale pericolo di bolscevismo. I legami massonici negli alti vertici, quindi, se non furono determinati nel prendere certe decisioni, in linea gerarchica, furono però importanti per creare un clima di fiducia reciproca che garantisse il pieno effetto e la piena adesione a certe decisioni finali. Mussolini sapeva di giocare in un ambito molto più grande di lui, ma sapeva anche di essere un ottimo giocatore d’azzardo, ne restò convinto per tutta la vita, anche quando i giochi si fecero enormemente più grandi, talmente enormi e straordinari da rendere il gioco d’azzardo assai autolesionista, come con la guerra mondiale.

Allora il gioco era quello degli antagonismi delle Logge. Il Grande Oriente era in collisione con la Loggia di Piazza del Gesù o Gran Loggia d’Italia, il primo apparteneva alla tradizione laico-risorgimentale, la seconda era più accondiscendente verso il Vaticano. Mussolini era finito quando fu espulso dal PSI e dalla direzione de L’Avanti, a salvarlo fu un alto esponente della Gran Loggia d’Italia, Filippo Naldi, durante la guerra i suoi rapporti con tutto il mondo massonico furono eccellenti, ed è da ricordare che se nel 1914 egli aveva spinto per l’incompatibilità tra Socialismo e Massoneria, ciò portò per altro molti massoni ex socialisti presenti in Parlamento a diventare interventisti, così come fece in ogni caso anche Mussolini, che continuò ad essere finanziato da ambienti massonici per proseguire con un nuovo giornale la sua azione.
Quando nel 1925 fu varato il provvedimento contro la Massoneria, esso, seppure a parole non facesse distinzione tra le due grandi logge, nel fatti poi fu applicato in particolare contro il Grande Oriente d’Italia, lo rileviamo con evidenza dalle opposte reazioni dei due Grandi Maestri rivali. Torrigiani lo subì, Palermi espresse invece compiacimento, ribaltando le accuse del governo contro la loggia rivale. E’ dunque probabile che Palermi, che abbiamo dimostrato essere personaggio assai ambiguo, si inserisse in quella dinamica per eliminare la Loggia concorrente di Palazzo Giustiniani e che Mussolini utilizzasse gli appartenenti alla Loggia di Piazza del Gesù per avvicinarsi sempre di più al Vaticano. Eppure anche il Gran Maestro della Loggia di Palazzo Giustiniani, fino alla “Marcia su Roma” e al periodo immediatamente successivo, fu sedotto dal fascino del Duce, Torregiani infatti così si rivolse a Mussolini il 4 novembre del 1922: “Eccellenza! Nell’ardua impresa a cui Ella si è accinta animosamente, tutte le forze nazionali debbono seguirla così che Ella possa superare la prova nel modo più glorioso per la Patria. Accolga, Eccellenza, per la Patria e per sé, il saluto augurale che le invio con animo fervido e schietto”

Le potentissime logge nordamericane, in quel contesto, assecondavano questo riavvicinamento al Vaticano con l’obiettivo a lungo termine di infiltrarsi nelle gerarchie della Chiesa Cattolica. Tali piani furono scoperti e denunciati da Arturo Reghini, membro del supremo Consiglio scozzesista di piazza del Gesù. Il Vaticano, d’altra parte, abbiamo già visto che aveva reso impossibile un governo con la partecipazione dei socialisti riformisti e dei popolari, a guida Giolitti, perché preoccupatissimo del fatto che Giolitti stesso aveva proposto di passare al sistema azionario nominale che avrebbe danneggiato gli interessi economici della Chiesa Cattolica.
Con Pio XI che aveva benedetto i gagliardetti fascisti le trattative ebbero una notevole accelerazione, il Vaticano sapeva che Mussolini aveva bisogno del suo potentissimo sistema propagandistico parrocchiale, e puntò decisamente a riavere il potere territoriale e temporale perduto anche se ovviamente limitato alla zona vaticana. Quando Pio XI si impuntò perché anche la Loggia di Piazza del Gesù fosse liquidata, Mussolini lo assecondò, contando ormai di avere rapporti ad un livello più elevato con le cosiddette Ur Lodges o power élite, e cioè con personaggi come Thomas W. Lamont socio della J.P. Morgan Bank, Winston Churchill, ed altri grandi personaggi legati anche al mondo dell’alta finanza e delle nascenti multinazionali nel settore energetico. A quel punto Palermi risultava un personaggio di terz’ordine, solo una pedina perfettamente sacrificabile.

La camicie nere marciarono su Roma ma si fermarono in periferia. A Roma era pronto il decreto per lo stato di assedio, e tutto era stato disposto per arrestare i fascisti nella loro marcia. Mancava solo la firma del re il quale, rifiutandosi di apporla, compiva a tutti gli effetti un colpo di Stato, tale decreto sullo stato di assedio, infatti, aveva il sostegno non solo del primo ministro in carica, ma anche di tutto il Parlamento. Il re così tradiva il suo giuramento di fedeltà allo Stato, temendo da una parte la guerra civile e dall’altra la sua esautorazione a favore del cugino Duca D’Aosta. Così come aveva fatto in precedenza, portando l’Italia in una guerra in cui persero la vita 650.000 italiani contro la volontà del Parlamento, ora Vittorio Emanuele III consegnava l’Italia a Mussolini in spregio alla volontà del Parlamento e degli italiani. Per l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo fu decisivo l’incontro dei grandi capi dell’industria: Olivetti, Conti e Crespi i quali, riunitisi in prefettura con Lusignoli, avevano inviato al re un telegramma, sollecitandolo a nominare Mussolini primo ministro con la motivazione che avrebbe smobilitato i fascisti e sarebbe stato messo sotto controllo meglio a Roma che a Milano.

Solo quando il re invitò Mussolini, lui prese il treno; aveva un’automobile con il motore sempre acceso sotto la sua dimora e due biglietti, uno per una eventuale fuga magari in Svizzera se le cose fossero andate storte, ed uno per Roma, utilizzò quest’ultimo e i suoi finalmente, come una banda di cacciatori che facessero una scampagnata, zuppi e soddisfatti, dilagarono baldanzosamente per la città.

Carlo Felici

© 19 continua

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