giovedì, 9 Aprile, 2020

Dare dignità a “Strette intese e larghe astensioni”

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A meno di un miracolo nessuna maggioranza è all’orizzonte del 4 Marzo e se anche fosse sarebbe così poco coesa da fare la fine della maggioranza bulgara di Berlusconi con una variante di frasi celebri: al posto di Fini che dice a Berlusconi:”Che fai mi cacci?” potrebbe essere Berlusconi a dire a Salvini:”Che fai mi lasci?”. Scherzi a parte di fronte ad un Parlamento appena eletto, in maggioranza nuovo di zecca, se non si vuole che il gruppo misto diventi quello di maggioranza, una qualche ancora di salvezza per non tornare alle urne bisognerà pure trovarla e comunque rivestirla di dignità e necessità agli occhi del Paese. Le formule post-voto si sprecano ma tutte ruotano intorno alla saggezza (con gli immancabili pro e i contro) del Presidente della Repubblica. C’è un’ipotesi da non trascurare quella di un governo di strette intese grazie a larghe astensioni con tanto di precedente di un governo Andreotti. Siamo innanzi agli stessi protagonisti del maggiore attacco subito dalla democrazia italiana: quel passaggio in toto al Parlamento dei nominati, sradicando il rapporto diretto tra eletti ed elettori e tra Parlamento e Governo da una parte e gli enti locali dall’altra abbandonati alle loro difficoltà pur essendo in prima linea, alla faccia del principio costituzionale della sussidiarietà. Guasti dai quali senza convinzione stiamo cercando di uscire con un terzo di eletti sia alla Camera che al Senato grazie ai collegi uninominali contrassegnati però da una incostituzionalità evidente. La ratio dell’uninominale è che il candidato col suo richiamo personale specie in rapporto al territorio, auspicabilmente non paracadutato, prevalga sull’appartenenza partitica, la qual cosa è frustrata dalla legge vigente che lega indissolubilmente la scelta del candidato anche ai rappresentanti nel proporzionale per giunta con i nomi bloccati. Sì, si tratta di un’altra legislatura inficiata sul nascere da incostituzionalità per non aver consentito il voto disgiunto, una rigidità motivata da una diffidenza reciproca tra alleati. Un governo di scopo per avere istituzioni governanti e governabili non può prescindere da una nuova legge elettorale, non bacata di incostituzionalità, finalizzata alla governabilità e come minimo da una riforma costituzionale che riduca drasticamente il bicameralismo paritario, ultimo vigente in Europa. Un’autentica palla al piede per un Paese che aspira ad essere nel gruppo di testa per una nuova Europa che deve essere fuori discussione ma in cui si discute come diventare più integrata e solidale. Ma la dignità al nuovo Parlamento può essere assicurata per fugare la tentazione di elezioni anticipate solo se si fa carico di promuovere un’Assemblea costituente la cui elezione senza aggravio di costi può avvenire congiuntamente con le elezioni europee del prossimo anno. Un rendiconto serio sui pro e i contro della legislatura alle spalle per orientare il voto non può non riconoscere a Renzi di averci provato: a garantire la governabilità facendo ingoiare per la prima volta alla destra il ballottaggio del secondo turno per avere un vincitore certo come scritto nell’Italicum ed ancor più col pacchetto delle riforme istituzionali tra cui spicca l’aver tentato di portarci fuori da un paralizzante ed anacronistico bicameralismo perfetto oltre a incominciare a ridurre il numero dei parlamentari. Alzi la mano chi dei critici più intransigenti ha l’onestà di indicare quali altre forze fossero disponibili a fare meglio di quelle con cui non solo Renzi e il PD ma tutto il centrosinistra ha dovuto operare!

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