sabato, 23 Gennaio, 2021

D’Artagnan e le “spiritose invenzioni” di Aldo Cazzullo

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INTRODUZIONE
Nel maggio 2020, la casa editrice Mondadori – nella collana Oscar Storia – ha diffuso, con una nuova introduzione, una ristampa del “Testamento di un anticomunista”, una lunga intervista a Edgardo Sogno raccolta da Aldo Cazzullo nei mesi precedenti il decesso dell’ex diplomatico nell’agosto 2000.[1]
Lo storico, professor Alessandro Portelli ha osservato: “Le fonti orali informano, prima che sugli avvenimenti, sul loro significato. Ciò non vuol dire che esse siano inutili a fornire notizie su un certo accadimento: spesso permettono di scoprire fatti ignoti o aspetti inediti di un fatto. Ma la loro specificità è quella di rappresentare la “soggettività” del testimone, e attraverso la ricerca storica, la soggettività del gruppo sociale o della classe. L’attendibilità della fonte orale è diversa. L’interesse della testimonianza non consiste solo nella sua aderenza ai fatti, ma anche nella sua divaricazione da essi: qui si collocano l’immaginario, il simbolico, il desiderio, il leggendario. L’errore ci può rivelare tanta verità quanto una precisa, accurata testimonianza”.[2]

Nel gran calderone “testamentario” è stata rovesciata alla rinfusa una congerie di fandonie, strafalcioni storici, assurdità, affabulazioni. Principale responsabile: Aldo Cazzullo e la sua pessima interpretazione di accadimenti storico-politici e la mancanza di verifica delle fonti. Le vicende che concernono il defunto Edgardo Sogno costituiscono innanzi tutto un problema collettivo di correttezza dell’informazione, di vigilanza sugli errori, sulle distorsioni della verità, sulle mancate rettifiche e eventuali mancate sanzioni, causa prima del peggioramento qualitativo della stampa politica italiana. Data l’ampiezza delle precedenti rettifiche, pur ignorate da Cazzullo, limiterò la replica alla nuova introduzione e ad alcuni punti essenziali.[3]

ESEMPI di DELEGITTIMAZIONE della RESISTENZA
Nella nuova introduzione, Cazzullo inserisce una notizia – non ne conosco l’origine, diffusa qualche anno dopo il decesso di Sogno in Wikipedia e persino da Vladimiro Satta[4] – particolarmente ignominiosa.
• Si legge: «I gesti di insofferenza al regime: la volta che, dopo la firma delle leggi razziali, Sogno passeggiò per i portici di via Po con una stella gialla appuntata sul petto» (p. 5).

In Italia, vi è un’ampia diffusione di libri ove alla fine se ne ricava che la Resistenza era composta da antenati delle Brigate Rosse da un lato e da anticomunisti “tramatori” dall’altro, se non addirittura da personaggi da operetta come viene presentato Sogno nel “Testamento”. Una denigrazione, scorretta sul piano storico e ingiusta su quello morale. L’(in)cultura e la “bagatellizzazione” su avvenimenti drammatici per attribuire o attribuirsi meriti nell’ambito delle leggi razziali o dei caduti durante la guerra di liberazione davanti a plotoni di esecuzione, anche perché certi “mestatori” potessero raccontare i loro “bobards” (bubbole) non sono accettabili. L’Italia con il regime fascista fu la prima nazione ad approvare le leggi razziali con Regio decreto del 17 novembre 1938, firmato dal capo del Governo, Benito Mussolini e promulgate da re Vittorio Emanuele III, ma la « stella gialla » non fu mai introdotta. In Germania fu instaurata con un decreto firmato da Reinhard Heydrich il 1° settembre 1941 e in Francia il 7 giugno 1942, con una legge promulgata dal regime di Vichy seguita dalla massiccia retata del luglio al Vél’d’Hiv (Velodromo d’inverno a Parigi). La legislazione antiebraica del regime fascista, emanata nel settembre-novembre 1938, ma maturata già tra il 1935 e il 1936 (basti pensare alla legislazione razziale applicata nelle colonie africane), introduce, fin dal 1933-35, norme talora più gravi di quelle che in quel momento vigevano in Germania[5]. E basterebbe risfogliare l’importante opera di Renzo De Felice, “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” (Einaudi, Torino 1961).

Dall’agosto 1938, il sottotenente Sogno si trovava in Spagna, partito volontario per raggiungere le file del generale Annibale Bergonzoli. Penso non sia necessario illustrare i rapporti tra il generale “Barba elettrica”, comandante in Spagna la IV divisione “Littorio”, e Mussolini, quindi “l’insofferenza verso il fascismo” di un volontario in Spagna per combattere dalla parte di Franco non è credibile. La scelta del giovane Sogno aveva origine nel suo ambiente sociale. Il padre, funzionario comunale, era terziario francescano. Negli anni quaranta Sogno fu militare nelle forze d’occupazione italiane a Nizza in funzione antisbarco alleato fino alla svolta del 25 luglio 1943, e nel dicembre dello stesso anno raggiunse il Partito liberale e la Resistenza.

I partigiani della “Franchi”
• Nella quarta di copertina della nuova edizione 2020 del “Testamento”, – nella “microbiografia” di Sogno – si legge: «Sogno ha diretto una compagnia di partigiani badogliani».

È strabiliante si ignorino basilari informazioni su un intervistato. La Franchi, nata nell’aprile 1944, era una formazione per lo più informativa ed era composta da una forte componente liberale, ma anche da socialisti, come Ferdinando Prat, cattolici, o da persone di idee comuniste, come Riccardo Banderali, sottotenente all’8 settembre e, prima che in Piemonte, attivo nella Resistenza sull’Appennino ligure; medaglia d’oro, catturato e fucilato in piazza Bodoni a Torino il 10 aprile 1945, citati anche a p. 71 del “Testamento”, ma Cazzullo è distratto. È sufficiente riflettere sul titolo del saggio “Guerra senza bandiera” redatto da Sogno nel 1950.[6]

Le semplificazioni di fenomeni complessi producono un grande danno culturale e civile; la corretta comprensione del contesto esige un linguaggio adeguato. Il termine “badogliano” venne usato come spregiativo dai tedeschi e dalla rinata Repubblica sociale fascista nei confronti dei partigiani: basti ricordare il comunicato del comando nazista di Roma dopo la rappresaglia alle Fosse Ardeatine, successivo all’attentato di via Rasella: “La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani”. E “Badoglioleute” era il termine sprezzante usato nei campi di internamento verso i 600.000 internati militari italiani che, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale, pagando il prezzo di circa 40.000 morti per stenti, malnutrizione, malattie, esecuzioni. Fu usato all’epoca nella polemica politica all’interno della Resistenza, e successivamente, sempre nel linguaggio della polemica politica, per indicare l’area di resistenza “autonoma”, con un vario ventaglio di riferimento che va dai liberali ai democristiani. Lo testimonia ad esempio Beppe Fenoglio, il maggior interprete letterario della Resistenza italiana, nei suoi romanzi. Usare il termine oggi è un anacronismo. Sogno era un militare al momento della sua adesione alla Resistenza. La partecipazione dei militari del Regio esercito alla guerra di Liberazione fu ampia, nelle formazioni di diverso orientamento politico. Occorre anche considerare i reparti del Corpo italiano di liberazione che affiancarono gli Alleati nella campagna d’Italia.

Sebbene siano trascorsi vent’anni dalla prima edizione del libro, Cazzullo ignora i saggi di Sogno, non frequenta gli Istituti storici, manifestamente non ha mai consultato le carte della “Franchi”, privilegia il wikipedia. Osservava il cattolico Vincenzo Gioberti: “oggi si studia poco perché niuno vuole impallidire sui libri; si studia male perché il lavoro pigliandosi a gabbo, e non come cosa seria, i buoni metodi o proficui sono in gran parte smarriti o viziati”.[7]

Edgardo Sogno e il Comitato di Liberazione nazionale
La documentazione dell’Organizzazione “Franchi” è custodita nell’archivio originario dell’Istituto storico della Resistenza di Torino (Istoreto), in parte consegnata da Sogno al Cln regionale piemontese già il 28 agosto 1945 e completata con versamenti successivi dallo stesso Eddy all’Ufficio storico del Cln (consta di due buste, B 11 e B 12, che racchiudono 20 fascicoli in totale). È la documentazione fondamentale per la ricostruzione dell’attività dell’Organizzazione. In “Guerra senza bandiera”, Sogno narra del suo rientro a Torino ai primi di gennaio 1944, si legge: “Lavoravo con gli amici del partito [liberale]specialmente con Cornelio Brosio [fratello di Manlio, negli anni sessanta segretario generale della Nato]e con il professor Greco”. “Cornelio mi portava con sé perché voleva mettermi in condizione di poterlo sostituire” (pp. 51-53).[8] Paolo Greco è stato il rappresentante del Partito liberale e presidente del Comitato nazionale di liberazione regionale piemontese (Clnrp) fino all’insurrezione dell’aprile 1945.
Nella nota 1 – 15 dicembre 1943 del diario, Paolo Greco colloca a quella data l’arrivo di Sogno, ma occorre osservare che lo stesso nella nota introduttiva, avverte che “Imprecisioni o inesattezze potranno riscontrarsi soprattutto per il collocamento dei fatti nei periodi (per lo più quindicinali o mensili) in cui ho suddiviso la cronaca”. Riguardo a Sogno scrive: “Attivismo di Sogno che viene aggregato a C. Brosio del Comitato militare” (p. 190).


La documentazione

Tra le carte della Franchi esiste un’importante relazione, redatta a poca distanza dalla fine della guerra da Uberto Revelli (Osvaldo) figura di primo piano della Franchi (Istoreto, busta B 11, fasc. i, carte 15-16-17), scrive Revelli: “L’Organizzazione Franchi iniziò la sua attività verso i primi di aprile quando Riccardo Banderali fu chiamato a Carimate da Edgardo Sogno, evaso pochi giorni prima dalla sede delle SS tedesche a Genova. In tale occasione Franchi (Edgardo Sogno) fu messo al corrente della difficile situazione del movimento di resistenza piemontese determinatasi dopo l’arresto e la fucilazione di gran parte dei componenti del comitato militare di liberazione. Fu deciso mentre egli si recava in Svizzera per prendere contatti con l’incaricato inglese dello “Special Force” di intensificare al massimo l’attività degli aviorifornimenti”. La relazione contiene una descrizione per grandi capi delle attività informative della Franchi e della costituzione di qualche squadra di sabotatori sotto la guida di Ferdinando Prat (Gigi), con poca efficacia data la scarsità di esplosivo e l’impiego del plastico soprattutto per la difesa delle vie di accesso alle vallate.

L’arresto di Sogno a Genova e del Comitato militare a Torino
• Scrive Cazzullo: «[Sogno] Rappresentante del Partito liberale nel Comitato militare di Liberazione del Piemonte, evita di essere fucilato al poligono del Martinetto con il generale Perotti, il capitano Balbis e gli altri sei eroi solo perché quel giorno era in missione a Genova, e non poteva partecipare all’incontro fatale nella sacrestia del Duomo» (p. 5).

In “Guerra senza bandiera” (p. 106) Sogno ricordava: “Il martedì [28 marzo] di quella maledetta settimana [27 marzo – 2 aprile 1944] ero partito per Genova con Tino Cattaneo e Lilli [Giovanni] Savoretti”. A parte qualche refuso nelle date, Sogno precisa che contava di tornare perché “avevamo seduta di comitato [del Cln]e avevamo dato appuntamento a Greco alla stazione”. “Avevamo appuntamento venerdì [31 marzo] alle 8 e mezza e ci dovevo andare anch’io” (p. 122). Sogno con i componenti della missione Otto, fu arrestato a Genova il 29 marzo. Aldo Li Gobbi fu ferito gravemente durante l’arresto, verrà ucciso. Il fratello Alberto rifiuta di evadere con Sogno per evitare torture al fratello, inutilmente, ma l’evasione di Sogno riesce. Li Gobbi sarà sempre riconoscente a Eddy perché evitò di calpestare la chiazza di sangue lasciata sul pavimento dal fratello, calpestata invece dai militi fascisti.
Si rileva un particolare curioso: in “Guerra senza bandiera”, Sogno descrivendo una riunione del Comitato militare a marzo in un istituto alla Crocetta, parla di un “ragazzetto con le orecchie a sventola”, inviato in rappresentanza di Corrado Bonfantini, comandante delle Brigate Matteotti a Milano, che, due pagine dopo, identifica con Pietro Carlando. In realtà, dagli atti del processo, Carlando risulta nato a Torino il 3 agosto 1908 e non era certo un “ragazzino” (V. anche p. 65 del “Testamento”), arrestato il 29 marzo a Torino fa i nomi di tutti i convenuti alla riunione del comitato militare che doveva tenersi in Duomo come precisa la relazione della Questura allegata agli atti processuali.
Il 1° aprile Greco venne a sapere dell’arresto di Sogno a Genova. È chiaro che vi sono due riunioni differenti e incontri quasi paralleli che si confondono. Negli atti del processo al Comitato militare, conservati da Istoreto e consultabili in rete non è mai fatto cenno a Sogno. http://www.metarchivi.it/dett_FASCICOLI.asp?id=10852&tipo=FASCICOLI


La “liberazione” di Ferruccio Parri

• Prosegue Cazzullo: «fonda l’organizzazione Franchi, viene arrestato mentre tenta di liberare Parri, picchiato, torturato…» (p. 5).

In una lettera indirizzata ai dirigenti del Pli clandestino dal carcere di San Vittore il 25 febbraio 1945, dopo il tentativo di liberare Parri (Archivio Istoreto, busta 12, fasc. e, carta 57) Sogno scrive: “Carissimi, ho poca carta disponibile. Rispondo a tutti sullo stesso foglio, pregando di far circolare. Innanzitutto grazie a tutti quanti per il cumulo di notizie, attenzioni e affettuosità. Stamane, dopo venti giorni ho finalmente ritrovato quella deliziosa preoccupazione mattutina di non riuscire a fare tutto in giornata. E mi sento un po’ meno colpevole di essermi sottratto, colla mia avventata e sfortunata impresa, al lavoro. Vado avanti lettera per lettera”.
L’impresa, come ha riconosciuto lo stesso Sogno, fu “avventata” e inopportuna, nel febbraio 1945 erano già in corso le trattative per la resa. Luigi Cavallo in annotazioni degli anni sessanta precisava che Sogno non aveva liberato Parri, come per anni hanno scritto i giornali italiani, ma fu ad ogni modo “un gesto generoso e coraggioso”. Ha scritto Ferruccio Parri: “io ho alcuni compagni delle lotte passate […] Uno di questi è Sogno. Mi legano a lui alcuni fatti incisivi nella memoria più indelebile, che è quella del cuore. Un tentativo più che temerario, di liberarmi dalle mani delle SS […] forzando l’Hotel Regina di Milano nel quale ero rinchiuso come possibile merce di scambio. Sogno sapeva che cosa avrebbe significato il mio ritorno alla lotta in quel periodo così delicato e difficile e contro la mia proibizione volle ugualmente tentare. Andò male, e Sogno e i suoi tre eroici compagni pagarono duramente”.[9]

Le inesistenti “torture”
Sogno non è mai stato torturato, lui stesso lo conferma . Escluse a Genova poiché evade poco dopo l’arresto, per la detenzione a Milano dopo il fallito tentativo di liberare Parri è sufficiente controllare le lettere che Eddy fa uscire dal carcere di San Vittore. Nella lettera del 7 marzo 1945, indirizzata a Nino (Anton Dante Coda) dice chiaramente di aver avuto la prova matematica che la corrispondenza non è intercettata, quindi non contengono perifrasi o autocensure, si legge: “La notte scorsa ho dormito all’Albergo Regina [sede della SD-Sipo tedesca]in una delle due cellette terrene. Nella notte ho tentato per ben due volte la fuga, ma purtroppo i tentativi sono andati entrambi a vuoto e non ho ricavato che una buona dose di botte da parte degli SS di guardia. Gli ufficiali però sono sempre correttissimi” (Istoreto, busta 12, fasc. e, carte 78-79-80) e in “Guerra senza bandiera” descrive “la cortesia degli ufficiali”.
La situazione si può verificare da una lettera inviata sempre indirizzata a Coda, senza data (busta 12, fasc. e, carta 77): “Nino carissimo, mi sento inutile come una ciabatta vecchia ed è il mio principale dispiacere. Almeno mi avessero fatta la pelle! Il martire del P.L.! Avrei servito a qualche cosa: invece fino ad oggi niente. Mi trattano anzi abbastanza bene. Sto cercando di fare qualche cosetta, aiutatemi un po’ mantenendo il collegamento e facendomi avere qualche notizia. Ti mando caso mai servisse ancora quell’appunto sull’unificazione che mi avevi chiesto [doc. conservato nella stessa busta]. Immagino, conoscendo le abitudini del Cln che la questione si trascini ancora. Ho saputo che mia madre è a Milano l’hai vista? Se la vedi cerca di tranquillizzarla. Mi è dispiaciuto molto che abbia saputo. E tu guardati molto, altrimenti al traguardo non arriveranno che i Com. Sto pensando con nostalgia tremenda a quel dolce che abbiamo mangiato quella sera da Rinaldo ricordi? Salutami il suddetto e tutti gli amici. Cerca Madama. Ciau, ciau, ti abbraccio F. Hai avuto le mie precedenti?”.

La missione al Sud
• Nella nuova introduzione di Cazzullo si legge: «[Sogno] va in missione a Roma con Parri, Pajetta e Pizzoni per stringere il rapporto tra il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia e il governo Bonomi» (p. 5).

È una formulazione inesatta, riduttiva, in fondo disinformante, non giustificabile da parte di un addetto all’informazione. Fu un avvenimento di grande rilievo. Tra il 10 novembre e il 19 dicembre 1944 una delegazione del Cln Alta Italia incontra per la prima volta a Monopoli i responsabili della Number I Special Force inglese, successivamente a Roma hanno colloqui con Bonomi, il cui governo è in crisi dalla fine di novembre (che Alfredo Pizzoni, personalità, questa sì poco ricordata, rammenta “gelido, e nella completa ignoranza di quanto facevamo”), con gli americani dell’Office of Strategic Services (Oss) e con il Comando supremo alleato per il Mediterraneo. La missione è composta da Ferruccio Parri, Alfredo Pizzoni e Giancarlo Pajetta e da Sogno, la cui presenza era stata richiesta dagli inglesi. Il 7 dicembre 1944 vengono siglati a Roma i Protocolli tra gli alleati e il Clnai, atto che lo stesso Parri definisce “momento culminante della storia politica del movimento di liberazione”. Gli alleati riconoscono per la prima volta, a livello ufficiale “il valore e la funzione unitaria dell’insurrezione”: è il riconoscimento internazionale della Resistenza italiana, certamente condizionato ma (come ricorda lo storico Santo Peli nella sua sintesi “La Resistenza in Italia. Storia e critica”[10] (qui ripreso) i rapporti di forza non potevano permettere altra soluzione. Il governo Bonomi solo il 26 dicembre firmò a sua volta “senza alcun entusiasmo” (Santo Peli) un accordo con il quale delegò il Clnai a rappresentarlo nella lotta contro i nazifascisti nell’Italia occupata. Basterebbe riprendere queste pagine dello storico, e di altri studiosi, per non cadere in banalizzazioni che sminuiscono di fatto la figura di Sogno resistente, e deformano una pagina fondaementale della storia italiana. L’importanza per la politica alleata e italiana degli accordi siglati il 7 dicembre 1944 è un dato assodato da decenni dalla storiografia. L’opera di Santo Peli ne dà una chiara sintesi.

La liberazione di Sogno
• Cazzullo prosegue: «infine [Sogno fu] scarcerato dai nazisti su pressione dei servizi americani» (p. 5).

La “Dichiarazione dell’Unesco” sancisce il “Diritto del pubblico all’informazione veridica, alla verifica delle fonti, alla completezza della notizia, poiché risponde ad un’esigenza di coesione sociale, ad una funzione di affidabilità e di legittimo funzionamento delle istituzioni”. Non sembra che Cazzullo abbia rispettato questi principi elementari nei confronti dei lettori.
La documentazione è chiara e disponibile, è conservata negli archivi americani, in note di Cavallo che risalgono agli anni sessanta, è stata citata da numerosi e noti storici, dallo stesso Sogno e l’errore è stato segnalato nelle precedenti rettifiche, ma Cazzullo prosegue imperterrito il cammino prestabilito. Nell’incontro a Zurigo tra il generale Karl Wolff e Allen Dulles, l’8-9 marzo 1945, il secondo colloquio di quella complessa operazione per la resa tedesca in Nord Italia, denominata “Sunrise” dagli americani e “Crossword” dagli inglesi, Wolff, oltre a dare assicurazioni sulla sicurezza di 350 prigionieri alleati in mano tedesca, “promise di cercare di ottenere la liberazione di Sogno”. Ferruccio Parri e Antonio Usmiani, un agente del Sim italiano, furono liberati dai tedeschi il giorno stesso. La loro liberazione era stata richiesta dagli Alleati come garanzia e prova di buona volontà nel primo incontro, il 3 marzo a Lugano, tra delegati tedeschi e esponenti dell’Oss.[11] Evidentemente la promessa non ebbe seguito, poiché Sogno, rappresentante del Partito liberale nel Cln Alta Italia, venne portato il 23 marzo nel carcere di Verona, poi, alla metà di aprile, trasferito nel campo di transito di Bolzano.
Ha scritto Sogno (Cfr: “Guerra senza bandiera”, p. 340): “Gli alleati si avvicinavano a Verona, e i tedeschi avevano fatto la scelta dei prigionieri più interessanti”. Fortunatamente a quella data i trasporti verso i Lager tedeschi dal campo di Bolzano erano già del tutto interrotti: dopo i primi di febbraio solo un camion con pochi prigionieri partì il 22 marzo e arrivò al campo di concentramento di Dachau il 24. Il 26 aprile iniziò la liberazione dei prigionieri e il 30 il campo venne preso in consegna dalla Croce Rossa.[12] Sogno fu liberato insieme agli altri prigionieri, nello stesso campo era detenuta Margherita Montanelli, moglie di Indro. Eddy poté tornare a Torino il 9 maggio e intrattenerci con la sua “manie des grandeurs”, ma anche con ottimi saggi come “La Croce e il Rogo”.[13]

I CHIMERICI RACCONTI
1) Allen Dulles non è mai stato amico di Sogno. In “Guerra senza bandiera” lo menziona una sola volta (p. 177) auspicando di incontrarlo poiché: “rappresentante personale di Roosevelt. Suo fratello è uno dei pezzi grossi del partito repubblicano”. Monarchici e missini erano esclusi dai finanziamenti americani nel dopoguerra; tale era la precisa e vincolante direttiva di Allen Dulles e del Dipartimento di Stato. Nel “Testamento” (pp. 111-112) si leggono bubbole che illustrano unicamente la poca conoscenza della personalità del direttore della Cia. Sogno non ebbe mai sovvenzioni dagli Americani, non a caso ignorava le regole della contabilità riservata delle istituzioni pubbliche Usa, verificabile nei dettagli. Negli anni cinquanta, a Roma, tre alti funzionari italiani, in posti chiave dell’amministrazione italiana, reclutati sin dai tempi di James Angleton (poi a capo del controspionaggio 1954-1974) e del suo collaboratore Ray Rocca (nessun legame con il col. Renzo Rocca) fornirono informazioni preziose sui problemi interni allo Stato italiano e furono i consulenti della Cia in merito agli “investimenti in Italia”.[14] Tutti personaggi ignoti ad Edgardo Sogno.

2) In merito a “Pace e Libertà” di Sogno-Cavallo, sull’effettiva origine, sui finanziamenti, sulla scissione, sulla successiva gestione Sogno-Dotti ho già ampiamente scritto nelle rettifiche citate nella nota 3. Quando direttore responsabile era Luigi Cavallo (dicembre 1953 – ottobre 1954) la rivista non fu mai fu finanziata da Mario Scelba che peraltro ha smentito Sogno.[15] È sufficiente verificare gli articoli e le critiche di Cavallo a Scelba, si legge (Lettera aperta, luglio 1954): “Scelba & C. spediscono la Celere contro i picchetti operai, ma proteggono la nomenklatura comunista, anche con omissioni di doverosi atti d’ufficio. Per contraccambiare, l’apparato comunista limita l’azione cosiddetta rivoluzionaria alla ginnastica scioperaiola ed alla demagogia elettoralistica”.
Sogno si era lamentato dell’Inchiesta di Cavallo sull’Ingic,[16] iniziata dalle pagine di “Pace e Libertà” (giugno-luglio 1954). Fu una delle cause della scissione (settembre-ottobre 1954) e Cavallo fece seguire immediatamente un attacco al senatore democristiano Pier Carlo Restagno, ex-segretario amministrativo della Dc e dirigente dell’Istituto San Paolo di Torino, che mise immediatamente termine alle sovvenzioni a Eddy, al quale venne a mancare un sostegno sostanziale. Il 19 novembre 1954, Amintore Fanfani, segretario generale della Dc, divulgò un comunicato preciso: “s’invitano tutti i segretari regionali e provinciali a non accogliere inviti trasmessi da responsabili o comunque qualificati tali del movimento “Pace e Libertà””.[17] Impensabile, quindi, che Scelba abbia sostenuto la “Pace e Libertà” di Sogno-Dotti. Dopo la scissione, nel giro di poco tempo, terminati anche i finanziamenti degli imprenditori minori, la rivista, già nella primavera del 1955, era in stato fallimentare, la sede di Torino fu chiusa ed è sufficiente controllare i bilanci all’archivio del Tribunale e delle società , quindi i finanziamenti di Scelba o quelli astronomici della Cia tra il 1953-1958 menzionati nel “Testamento” sono leggende (p. 112) o meglio buffonate.

Edgardo Sogno diplomatico
• Si legge ancora nella quarta di copertina dell’edizione 2020: «[Sogno] è stato un importante diplomatico» e Cazzullo nell’introduzione scrive: «Briga per farsi nominare ambasciatore a Saigon, nel pieno della guerra del Vietnam, ma per una beffa del destino – e di Moro e Fanfani – si ritrova a Rangoon, in Birmania, dove non accade nulla» (p. 6).

L’ambasciatore Giovanni D’Orlandi in carica a Saigon lo destituivano?! In Birmania «dove non accade nulla» (sic!). In quanto alla politica di Moro e di Fanfani, e del governo italiano negli anni sessanta nei confronti della guerra nel VietNam sono stati dedicati ottimi studi e gli archivi diplomatici sono disponibili.[18] Quale beffa e quali rapporti con Sogno? In merito al “curriculum” diplomatico l’ambasciatore Manlio Brosio nei suoi “Diari”[19] cita Sogno marginalmente, in tre parole. Sogno non ha lasciato scritti, né vi è traccia negli archivi diplomatici di interventi e partecipazioni particolari, neppure sul periodo trascorso a Rangoon dove ricoprì l’incarico di ambasciatore (dal 16 agosto 1966) durante il regime nazionalista e marxista del generale Ne Win, arrivato al potere, nel 1962, con un colpo di Stato. Nella primavera del 1969, in Birmania le rivolte studentesche e gli scontri s’intensificarono. Nell’agosto Sogno scrisse una lettera all’on. Moro, allora ministro degli Esteri, auspicando di lasciare il paese. La carica rimase vacante e solo dal gennaio 1971 fu ricoperta dall’ambasciatore Elio Pascarelli. Sogno, rientrato in Italia nei primi mesi del 1970, alle soglie della pensione, sollecitò la liquidazione anticipata e decise di presentarsi come candidato nel Partito Liberale Italiano.

Il progetto per “gladio” e il misterioso MacArthur
• Insiste Cazzullo: «Sogno […] scrive un progetto per quella che diventerà Gladio» (p. 6). Nel “Testamento” si legge che nel 1949 a Parigi, avrebbe consegnato una lettera “in merito agli Atlantici”, un embrione della Gladio in Italia, a un non meglio precisato MacArthur jr: «ne scrissi una sintesi in francese che consegnai nel 1949, a Parigi, a MacArthur jr, capo di gabinetto di Eisenhower (p. 105)» [nell’indice MacArthur, Douglas Arthur jr, p. 194].

Il diplomatico Douglas MacArthur II (nato nel 1909, il cui nonno era Arthur MacArthur jr. deceduto nel 1912) partecipò alla Resistenza in Francia dove fu internato nel 1942. Dopo la Liberazione di Parigi (agosto 1944) fu consigliere politico di Eisenhower e in seguito responsabile della sezione politica del Ministero dell’Ambasciata americana. Nel 1948 fu trasferito a Bruxelles per dirigere il “Dipartimento dell’Europa Occidentale (Sogno era vice console a Buenos Aires) e dal gennaio 1950 fu vice capo del “Dipartimento agli affari regionali”. Raggiunse Eisenhower nel novembre 1952 a Parigi, al Palais di Chaillot, come consigliere politico e dal 1957 al 1961 fu ambasciatore in Giappone. Mentre Arthur MacArthur IV, figlio del generale Douglas MacArthur (comandante delle forze alleate nel sud-ovest Pacifico, si era sposato nel 1937, quasi sessantenne), nato a Manila nel 1938, nel 1949 era un bambino. Figlio di una medaglia d’onore fu ammesso all’Accademia di West Point nel 1959 ma preferì la “Columbus University” dove studiò arte e musica. Negli anni Sessanta era noto come concertista e alle cronache mondane. Viveva al “Greenwich village” di New York. A quale misterioso Mac Arthur, fu consegnata la lettera con il progetto dei cosiddetti “atlantici, embrione di Gladio”. Personalità come François Durand de Grossouvre, prestigioso esponente della Resistenza francese già dal dicembre 1944 era stato designato per la costituzione del “Gladium” per iniziativa del servizio segreto delle Forze Armate americane in Europa. In Italia, nel dopoguerra, gli Americani assicuravano la sicurezza contro la sovversione di destra e di sinistra, solo dopo la costituzione del Patto di Varsavia (maggio 1955), i fatti d’Ungheria e del canale di Suez (1956) divenne indispensabile attivare una rete “Stay Behind” nella Penisola.

Sogno giunse a Parigi da Buenos Aires alla fine del 1949, nel 1952 era a Londra e all’inizio del 1953 chiese ed ottenne l’aspettativa dal Ministero degli Esteri per partecipare, come candidato del partito monarchico di Lauro e Covelli allora obiettivamente alleato [contro la cosiddetta “legge truffa”]del Pci e del partito socialista di Nenni, insignito del “Premio Stalin” per la Pace. Non fu eletto ma l’anticomunista Sogno ebbe la soddisfazione di negare il premio di maggioranza alla coalizione capeggiata da De Gasperi e Saragat, e di regalare a Nenni ed a Togliatti allora accomunati nel “patto di unità” la loro più importante vittoria alle elezioni politiche del dopoguerra.

Edgardo Sogno “allievo” del “Nato Defense College”
Il progetto di istituire il Collegio di difesa della Nato (Nato Defense College, Ndc) fu formulato nel luglio 1951 dal generale Eisenhower, comandante supremo alleato in Europa, che ordinò l’elaborazione di un quadro panoramico dei problemi essenziali da affrontare e risolvere sul piano militare, politico, tecnologico e sociale. Il problema prioritario fu individuato nella formazione dei quadri dirigenti, in particolare di un Gruppo permanente, costituito da alti ufficiali delle tre Armi, o civili di grado equivalente, destinati a ricoprire posti chiave in seno alla Nato. A Parigi, dal novembre 1951, furono formati, ogni anno, circa cento funzionari, tra militari e civili, che via via occuparono i posti-chiave nei vari settori della Nato. I corsi comportavano gli esercizi pratici e i viaggi d’istruzione, la frequenza ai cicli di conferenze dei vari ministri e dei generali superiori, una serie di lezioni di strategia e di diplomazia che implicavano, al termine di un intenso e faticoso corso annuale o biennale, un’immediata valorizzazione e promozione amministrativa nell’ambito Nato e delle istituzioni atlantiche. La nomina e la scelta dei candidati spettava al governo nazionale, cioè, al governo di Roma che non designò mai Sogno, non si trova traccia. La decisione era, ed è, pubblica. Gli allievi avevano il privilegio di ascoltare le conferenze dei ministri degli affari esteri e di interrogarli; di discutere l’attività dei ministri della Difesa, dei Capi di SM, di confrontarsi con eminenti personalità dell’industria militare e con i Comandanti in capo della Nato. Sogno riferisce unicamente di un’imprecisa conferenza con la presenza di Jean-Paul David (che non fu mai funzionario della Nato).
È palese l’infondatezza dei racconti di Sogno e “fans” soltanto verificando le date. D’altra parte, congedato come tenente, cioè secondo grado degli ufficiali inferiori, a Parigi, era un semplice addetto del Consolato italiano (per un periodo vice-console dell’ufficio Visti), cariche incompatibili, per grado o ruolo con una qualsiasi funzione nella struttura del selettivo Ndc. Rilevava il professor Grant T. Hammond, decano del Ndc: “capopofila degli istituti d’insegnamento dell’organizzazione ove gli ufficiali superiori della Nato o i civili che abbiano un grado equivalente si formano in attesa di occupare posti di rilievo nell’ambito dell’organizzazione dell’Alleanza – gli studi forniscono un’introduzione alle strutture, alle politiche e alle operazioni della Nato e alle questioni affrontate dall’Alleanza. Gli studenti che completano i corsi di base acquistano il livello di conoscenza necessaria per poi seguire i corsi avanzati della Nato: l’istituto universitario della difesa Nato, gli istituti universitari della difesa nazionale”

Le discordi affermazioni di Sogno e il Governo di Salute Pubblica
Sogno ribadì l’inesistenza di un tentativo di colpo di Stato in tutte le sedi giudiziarie, e la riconfermò nel 1992, quando venne riaperto il caso che venne affidato al dott. Monastero,[20] magistrato del Tribunale romano, e rapidamente archiviato. Gli scritti romanzati post-golpe miravano a sfruttare i residui pubblicitari di un infortunio giudiziario ma soprattutto si trovò in una situazione di gravi difficoltà quando intentò un processo in diffamazione per l’accusa “inventata da Violante” commisurando il suo risarcimento danni ai suoi stringenti bisogni di cassa che valutò in un miliardo di lire (sic!): “Per il golpe c’è poco da riesumare: ho avuto giustizia e la magistratura ha già stabilito che l’allora giudice Violante si era inventato tutto” dichiarò affrettatamente Eddy, anticipando l’esito della sentenza, che gli fu, invece, sfavorevole.[21] Eddy perse la causa, e fu condannato a pagare un pesante risarcimento. Stabilì, infatti, la sentenza:

“Il Tribunale definitivamente pronunciando così provvede:
– Rigetta la domanda proposta nei confronti di Sergio Zavoli e della RAI s.p.a. e condanna l’attore [Edgardo Sogno] alla rifusione delle spese processuali, che liquida d’ufficio in lire 200.000 per spese, lire 2.000.000 per diritti e lire 4.350.000 per onorari, oltre IVA e CPA.
– Condanna Sogno Rata del Vallino Edgardo al risarcimento dei danni, in favore di Violante Luciano che si liquidano in lire 100.000.000 (cento milioni) oltre gli interessi legali decorrenti e ordina che la sentenza sia pubblicata su “Il Giornale” e “La Gazzetta di Parma”.
– Condanna l’attore alla rifusione in favore di Violante Luciano delle spese di lite che liquida in lire 359.500 per spese, lire 2.550.000 per diritti e lire 6.500.000 per onorari oltre IVA e Cpa. Così deciso in Roma, 21.2.1996”.

Il 20 gennaio 1997 il Tribunale di Roma confermò la condanna in appello e il pagamento di 100 milioni di lire all’on. Violante. Eddy e l’avvocato Ascari ci informarono che l’on. Luciano Violante rinunciava a recuperare il risarcimento, i particolari di quella curiosa transazione rimasero ignoti all’opinione pubblica. Il 14 marzo 1997[22] inaspettatamente Sogno “rivelò” l’organigramma del “governo di salute pubblica” che nel 1974 avrebbe, ipoteticamente, preso il potere, i cui componenti defunti sarebbero stati a conoscenza, mentre i fortunati viventi tutto ignoravano, come evidenziarono le successive smentite. La parcella del legale di Violante, avvocato Giuseppe Zupo di 12.544.420 del 4 marzo 1998 fu pagata da Luigi Cavallo inviando a Eddy la somma di 40.000 franchi francesi (è conservata copia della parcella con un “pagato” di pugno di Sogno insieme agli atti giudiziari e fotocopia bonifico). L’avvocato Odoardo Ascari rinunciò al saldo del suo onorario. Sogno era soprattutto preoccupato per la moglie Anna in caso di difficoltà ulteriori. La critica non va certo a Sogno e ai suoi problemi economici, la vita riserva soprese, ma a chi ha sfruttato e sfrutta dichiarazioni talvolta grottesche.
Durante la seconda guerra mondiale Sogno portò a termine missioni informative in favore dei servizi militari inglesi (non americani). Tra le azioni più pregevoli di Eddy vi fu la costante trasmissione di informazioni che segnalavano i movimenti delle truppe, la valutazione della consistenza delle Forze in movimento, e l’individuazione dei punti topografici ottimali per ricevere (in determinati periodi) lanci di armi, di viveri e di denaro dagli aerei inglesi. Ciò premesso, per un equilibrato giudizio occorre non dimenticare l’altra faccia della medaglia: i danni arrecati da Sogno alla causa della corretta informazione democratica in anni successivi.

Il “LIBERAL-MONARCHICO” SOGNO e il GOLLISMO
Il gollismo tradizionale, ovviamente non aveva nulla da spartire con i monarchici, ma rifiutava anche il “liberalisme économique” classico, nato “au siècle des Lumières”. Il gollismo non è una dottrina. De Gaulle discepolo di Charles Peguy (influenzato dal socialismo di Henry Bergson e Pierre Leroux), doveva la sua formazione militare al “Dreyfusard”, colonnello Emile Mayer. Il generale raggruppava intorno a sé persone di differenti esperienze politiche: il gollismo “di sinistra” (terza via con il rifiuto del capitalismo e della “lotta di classe”) di cui André Malraux, ministro della cultura del governo di De Gaulle, fu uno dei rappresentanti più prestigiosi insieme a Louis Vallon; il “gaullisme sociale” (democrazia sociale) vicino al gollismo tradizionale (Philip Seguin ed altri); e i neogollisti, dopo il decesso del Generale (dal 1970) con Pompidou, poi Chirac e la svolta verso il liberalismo economico (1980) in polemica con Mitterrand.

L’inesistente “minaccia” dell’esercito di De Gaulle
• Si legge nella prefazione dell’edizione 2010 del “Testamento”: «nel 1958 quando con la minaccia dell’esercito De Gaulle fa cadere il governo legittimo, ottiene i pieni poteri, riscrive la Costituzione in senso presidenzialista».

In modo elementare, data la complessità delle vicende, penso siano doverose alcune puntualizzazioni poiché il rapporto tra gli avvenimenti per la costituzione della V Repubblica in Francia e il “golpe” o lo “strappo” per “manu militari” nel 1974 evocato da Eddy è grottesco.
Rammento che “La Francia è una Repubblica parlamentare a dirigenza presidenziale”, come si usa dire correntemente, quindi i “pieni poteri”… !?La V Repubblica francese è nata in un contesto politico internazionale molto complesso segnato dai conflitti coloniali, dalla Guerra fredda e dalla fondamentale questione tedesca. I governi di coalizione della IV Repubblica (1946-1958) non erano in grado di risolvere i problemi e creavano una grande instabilità. I testi della Costituzione furono redatti da valenti costituzionalisti di differenti ideologie, e da una personalità quale il giurista Michel Debré, poi primo ministro designato da De Gaulle ma ignorato da Sogno e Cazzullo. Alcuni giuristi argomentarono che la nascita della V Repubblica era anticostituzionale poiché la IV repubblica (sebbene approvata a seguito di referendum) non prevedeva la possibilità di modificare la costituzione per referendum. In generale, si considera che l’approvazione per referendum consista nell’esercizio del diritto sovrano del popolo di disporre di sé stesso e prevale sulla costituzione. In quel lontano 28 settembre 1958, l’82%, degli elettori votarono a favore della nuova costituzione; l’elezione diretta del Presidente della Repubblica per suffragio universale è successiva, venne approvata, sempre per referendum, nel 1962 e non “con la minaccia dell’esercito”.

Il “putsch” dei generali francesi ad Algeri
Dopo che tre soldati francesi furono uccisi dal Fnl (Fronte nazionale di Liberazione) il 13 maggio 1958 ad Algeri, furono organizzate delle manifestazioni e venne costituito un “comitato di salute pubblica” sotto la direzione del generale Massu che indirizzò al presidente della Repubblica, René Coty, un telegramma esigendo la creazione di un governo di salute pubblica. Prendendo atto di ciò che era avvenuto il 13 maggio, nel suo discorso al Forum di Algeri il 29 maggio, la piazza gremita di francesi e algerini, De Gaulle pronunciò la nota frase: “Je Vous ai compris” (Vi ho capiti) e dichiarò che i musulmani algerini erano “francesi a pieno titolo” ed annunciò l’instaurazione immediata “di un solo e stesso collegio elettorale” che i partigiani dell’Algeria francese avevano sempre rifiutato. Ciò significò che il voto di 9 milioni di musulmani algerini da quel momento aveva ormai lo stesso peso del voto di ogni francese dell’Algeria. I francesi in Algeria erano poco più di un milione.
L’otto gennaio 1961 i francesi si pronunciarono con un referendum in favore “dell’autodeterminazione” del popolo algerino e il generale De Gaulle, l’11 aprile, annunciò che abbandonava ogni sforzo per mantenere l’Algeria sotto la dominazione francese. Il “Colpo di Stato di Algeri” fu un tentativo mancato del 23 aprile 1961, organizzato da quattro generali, Maurice Challe, Edmond Jouhaud, Raoul Salan e André Zeller, contro la politica del generale De Gaulle e del suo governo. A seguito del “putsch”, il Generale fece un appello, un discorso di pochi minuti, chiaro e preciso, trasmesso via radio e alla televisione, richiamando i cittadini alla non cooperazione ed alla “disobbedienza legittima”, menzionando “l’azione stupida ed odiosa di ufficiali ambiziosi e fanatici” e chiedendo l’aiuto popolare. La notte stessa, il Primo Ministro, Michel Debré, fece chiudere gli aeroporti francesi e tra la popolazione in Francia e ad Algeri la resistenza si rafforzò di ora in ora. Il 24 aprile dieci milioni di lavoratori scesero in piazza. Il 25 aprile, De Gaulle ordinò l’impiego delle armi contro i golpisti che avevano già in pratica capitolato, rapidamente furono evacuati gli edifici pubblici occupati. Il generale Challe si arrese, mentre i tre altri generali fuggirono.

L’elezione a suffragio universale del generale De Gaulle
Nel marzo 1962 intervennero gli “accordi” di Evian e la fine della “guerra” tra la Francia e il Fnl che consacrerà l’indipendenza dell’Algeria. Il referendum per l’approvazione del testo degli accordi è del 18 aprile (90% di “SÌ”). Incominciò il drammatico esodo dei francesi d’Algeria verso la Francia. Nell’ottobre 1962 con referendum verrà approvata la riforma della Costituzione (il 62%), e alle legislative del novembre, i gollisti ottennero un’ampia vittoria in tutte le regioni. Nel dicembre 1965 De Gaulle sarà il primo presidente eletto a “suffrage universel” (avversario era François Mitterrand).

De Gaulle e i comunisti
Dal 1962 al 1969, due caratteristiche dominano la politica estera gollista: la posizione di rilievo della Francia nel mondo e la dichiarazione dell’indipendenza nazionale, in particolare in relazione agli Stati Uniti. Il ritiro delle forze francesi dal comando integrato della Nato, nel 1966, contemporaneamente l’instaurazione di un dialogo con l’Urss con la visita a Mosca nel giugno 1966. Il Generale in Urss era molto popolare, il viaggio fu ampiamente pubblicizzato dalla stampa sovietica e fu accolto dalla popolazione con grande entusiasmo. Già nel gennaio 1964 il riconoscimento della Repubblica popolare cinese, con un breve comunicato pubblicato simultaneamente a Parigi e a Pechino, in un mondo allora diviso in due blocchi e segnato dall’aggravarsi delle tensioni militari in Sud-est asiatico, il riconoscimento della Cina popolare conserva un simbolismo forte poiché partecipava di una visione molto ampia, d’indipendenza nazionale e di una politica di un’autonomia europea dai due blocchi.
È noto che negli anni cinquanta Charles De Gaulle si oppose “alla Communauté Européenne de défense” (Ced). La controversia con la Ced è sostanziale nell’elaborazione e approfondimento di un’identità politica gollista europea, così come è essenziale nello studio del gollismo, in particolare nella sua opposizione alla corrente democristiana. I contrasti di De Gaulle si iscrivevano nei dibattiti sul riarmo tedesco, auspicato dagli Stati Uniti d’America nel contesto della guerra di Corea (25 giugno 1950). Sostenuto dal presidente del consiglio René Pleven, il principio “di un esercito europeo”, venne approvato il 26 ottobre 1950 all’Assemblea nazionale a Parigi con 343 voti contro 225 dei comunisti e gollisti. De Gaulle nel febbraio 1951 pronunciò il primo discorso su “l’Alliance” e di condanna della Ced, mentre “Paix et Liberté” di David criticò De Gaulle per aver autorizzato il segretario generale del Partito comunista francese, e vice-presidente del Consiglio nel 1947, Maurice Thorez, a rientrare in Francia dall’Urss nel novembre 1944. La storica Annie Kriegel ha osservato: “che comunisti e gollisti hanno costituito dopo la Liberazione una coppia opposta, ma complementare, in un sistema di aggressione reciproca controllata, il Pcf poteva diventare un oppositore senza essere un’alternativa”.

Sogno non ha mai approfondito le questioni poiché smentiscono le sue dichiarazioni ed evidenziano le contraddizioni sui rapporti con J.-P. David, con Allen Dulles e quelli effettivi con Mario Scelba e il Ministero degli Interni e degli Esteri. Il pensiero del Generale era molto lontano da quello di Eddy. Scrive Cazzullo nell’introduzione: «Lui [Sogno] del resto si considerava un po’ il De Gaulle italiano» (p. 7). Nel 1974 Eddy osservava: “Premetto che non sono, né mi considero un gollista all’italiana anche perché non saprei che cosa significhi, ma ritengo per un liberale non dimenticare che De Gaulle alzò per primo la bandiera della resistenza europea contro il nazismo e, per ben due volte, si inchinò democraticamente al giudizio contrario dell’elettorato francese”.[23]

Il presidenzialismo in Italia
In Italia negli anni settanta il discorso sulla Repubblica presidenziale non era nuovo. Giuseppe Longo, redattore del “Messaggero”, poi del “Resto del Carlino” ed altri quotidiani, nel 1956 scriveva: “La libertà bussa alla porta. Il primo documentato saggio sulle anomalie della nostra costituzione… Avremo una Repubblica Presidenziale?” (Roma, Edizioni Centro editoriale dell’Osservatore).
In realtà dalle informative del col. Condò, si deduce che Edgardo Sogno faceva proprie le tesi sulla Repubblica presidenziale di Randolfo Pacciardi, già esposte nel 1964 insieme a Cadorna, Tomaso Smith ed altri, che si leggono nell’opuscoletto “La Repubblica presidenziale spiegata al popolo” (Cfr: “Nuova Repubblica”, 1972). Esse però venivano esibite in modo disorganico, poiché adattate alle sue esigenze personali ed elettorali. Credo che Eddy non afferrasse veramente l’essenza di buona parte delle proposte di urgenti Riforme (che nulla avevano a che fare con un “golpe”) di Pacciardi o quelle di Luigi Cavallo (nelle loro differenze e punti di incontro), poiché troppo concentrato sul suo Ego. Pur involontariamente, negli anni settanta, fece il gioco, con le troppe chiacchiere, di chi non voleva le “Riforme” tra questi i comunisti e una parte della Dc.

Il 25 maggio 1976, in un opuscolo dell’Agenzia A: “L’Inchiesta di Luigi Cavallo sui «Golpe» e i provocatori del Sid” redatto dal carcere di Regina Coeli, si legge: “reputo l’assurda accusa di cospirazione golpista innanzi tutto un insulto alla mia intelligenza politica”. Rivolgendosi all’allora giudice Luciano Violante, Randolfo Pacciardi lo definì “colpo di sole” e smentì energicamente ogni tentativo di sovvertimento delle Istituzioni e commentando l’arresto di Sogno e Cavallo del 5 maggio 1976 scriveva: “il gesto di questo magistrato di Torino che all’Università dà lezioni contro il codice Rocco, che però applica, e in modo scorretto, contro gli uomini più noti della Resistenza della sua città è giuridicamente aberrante” (Cfr. “Nuova Repubblica”, maggio 1976).

I generali “golpisti”
• Scrive Cazzullo: «Si trattava di un’operazione politica e militare, largamente rappresentativa sul piano politico, e della massima efficienza sul piano militare.» (p.7).

“Me, me adsum qui feci” esclama Niso nell’Eneide. “[…] credo sia arrivato il momento di non tacere più nulla” – confessò Sogno (p. 152). Rammento che a Luigi Cavallo, e non a Sogno furono attribuite, da Violante frasi come “colpo di Stato rapidissimo e spietato” e di aver pianificato dal “punto di vista tecnico” il programma di sovvertimento delle Istituzioni. Informazioni del Sid menzionano la “pericolosità di Luigi Cavallo” (sic!). L’elenco dei militari presunti golpisti citati da Sogno non è organico. Cazzullo non ha verificato neppure l’età dei militari pronti ad agire, ad esempio Liuzzi era oramai ottantenne e non aveva uomini ai suoi ordini, Eugenio Reale detestava Sogno; chi aveva le chiavi dell’armeria? e così via di ognuno si potrebbe fare un medaglione che smentisce i propositi compresi quelli imprecisi su Andreotti che fornì un dossier ai giudici romani su Sogno che lo coinvolsero arbitrariamente nel “Golpe Borghese”, poi assolto, ma Taviani fornì al giudice Violante un dossier su Luigi Cavallo, non su Sogno, in merito sono esaustiva nella Relazione inviata alla Commissione Moro (V. nota 3). Alla lettura delle pagine dedicate al “Golpe bianco” si constata il basso livello di cultura militare dell’intervistato e dell’intervistatore. Si può anche giungere facilmente alla conclusione di escludere che il tenente Sogno fosse in grado di organizzare un “golpe” di qualsiasi colore o anche un semplice “strappo”.

Il “piacere” dei racconti fantastici
Sogno non aveva alcun potere, e non incuteva timore a nessuno, neppure al suo piccolo e impudente “terrier” che lo sfidava durante le passeggiate. “La sua rete” di conoscenze, era molto circoscritta. Infatti, non riuscì neppure a farsi eleggere sebbene si fosse presentato più volte nelle liste elettorali di varie formazioni. Durante la guerra di Liberazione Eddy fu un uomo dai gesti generosi, e indubbiamente era un uomo coraggioso, in seguito, non avendo mai ricoperto i ruoli auspicati, ma una carriera diplomatica piuttosto grigia, nessuna carica politica e i successivi gravi problemi economici, il suo narcisismo ne soffrì. Deluso, e un po’ “monello” – come lo definiva Luigi Cavallo – sprofondò sempre più nel “piacere” dei racconti fantastici, e usava ripetere: “è quello che vogliono”!
Luigi Cavallo lo rimproverava delle troppe chiacchiere a vanvera e le invenzioni: “Mi ripeti che l’abbinamento dei nomi Sogno e Cavallo fanno richiamo e offrono sicure possibilità di successo sul piano pubblicistico. In realtà, le collaborazioni con te sono state disastrose [intende “Pace e Libertà” negli anni cinquanta e sulle “Riforme” negli anni settanta]. Non ti ho mai sostenuto quando tenti di smerciare patacche. La mia franchezza nel dirti le cose è la mia genuina dimostrazione di amicizia nei tuoi confronti. Tu invece hai continuato a civettare coi comunisti mantenendo viva una polemica fasulla che danneggia non solo i socialisti e i socialdemocratici, ma gli stessi liberali, i democratici e tutti gli uomini onesti […]. “De Gaulle non ha mai fatto un “colpo di Stato” neppure di velluto. La tua è una vecchia versione comunista che smentisce persino le tue dichiarazioni passate” (Replica alla lettera di Sogno, settembre 1992).
Edgardo Sogno e il Pci erano complementari, non potevano fare a meno uno dell’altro, altrimenti sarebbe caduto il castello di carta che reggeva ipotetiche minacce golpiste e strumentale anticomunismo di conventicole.

“MISERIA e NOBILTÀ”, le fantasie di Cazzullo
• Si legge ancora nell’introduzione di Cazzullo: «Poteva essere un personaggio risorgimentale». (p. 3) «Sogno fu un uomo ottocentesco. Per lui la parola “società” non aveva il significato che ha per noi, ma indicava il mondo dell’aristocrazia piemontese, con i valletti in livrea schierati lungo lo scalone del palazzo Paesana la sera del ballo.» (p. 11) «Edgardo Sogno Rata del Vallino moriva dalla voglia di far sapere al mondo che lui non era una mammoletta, un debole, un indifeso.» (p. 6).

Nel “Testamento” si riscontrano pettegolezzi che sembrano più consoni a un pollaio di periferia che a un aristocratico dell’Ottocento. Cazzullo ha una visione del Risorgimento da romanzo per signorine borghesi del primo Novecento ma un linguaggio da bar della periferia romana. Come si può pensare che un militare che aveva partecipato alla guerra in Spagna e alla Resistenza potesse ritenersi una “mammoletta”. In quanto al «personaggio risorgimentale», basta leggere Sogno (V. “Guerra senza bandiera”, arresto a Genova, p. 110): “Mi fece venire in mente le scene classiche del Risorgimento, quelle che abbiamo viste illustrate nei libri dei bambini. Mi accorsi che era ridicolo dato il personaggio che ero io, e scacciai quell’idea con fastidio”.

• Insiste Cazzullo: «in casa teneva certi valigioni pieni di materiale propagandistico, che alternava sacrosante denunce dei crimini sovietici e testimonianze meno nobili sulle abitudini sessuali di Pietro Secchia e altri leader comunisti (“ma non ero mica io a occuparmi di queste cose” diceva lui)» (p. 3).

In casa non c’erano valigioni zeppi di materiali propagandistici, ma dei manifesti e qualche copia di riviste di cui Cazzullo non ha saputo neppure attribuire l’effettiva proprietà, pigliando degli abbagli! I fondi archivistici lasciati da Sogno non sono cospicui. In quanto agli articoli e i manifesti sulle “abitudini sessuali” di leader comunisti furono diffusi con la gestione Sogno-Dotti. Quando Cavallo lasciò “Pace e Libertà” dopo 10 mesi di effettiva direzione responsabile, gli infiltrati ebbero libero gioco, furono pubblicati articoli volgari, diffamatori, falsi. Scriveva Cavallo: “Espressi a Sogno parere contrario a una riedizione integrale di “Pace e Libertà”, a causa di certe calunnie di pessimo gusto diffuse in un manifesto dedicato a Teresa Noce. Un tipico esempio di propaganda falsa, rivoltante e negativa. Teresa Noce, madre di tre figli, una vita illustrata da una biografia eroica; dotata di grande esperienza politica, sindacale, internazionale ed eccezionali capacità organizzative ed umane veniva schernita: brutta, comunista … [e non ripeto le gravi diffamazioni]. Se la classe politica italiana non fosse stata marchiata dal machismo fascista, che penetrò anche il Pci, nel dopoguerra avrebbe diretto il Partito oppure la Cgil. La sistematica sostituzione, da parte degli ingrigiti dirigenti togliattiani, delle anziane mogli rivoluzionarie doveva essere commentata e illustrata molto diversamente e avrebbe posto un problema seriamente sentito dalla base del Partito e dalle masse femminili.” Così “Pace e Libertà” di Sogno e Dotti si screditò.

• «Già la sua casa [di Sogno]era un ambiente da romanzo. Un incrocio tra un casotto di caccia di un nobile sabaudo e una residenza coloniale da romanzo francese di spionaggio: le teste di cervi dalle corna imponenti e i passaggi segreti (una scala portava in un’intercapedine nel soffitto, un tunnel conduceva nei sotterranei e da lì in strada) […]. E poi la botola per sfuggire ai nazisti e ai carabinieri […]» (p. 4).

L’abitazione di via Donati dove Sogno era nato, è un immobile edificato come altri similari nel quartiere fine Ottocento e i primi del Novecento nel perimetro della Cittadella ma, nulla a che vedere con i palazzi dell’aristocrazia romana, fiorentina, napoletana con i passaggi segreti, i soffitti di cinque e più metri e le grandi scalinate. Le gallerie sotterranee della Cittadella di Torino che conducono dalla fortezza e le varie ramificazioni e cunicoli hanno una storia, al museo Pietro Micca sono conservate mappe ecc., invito Cazzullo a studiare. Furono riaperte durante la guerra e utilizzate come rifugi antiaerei e alla fine del conflitto furono nuovamente chiuse per una questione di sicurezza degli stessi immobili, alcuni sedi anche di banche e di “caveau”. In molte dimore costruite nell’Ottocento ma anche in anni precedenti e successivi vi sono intercapedini e botole, non solo in Italia, non certo per sfuggire ai nazisti vista l’epoca di costruzione. Il domicilio di Sogno era un normale appartamento, bello, luminoso, confortevole, ai muri i dipinti di Anna Sogno, in entrata due alabarde, una rara collezione di riviste del Risorgimento. Cazzullo, autore di libri “people” ha mai visto una residenza coloniale francese?

• Le fantasie continuano: «La procura di Torino lo accusa di aver preparato un colpo di Stato. Sogno finisce in carcere […]: “ero in cella con due che avevano ammazzato la moglie ma mi trattarono benissimo” (p. 6) e persiste: «Pochi giorni dopo [ la diffusione del libro] Norberto Bobbio mi telefonò dicendo che aveva qualcosa da mostrarmi. Erano le lettere che Sogno gli mandava, con i manoscritti dei suoi saggi e la richiesta di un giudizio» (p. 11). Si potrebbe continuare a lungo.

Trasferiti la notte del 5 maggio 1976 da Torino a Roma, Edgardo Sogno e Luigi Cavallo, a Regina Coeli, occupavano due celle singole contigue, di giorno le porte venivano lasciate aperte e discutevano, non vi erano altri detenuti ma nell’ora di “socialità” potevano incontrare altri carcerati. Negli archivi di Luigi Cavallo è conservata in una scaffalatura un incredibile numero di innocui messaggi e di lettere personali che Eddy, regolarmente inviava in fotocopia, a noi come a tanti altri tra i quali Bobbio. Posso elencare i destinatari.

I FATTI di UNGHERIA, D’ARTAGNAN e VITTORIO FELTRI
• Vittorio Feltri – in “Libero” il 20 giugno 2020 ha dedicato una recensione alla nuova ristampa del libro – scrive: «[Sogno] poi comandante dei partigiani monarchici, medaglia d’oro, con dimostrazioni di audacia che durarono anche quando fece di tutto per costituire gruppi di partigiani anticomunisti in Ungheria nel 1956».

Sulla formazione “Franchi” e i “monarchici” ho già precisato. Nel 1990, dopo il crollo dei regimi comunisti, Sogno raccontò che il “segreto di Stato” opposto a suo tempo da Moro e Andreotti sul “Golpe bianco” avrebbe coperto una sua missione umanitaria “tra Vienna e Budapest” nel 1956.[24] Quali i motivi che indussero due presidenti del Consiglio a mettere il segreto di Stato sui documenti? Secondo Sogno la prima “concerne i fatti d’Ungheria (1956), la seconda “Pace e Libertà (1954)”, ma il cosiddetto “golpe bianco” è del 1974, vent’anni dopo!
Sono versioni assurde e cervellottiche. L’Urss aveva rinnegato la dottrina della sovranità limitata e nessun “segreto” era opponibile da parte del governo italiano per un’ipotetica attività contro quello che Sogno distrattamente ha definito arbitrariamente “governo fantoccio”. Nel breve spazio di tempo: fine ottobre 1956, che circoscrive la sua presunta azione “tra Vienna e Budapest” (umanitaria e non per la costituzione di gruppi partigiani anti comunisti) ma dimenticando che al potere v’era non un “governo fantoccio”, bensì il legittimo governo popolare presieduto da Imre Nagy che il 2 novembre denunciò il Patto di Varsavia, proclamò l’Ungheria “Stato neutrale”, avviò con l’Urss negoziati per il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria, e il giorno 3 estromise dal governo quasi tutti i ministri, ne rimasero soltanto tre, comunisti, e furono tutti assassinati in Romania, malgrado l’“asilo politico” solennemente riconosciuto dai governi dell’Urss, di Romania e da quello “fantoccio” di Kadar. Il 4 novembre, mentre le Forze armate sovietiche aggredivano l’Esercito ungherese, Radio Europa Libera trasmetteva dall’ambasciata jugoslava di Budapest gli ultimi drammatici e inutili appelli all’Occidente di Imre Nagy.
Durante l’insurrezione fuggirono facilmente dall’Ungheria – le frontiere erano sguarnite – migliaia di persone ma soltanto poche centinaia furono i dirigenti ed i combattenti che riuscirono a rifugiarsi in Occidente. La grande maggioranza rimase intrappolata nella rete stesa attorno a Budapest dal generale Ivan Serov, ex capo dell’Nkvd, e poi del Kgb, ambasciatore russo era Iuri Andropov. Venerdì 9 novembre 1956 una commissione, di cui faceva parte l’on. Matteo Matteotti per l’Italia e Michel Gordey per la Francia, si fece rilasciare dal col. sovietico Kusnezov i lasciapassare per i giornalisti stranieri che poterono recarsi in auto a Budapest da Vienna scortati da un camion militare. Matteo Matteotti e Indro Montanelli furono gli unici italiani che diedero un valido aiuto ed importante contributo alla causa ungherese, esaltando la partecipazione dei lavoratori comunisti, e non comunisti, alla lotta armata contro l’occupante sovietico. Luigi Cavallo organizzò una mostra fotografica alla galleria del Tritone sull’insurrezione di Budapest e diffuse in Italia il libretto di Nagy “Non posso tacere. In difesa del popolo ungherese”, edito dalla rivista “Problemi del socialismo e del comunismo” che allora dirigeva mentre da Berlino fu lanciata una vasta ed intensa campagna di mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale per salvare la vita dell’ex primo ministro Imre Nagy, dell’ex ministro della difesa, generale Pal Maleter e dei loro collaboratori: Miklos Gimesz e Jozsef Szilagyi (Rinvio al libro in corso di stesura “Luigi Cavallo. Una vita controcorrente”). Nel “Testamento”, Sogno pretende di essersi interessato alla sorte di Bela Kirali; ignorando che questi da tempo era al sicuro a New York, ma Cazzullo non controlla. Sogno non aveva alcun legame con i Paesi dell’Est, dei quali non parlava le lingue e non conosceva la storia. Le fatue vanterie non meritano commenti.

Dumas o Ionesco?
Vittorio Feltri è un nostalgico, fa un approccio tra il “Testamento” e le letture della sua adolescenza: “Vent’anni dopo” di Alessandro Dumas.
Ricordiamo che Dumas nel suo romanzo parla di una Parigi mutata dai tempi di Luigi XIII, scomparso, ora governa il re ancora bambino Luigi XIV, affidato alla reggenza della madre Anna d’Austria, molto poco efficace. È scomparso Richelieu, sostituito dal cardinale Mazzarino, raffigurato come un usurpatore. Il clima è quello della Parigi della Fronda, torbido e cupo. Il vecchio nemico di D’Artagnan, l’anima nera Rochefort è imprigionato alla Bastiglia e al moschettiere, ormai invecchiato, il cardinale ordina di accompagnare da lui il prigioniero. Tra i due antichi nemici nasce una amicizia, che pure avrà un finale tragico quando D’Artagnan, non riconoscendo Rochefort che guida travestito un tumulto popolare, lo colpisce a morte con la spada. Il moschettiere invoca il perdono che viene concesso con una stretta di mano. Dott. Feltri, i paragoni bisogna saperli fare con cognizione di causa, non ho capito il rapporto tra l’anziano D’Artagnan e Edgardo Sogno e l’ultima ristampa , pur vent’anni dopo, del “Testamento”, mi illumini! Il paragone con il romanzo di Dumas è stato recentemente ripreso, ma con ironia e in un contesto pertinente, anche dallo storico dell’economia Giuseppe Berta nel saggio “Chi ha fermato Torino?” (Einaudi, 2020).

• Nella prefazione del 2010, Cazzullo descrive Sogno: «Alfiere della monarchia, liberale, che si ispira al gollismo, fedele al re, finanziato dagli Americani per ricostruire lo Stato su basi risorgimentali!»

Un linguaggio irrazionale, (de)strutturalizzato. Come Vittorio Feltri, voglio ricordare l’adolescenza, siamo più o meno coetanei. A Parigi, frequentavo il teatro de la Huchette, venivano rappresentati: Ionesco, Beckett, Arrabal, Adamov, Vauthier ecc. gli autori introducevano l’assurdo in seno allo stesso linguaggio esprimendo la difficoltà a comunicare e a spiegare il senso delle parole, descrivendo gli uomini con la loro miseria metafisica, esseri che però fanno prendere coscienza della voragine tra gli atti umani e i principi nobili. Beckett esplorava i paradossi metatestuali e metalinguistici dell’autoreferenza menzognera. La menzogna è legata al paradosso. Il “Teatro dell’assurdo”, come lo definiva lo scrittore e critico teatrale Martin Esslin, mi sembra più consono come paragone rispetto al D’Artagnan di Dumas.

CONCLUSIONE
La pubblicistica diffusa dai giornali nel corso degli anni sul defunto ambasciatore rivela di volta in volta un’attualità ben lontana dalla citazione di Albert Camus “Le journal c’est la conscience d’une nation”. Il “Testamento”, un affastellamento di notizie mal gestite, deforma la personalità di Sogno e gli stessi avvenimenti storici. Per approfondire la figura di Edgardo Sogno si devono leggere prima di tutto i suoi libri e scritti, era un ottimo scrittore.[25] Il suo pensiero, un liberalismo conservatore non gobettiano, ma non certo monarchico e, pur con suoi alti e bassi umorali e le sue dichiarazioni pubbliche roboanti che rendevano talvolta difficili i rapporti con gli amici, merita uno studio attento al fine di evidenziare l’effettiva personalità.

Lorenza Cavallo

Note e Fonti
* Utilizzo l’espressione di Carlo Goldoni nella commedia “Il Bugiardo” (1750).
[1] Nella prima edizione (novembre 2000, Mondadori), nel frontespizio e in copertina si leggeva “Testamento di un anticomunista” “Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo”. Nell’edizione del 2010 (Sperling & Kupfer) si riscontrava “Edgardo Sogno [e]Aldo Cazzullo”. Nell’edizione del 2020 si legge “Aldo Cazzullo” – e in secondo piano – “Edgardo Sogno”. Immagino che in una prossima edizione, nel 2030, sparirà il nome di Sogno.
[2] Alessandro Portelli, “Sulla diversità della storia orale”, in “Introduzione alla storia orale”, a cura di Cesare Bermani, Odradek, Roma 2000.
3] Cazzullo il 12 gennaio 2001 a causa della sua fretta e della scarsa conoscenza dell’argomento e del “soggetto Sogno”, concordò con Cavallo solo pochissime correzioni e soppressioni rispetto alla 1ª edizione (novembre 2000). Incomprensibilmente, nella ristampa delle parti modificate nel gennaio 2001 ha omesso, fra l’altro, frasi importanti ed ha attribuito dichiarazioni censurate al defunto “anticomunista”! Come dicono i veneti: il “tacon” è risultato peggiore del “buso”. Sono seguite una lunga rettifica di Luigi Cavallo (febbraio 2001) e una mia seconda replica alla ristampa 2010 (Sperling & Kupfer) depositate alla Bnf di Parigi. Accertato che l’etica è un “optional” per il giornalista Cazzullo, nel 2017 ho inviato una relazione alla Commissione Moro, presieduta dall’on. Fioroni, dal titolo “Disinformazione e Stato di Diritto. Esame di alcuni casi significativi” (294 pp. + 129 di allegati) e ho dedicato un capitolo alla questione Sogno in particolare in ricordo e a rettifica doverosa sui falsi propositi attribuiti all’ex ambasciatore Manlio Brosio e a Randolfo Pacciardi.
[4] Vladimiro Satta: “Quando furono promulgate le leggi razziali antisemite Sogno, il quale non era ebreo, in segno di protesta camminò nel centro di Torino ostentando una stella gialla sul petto” (“I nemici della Repubblica”, Rizzoli, Milano 2016, p. 365).
[5] Michele Sarfatti, “La Shoah in Italia, La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo”, Einaudi, Torino 2005, p. 36.
[6] Edgardo Sogno, Rizzoli, Milano-Roma 1950 (più volte ristampato con diversi editori: Mursia, Milano 1970; Il Mulino, Bologna 1995.
[7]Vincenzo Gioberti, “Del primato morale e civile degli italiani”, 1845, p. 522.
[8] Cronaca del Comitato Piemontese di Liberazione Nazionale, 8 settembre 1943 – 9 maggio 1945, in “Aspetti della Resistenza in Piemonte”, Torino, Books’ Store – Istituto storico della Resistenza in Piemonte, 1977, 1ª edizione, 1950.
[9] Ferruccio Parri, “I sogni di Sogno”, “L’astrolabio”, 26 settembre 1971, p. 9.
[10] Santo Peli, “La Resistenza in Italia. Storia e critica”, Einaudi, Torino 2004, pp. 124-129.
[11] Relazione di Dulles del 10 marzo 1945, conservata in Federal Records Center, Suitland, Maryland, OSS Reports.
[12] Cfr: Cinzia Villani, Il Durchgangslager di Bolzano (1944-1945), in “Il libro dei deportati”, vol. II, Deportati, deportatori, tempi, luoghi, a cura di Brunello Mantelli, Mursia, Milano 2010, p. 847.
[13] Edgardo Sogno, “La Croce e il Rogo”, Mursia, Milano 1974.
[14] David C. Martin, “Kgb-Cia” ou la cruauté des miroirs”, Presse de la Renaissance, 1981. Martin, era figlio di un alto funzionario della Cia, giornalista a “Newsweek” e poi corrispondente di “Cbs News” per il Pentagono. V. anche John Barron, i cui archivi sono conservati alla Hoover Institution (Stanford University, Palo Alto, California).
[15] Salvatore Tropea, “la Repubblica”, 1º novembre 1990. Nell’intervista, Scelba smentiva Sogno e lo presentava “come una specie di maniaco che mandava al ministero tonnellate di carte destinate a restare lettera morta”.
[16] Nel Giugno – Luglio 1954 Cavallo provocava lo scandalo (“Ingic”) sul “racket” delle Imposte di consumo, istituite nel 1937 durante il fascismo e conservate dalla Repubblica antifascista. Furono coinvolti decine di esponenti nazionali e molte centinaia di quadri amministrativi locali, delle regioni “rosse” e “bianche”. Nell’ottobre del 1954, in una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Mario Scelba, segnalava con dati di fatto che i maggiori dirigenti che gestivano la concessione dei lucrosi appalti delle imposte di consumo pagavano fortissime tangenti a tutti i partiti dell’arco costituzionale.
[17] Il doc. è conservato all’Archivio di Stato di Torino.
[18] Leopoldo Nuti, “L’Italie et l’escalade de la guerre du Vietnam”, “Guerres mondiales et conflits contemporaines”, vol. 20, n. 245 (gennaio-marzo 2012), pp. 61-78, Presses universitaires de France.
[19] Manlio Brosio , “Diari di Washington 1955-1961”, Il Mulino, Bologna 2008.
[20] Il caso venne riaperto dopo le affermazioni di Angelo Izzo ( sic!) in un articolo ne “l’Unità” “Gli Anni del Golpe “I tempi della minaccia cilena”, 30 giugno 1992, direttore Walter Veltroni.
[21] Edgardo Sogno contro Zavoli Sergio e la RAI SpA, l’intervento dell’on. Violante del 17 gennaio 1990. La sentenza è stata pubblicata sui quotidiani “il Giornale e “La Gazzetta di Parma”.
[22] Dino Messina, “Il mio governo segreto con Pacciardi”, “Corriere della Sera”, 15 marzo 1997, direttore Paolo Mieli.
[23] Edgardo Sogno, “La Seconda Repubblica”, Sansoni, edizione 1975, p. 290.
[24] Luca Bernardelli e Gian Carlo Caselli, articolo del 5 novembre 1990, editoriale del quotidiano “La Stampa”; Ivano Barbiero, Cosimo Mancino, “Stampa Sera”; Gianni Bisio, “Stampa Sera”, articoli del 5 e 25 novembre 1990; Primo di Nicola, “L’Espresso”, articolo del 2 dicembre 1990.
[25] Il pensiero di Edgardo Sogno si può studiare nei volumi “La seconda Repubblica”, una raccolta di scritti, lettere, interventi per il Pli in tre volumi (gennaio e giugno 1974 e maggio 1975)

 

Lorenza Cavallo

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