sabato, 19 Ottobre, 2019

Dazi. La guerra commerciale Usa Cina si fa sempre più dura

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Pechino adesso colpisce il presidente Usa, Donald Trump, dove è più sensibile: le imprese cinesi hanno interrotto l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi. Lo ha annunciato lunedì il ministero del Commercio cinese che ieri, sul suo sito web, ha reso noto che non solo gli acquisti di prodotti agricoli statunitensi da parte di società cinesi sono stati sospesi, ma non è escluso che vengano applicati dazi all’importazione di beni di questo tipo già acquistati. Ed è un brutto colpo per gli agricoltori americani di quegli Stati rurali che hanno trascinato Trump alla vittoria nelle elezioni 2016.
La Cina è tra i più importanti acquirenti mondiali di prodotti agricoli statunitensi: nel 2018 quarto Paese, con 5,9 miliardi di dollari di acquisti, dopo Messico (8,1 miliardi di dollari), Canada (7,7 miliardi di dollari) e Giappone (5,9 miliardi di dollari). Tra coloro dunque che rischiano di rimanere intrappolati nello scontro commerciale, ci sono innanzitutto gli agricoltori americani, che già nel fine settimana avevano lamentato una riduzione degli affari.
Dopo l’annuncio di Pechino, il presidente dell’American Farm Bureau Federation, Zippy Duvall, ha parlato di un duro colpo alle migliaia di agricoltori e allevatori che già faticano ad andare avanti. L’amministrazione Trump ha già aiutato gli agricoltori con 28 miliardi di dollari in due anni. Secondo l’American Farm Bureau, la Cina ha importato 9,1 miliardi di dollari di prodotti agricoli statunitensi nel 2018 (soprattutto soia Sc1, latticini, sorgo e maiale LHc1), decisamente meno che nel 2017, 19,5 miliardi di dollari.
Secondo gli economisti di Farm Bureau, le esportazioni in Cina sono diminuite di un ulteriore 1,3 miliardi di dollari durante la prima metà dell’anno; e ora si azzereranno del tutto (da notare che tra il 2000 al 2017, le esportazioni agricole statunitensi in Cina erano aumentate del 700%; e nel 2014, le esportazioni agricole statunitensi in Cina avevano superato i 24 miliardi di dollari).
La Cina è il principale acquirente al mondo di semi di soia e ha acquistato circa il 60% delle esportazioni di soia statunitensi lo scorso anno. Tra settembre 2017 e maggio 2018, le esportazioni di soia in Cina sono ammontate a 27,7 milioni di tonnellate; una cifra crollata di oltre il 70% a 7 milioni di tonnellate negli stessi nove mesi nel 2018 e nel 2019, secondo un’analisi dell’Università del Missouri.
Con una domanda inferiore da parte della Cina, si calcola che i prezzi della soia siano già scesi del 9% da quando è iniziata la guerra commerciale lo scorso luglio; e con una minore domanda di semi di soia, gli agricoltori finiscono per piantare di più altre colture, come il mais, il che si traduce in prezzi più bassi del mais perché c’è molta più offerta.
Nel frattempo la febbre suina ha ucciso milioni di maiali in Cina e gli esportatori di carne americani speravano di rifarsi esportando maiale, ma i dazi cinesi hanno limitato le vendite dagli Stati Uniti. Secondo gli agricoltori americani, la Cina potrebbe non farcela a soddisfare la sua domanda di soia senza gli Stati Uniti.
Owen Wagner, ceo della North Carolina Soybean Association, ha affermato: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di soia al mondo e il secondo maggiore esportatore, dopo il Brasile. Il mondo ha bisogno dei prodotti agricoli statunitensi”.
Ma lo scoppio della febbre suina potrebbe dare al gigante asiatico la flessibilità necessaria per reagire in modo aggressivo alla stangata di Trump: in Cina c’è la più grande mandria di maiali al mondo, la farina di soia viene utilizzata per nutrirli e si stima che l’epidemia decimerà la mandria del 50% entro la fine del 2019.

Nel frattempo la guerra commerciale sta generando anche una guerra valutaria.
Il presidente della Consob, Paolo Savona, all’Agi ha dichiarato: “Con la guerra dei dazi che inevitabilmente è finita in guerra valutaria tutti hanno da perdere, Usa, Cina ed Europa. Entra in squilibrio tutto il sistema dei traffici e dei cambi. La soluzione al problema del deficit di bilancio non è certo quella di imporre tariffe ma bisogna sedersi intorno a un tavolo e decidere cosa fare. Cosa che non è stata fatta nel 1971 quando non fu inserito nello Statuto del Wto che chi vuol partecipare nel commercio mondiale, a parità di condizioni, deve avere lo stesso regime di cambio”.

Savona ha anche sottolineato: “La reazione dei mercati non è stata drammatica: ci sono stati piccoli aggiustamenti. Per ora comunque le Borse restano ovviamente nervose perché non si riesce a capire bene dove porti questa situazione. Ma una cosa è certa: la politica del ritorno alle tariffe, cosa che sta facendo Trump e anche il resto del mondo per certi versi, è un’iniziativa che cambia le relazioni economiche internazionali che erano orientate alla globalizzazione ed ora sono in una posizione di de-globalizzazione”.
Savona ha poi spiegato: “Esattamente in giugno scorso nel discorso al mercato ho preannunciato qualcosa che gli economisti ben conoscono: tutte le guerre commerciali, cioè quelle fatte operando sui dazi, finiscono in guerre valutarie ed è esattamente quello che sta accadendo. Quando Trump decide di porre dei dazi riducendo le esportazioni del Paese che lo patisce, come in questo caso la Cina, la reazione della bilancia dei pagamenti è duplice: puramente di mercato, nel senso che perdendo le esportazioni va in passivo e quindi la sua moneta si svaluta, oppure sono le stesse autorità che decidono di intervenire”.
Infatti, la svalutazione dello Yuan è già avvenuta. Savona ha commentato: “La dichiarazione ufficiale del governatore della Banca cinese è che loro non sono intervenuti e che la svalutazione dello yuan è una svalutazione spontanea di mercato, spetta ai tecnici scoprire se effettivamente è stato così”.
Ma chi rischia di più in questa circostanza e chi verrà più penalizzato? Su questo problema Paolo Savona non ha dubbi: “Tutti hanno da temere anche gli Usa, nonostante le parole del presidente Donald Trump che oggi ostenta sicurezza sottolineando che l’America è in una posizione di forza. Rischiano tutti perché tutti restano più o meno coinvolti in questa situazione. Il problema è il rapporto dollaro e yuan ma si riflette anche nei rapporti tra euro e dollaro. Entra in squilibrio tutto il sistema dei traffici, per quanto riguarda esportazioni e importazioni e valutario per quanto riguarda i rapporti di cambio”.
Sulla capacità dell’Italia di reagire, Savona è stato rassicurante affermando: “Sapremo reagire. Evidentemente il primo impatto sarà sui profitti degli scambi mondiali, cioè può reagire il Paese, può reagire l’esportazione riducendo i prezzi e quindi compensando gli eventuali svantaggi nel cambio. Naturalmente anche da questo punto di vista questo tipo di reazione di aggiustare i profitti ha dei limiti oltre il quale non conviene più commerciare”.
Per il presidente della Consob, il problema va ricercato lontano nel tempo. Savona ha detto: “Bisogna risalire al 1971 quando gli Stati Uniti decisero di non convertire più il dollaro in oro, secondo gli accordi di Bretton Woods del ’44. In quell’occasione l’errore che fu commesso fu quello di non inserire nello Statuto del Wto che chi vuol partecipare nel commercio mondiale a parità di condizioni deve avere lo stesso regime di cambio. Hanno consentito alla Cina di mantenere i cambi fissi o intervenire quando vogliono che si chiamano ‘cambi’ sporchi (come è probabile in questo caso) e gli altri Paesi, come l’Europa, hanno deciso di avere le aeree valutarie fluttuanti. In teoria la Bce non può intervenire quindi che cosa succede nell’ombra è molto difficile da comprendere”.
Per adesso le Borse europee e Wall Street hanno reagito negativamente per poi rimbalzare ma per Savona non hanno avuto una flessione drammatica, ma ci sono stati piccoli aggiustamenti. Tuttavia, il presidente della Consob ha detto: “I mercati sono ovviamente nervosi perché non si riesce a capire bene dove porti questa situazione. Trump iniziò questa politica di piccola chiusura o ritorsione rispetto al resto del mondo per aggiustare il grave deficit di bilancio dei pagamenti. Io seguo tutti i giorni le statistiche ed è vero che finora grandi aggiustamenti non li ha ottenuti. Vuol dire che il discorso non si può risolvere a colpi di tariffe o a colpi di svalutazioni e movimenti valutari ma bisogna sedersi intorno a un tavolo e decidere cosa fare su quello che non è stato fatto nel 1971”.
Savona ha concluso: “Negli anni ’90, con fatica eravamo riusciti a cercare di creare un mercato unico mondiale dove tutti siamo legati agli stessi interessi: spero che il mondo trovi la saggezza per ritornare a quella situazione”.
Ma non basta, bisognerà trovare il modo per governare l’economia globalizzata, altrimenti le fughe centrifughe de-globalizzanti, riporteranno il mondo in una crisi economica dalla difficile soluzione.

Salvatore Rondello

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