giovedì, 29 Ottobre, 2020

Ddl Psi sullo sport: dilettantismo agonistico e parità di genere

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Per fare un po’ di movimento basta uscire nel parco e fare una corsa oppure una passeggiata in bicicletta. Ma quando si presenta la necessità di regolare l’attività sportiva, ci si accorge che mancano le norme e che la confusione è tanta. Vi è un motivo storico: i nostri padri costituenti infatti, memori dell’uso politico dell’attività sportiva fatto nel ventennio fascista, non hanno ritenuto di occuparsi direttamente dello sport, lasciando che la disciplina sportiva trovasse riferimento indiretto in altri articoli della Costituzione relativi a “la personalità dell’individuo”, le “formazioni sociali” e la libertà di associazione. Nel 2001, con la novella dell’articolo 117 della Costituzione viene richiamata per la prima volta l’”organizzazione sportiva” tra le materie concorrenti sulla quale si alternano le diverse competenze di Stato e regioni. Successivamente con l’art.1 della legge n.280/2003 si disponeva che “la Repubblica riconosce e favorisce l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale, quale articolazione dell’ordinamento sportivo internazionale facente capo al Comitato olimpico internazionale”.

In buona sostanza si è dato “rango costituzionale” alla materia garantendone un suo ambito di autonomia. Di fatto finora il legislatore è intervenuto nella materia sportiva essenzialmente per normare l’organizzazione del Coni, a cui è affidata la regolazione e la gestione delle attività sportive nazionali, insieme alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline sportive associate e agli Enti di promozione sportiva. In altri casi è intervenuto per colmare dei vuoti giuridici come è stato il caso della legge n.91 del 23 maggio 1981, sul professionismo sportivo, dettata dalla vicenda del sequestro del “mercato” dei calciatori da parte del pretore del lavoro di Milano. In questo caso, in mancanza di chiare disposizioni da parte del Coni, si decise di definire e tutelare per legge la figura giuridica del professionista nello sport.

L’articolo 2 della legge, infatti, così recita: “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

Purtroppo il Coni non ha proceduto ad una chiara distinzione tra attività professionistica e quella dilettantistica, che a sua volta va distinta tra quella dilettantistica pura e quella dilettantistica agonistica alla quale devono seguire maggiori tutele previdenziali, sanitarie ed economiche.
Attualmente il Coni riconosce professionistiche solo quattro discipline: Calcio, Pallacanestro, Ciclismo e Golf; solo nelle categorie maggiori e solo per gli uomini. Quindi non sono professionisti o comunque non lo sono mai stati: Adriano Panatta, Pietro Mennea, Alberto Tomba, Federica Pellegrini e tanti altri. In questi casi parliamo di atleti famosi che comunque hanno fatto grandi guadagni grazie a premi o sponsor personali e che sono riusciti a crearsi proprie tutele previdenziali ed assistenziali. Ma questo non è possibile per tutte le donne che praticano sport agonistici e tanti uomini anch’essi dediti ad attività agonistiche. Si contano oltre quattro milioni di tesserati che non godono di alcuna tutela.

Il senatore socialista Riccardo Nencini ha presentato a questo proposito un disegno di legge per provare a colmare questa lacuna, definendo legislativamente il dilettantismo agonistico e prevedendo una maggiore tutela del lavoro di questi sportivi, con una particolare attenzione alla tutela dello sport al femminile e agli atleti che si trovano nelle condizioni di dover assistere un familiare in situazione di handicap grave. Il tutto senza invadere le competenze proprie del Coni, anzi potenziando il suo compito regolatore e di vigilanza delle discipline sportive.Nel Ddl di Nencini sulla attività dilettantistica, limitatamente agli atleti che praticano attività agonistica permane il vincolo sportivo, con le modalità definite dal CONI. Il vincolo sportivo non è altro che il diritto esclusivo della società sportiva presso la quale l’atleta è tesserato di disporre delle prestazioni agonistiche dell’atleta medesimo, liberandolo da qualsiasi onere economico riguardante l’attività sportiva praticata e garantendogli la copertura sanitaria ed assicurativa necessaria in caso di infortunio o morte.

Novità anche per le altete madri che devono vedersi garantito dalle Federazioni Sportive Nazionali, la tutela della posizione sportiva fino al rientro all’attività agonistica o per un periodo massimo di 12 mesi. In sostanza le atlete agoniste dilettanti in maternità hanno diritto al mantenimento del tesseramento, nonché alla salvaguardia del merito sportivo acquisito, con la conservazione del punteggio maturato nelle classifiche federali. Analoga tutela è garantita agli atleti che assistono persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine.

Inoltre nel ddl si prevede la costituzione presso il CONI di un comitato formato da rappresentanti femminili del professionismo e del dilettantismo sportivo e da tre membri rispettivamente del Ministero dei beni e le attività culturali, del Dipartimento per le pari opportunità e dell’Ufficio per lo sport della Presidenza del Consiglio dei ministri. Questo comitato ha funzioni di osservatorio su forme di discriminazione di genere nell’attività sportiva e di proposta per la promozione delle pari opportunità. Ogni anno presenta un rapporto informativo al Parlamento sull’attività svolta e sullo stato della parità di genere nello sport. Nel Ddl si prevede che le spese di funzionamento del Comitato sono a carico del bilancio del CONI.

 

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