martedì, 7 Luglio, 2020

de Marigny: “Rugby sport scomodo, non può essere troppo facile”

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Roland De Marigny, italo sudafricano, neo DoR del Rugby Parma, elegante utility back, estremo o apertura, in carriera ha maturato 19 caps in Azzurro con militanze in club di primissimo livello sia come giocatore, sia come allenatore.
Ha vestito le maglie in Super12 con Sharks e Bulls, in Galles con Llanelli, in Premiership inglese con Leeds Tykes. In Italia Overmach Parma, Calvisano e Gran Parma. Come allenatore annovera esperienze con Gran Ducato, Accademia Nazionale, Nazionale Emergenti, la Franchigia parmigiana delle Zebre e infine Colorno.
A fronte di questa sua grande esperienza abbiamo viaggiato sulle attualità più calde del “Mondo Rugby”, sia globali, sia nostrane.

Roland come hai passato il lockdown?
Con mia moglie e i miei tre figli siamo stati qui. Abbiamo preso una casa appena fuori Parma dove, dopo due anni, siamo riusciti a stare un po’ in “famiglia”. Fra pulizie, sistemare e cose varie, i miei figli lezione on-line il mattino, un po’ di compiti il pomeriggio, una partita a carte o una passeggiata con il cane nei campi agricoli dietro casa, qualche esercizio seguendo gli allenamenti online del Rugby Parma, siamo riusciti a passarla. Diciamo che tutto sommato, sebbene i disagi che può creare una situazione del genere, bene. E’ stato bello stare insieme, passare il tempo con i bambini, fare cose che la “normale” quotidianità non ti permette fare o, meglio, non ti fa apprezzare a pieno dando la giusta importanza e dedicando il giusto tempo a questi semplici aspetti basilari.

Ma a fronte del “Coronavirus” quanto è ancora lontano il vero rugby?

Anche solo per prendere un caffè si deve stare almeno a un metro e mezzo dalle persone figuriamoci per il rugby giocato, sport di grande contatto, la vedo difficile e anche rischioso in questo momento. Qui a Parma ci limitiamo all’atletica e seguendo il protocollo FIR (Federazione Rugby Italiana ndr) consideriamo la possibilità di fare dei passaggi. Siamo lontani dal rugby che conosciamo noi e ci vorrà ancora qualche mese. Detto questo è il momento per lavorare sull’aspetto fitness per chi è stato chiuso in casa. Far ripartire le articolazioni e rifare ribattere il cuore, quando ci saranno le condizioni si riprenderà il lavoro specifico del rugby.

La palla ovale ormai torna a saltellare e tu intraprendi una nuova avventura come “DIRECTOR OF RUGBY”del Rugby Parma …
Sì dopo due anni a Colorno inizio una nuova appassionante avventura, anche se a Parma sono di casa poiché è il club che mi ha portato in Italia vent’anni fa e i miei figli giocano lì. Diciamo che c’è da mettere un po’ di ordine ma molto, molto bello. A Parma c’è sicuramente un bel bacino, un ottimo vivaio, un potenziale enorme. Dobbiamo solo imporci degli obiettivi fattibili. Sono molto contento di questo incarico e lo affronto con molta carica.

A proposito di ordine, la crisi economica nel rugby mondiale non dipende dalla pandemia se non marginalmente. Il Covid19 ha solo scoperchiato un “Vaso di Pandora” di un professionismo malato?
Sicuramente negli ultimi dieci anni il rugby mondiale ha vissuto un professionismo un po’ superficiale e mancanza di concretezza. Hanno girato un po’ di soldi, un po’ di contratti con società, con unions, poggiandosi su debiti che ti facevano sopravvivere a volte andando sopra le righe. Ne paghiamo le conseguenze. Questo “fermo obbligato” ha portato tutti all’amara realtà. La Federazione sudafricana, campione del Mondo, dovrà fare i conti con perdite stimate oltre i 40 milioni di euro del budget 2020 e stanno considerando di abbandonare entro un anno il Super Rugby per passare al Pro14 europeo. Quindi in forte dubbio le competizioni SANZAAR (consorzio internazionale che raggruppa le singole federazioni di Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia e Argentina ndr). L’Australia, la Nuova Zelanda sono in enormi difficoltà, così anche nell’Emisfero Nord la situazione è identica e il deficit è destinato a crescere. I tagli sono inevitabili. Considera che un 10 % dei giocatori, contro un 30 pre Covid, potrà vivere di solo rugby, il resto dovrà obbligatoriamente trovarsi altre attività per arrotondare. Le Federazioni, i Club sono alla disperata ricerca di opzioni business, la differenza sta nel continuare l’attività o chiudere. Gli Usa hanno già presentato un’istanza di fallimento.

L’attuale Top12 non convince. Tu lo ritieni più performante rispetto ai campionati che giocavi tu?
No guarda io sono convinto che quando giocavamo un Super10 (primi anni 2000 ndr) si trattava di un rugby molto molto più tirato rispetto l’attuale Top12. Dobbiamo considerare che, oggi, gli 80 più forti giocatori sono tesserati con le franchigie (Benetton e Zebre ndr) in Top14. Gli stranieri che giocavano allora in Italia alzavano tantissimo il livello ma non in quanto stranieri ma perché creavano la sana competizione nei ruoli che per la crescita delle squadre è fondamentale. Quando io giocavo a Calvisano i vari Cittadini o Ghiraldini erano ragazzi e davanti a loro avevano degli stranieri forti. Hanno lavorato duramente, si sono fatti le ossa, hanno guadagnato il posto in squadra e hanno alle spalle oltre 100 presenze in nazionale. Uno dei problemi cha ha il Top12, in chiave Azzurra, è il numero di giocatori che i Club forniscono per l’alto livello. Se non a Treviso sicuramente per le Zebre e per i club non c’è la gusta competizione per la maglia. Questo è un problema anche a livello Nazionale. Considerando anche che Zebre e Benetton non possono avere un numero smisurato di aperture e/o mediani di mischia. Qui entra in ballo il discorso dei costi come Club perché un giovane che giocherà poco magari lo perdi. Un’idea che vorrei concretizzare a Parma, viene dalla mia esperienza con Nick Scott a Colorno, è quella dei clinics. Le società, in questo caso del territorio parmense, anziché fare la guerra ci mettiamo d’accordo e facciamo dei clinics periodici, dove si lavora su un’abilità specifica, essa sia per gli avanti o trequarti. I ragazzini migliori vanno in Accademia, poi ci sono i regionali ma anche quelli che sviluppano abilità più tardi. Su questi e per questi lavoriamo per dargli la possibilità di crescere e giocare meglio. Crei competizione a tutti i livelli a scalare fino ad arrivare alla nazionale.

Giusto i ragazzi, il Benetton sta mettendo sotto contratto “Permit Player” alcuni azzurrini U20. Ne gioverà tutto il Movimento?

Ne sono certo. Un’esperienza al fianco di giocatori con alle spalle anni di rugby internazionale non può che essere un beneficio. Torniamo al discorso della competizione. Quando si capisce che è sana, perché il posto in squadra non viene regalato, che la maglia la devi sudare, si ha il primo beneficio. E’ una semplice e naturale regola di vita. Nella vita nulla ti è regalato così, sia fuori sia dentro il campo, che sia una squadra, un gruppo o un’azienda, il tuo posto, il tuo ruolo te lo devi guadagnare. “Regalare la maglia” a un giocatore con poco merito ma solo perché ha fatto un certo percorso, lo ritengo immorale. Mi spiego meglio, il giovane che proviene dall’Accademia non può esser certo che la maglia da titolare sia la sua. Un giovane “Permit” che vive questa situazione nel modo giusto, vivrà una sana amicizia ma allo stesso tempo capirà il vero senso della competizione che lo spingerà a lavorare sempre di più per crescere ed essere migliore di chi è al momento titolare. E’ un circolo vizioso che fa crescere tutta la squadra. Il nostro è uno sport scomodo e se scegli uno sport scomodo, non puoi pretendere che tutto sia troppo facile. Forse hai sbagliato qualcosa.

La Formazione deve passare per le Accademie e solo per le Accademie?
Un’Accademia in un Club ben strutturato e intendo con infrastrutture e soprattutto buoni tecnici, allora credo che il ragazzo non si debba muovere dal suo ambiente, dalla sua scuola etc. Ma sono pochi i Club che hanno queste possibilità. Detto questo, però credo si possa arrivare in Nazionale senza seguire il percorso Accademie. Ci sono ragazzi che sviluppano delle affinità tardi quindi se una società o un’Accademia si trovano di fronte ad un ragazzo che a 15 anni non ha ancora la giusta fisicità o abilità tecnica non vuol dire che lui non possa diventare nel giro di un paio d’anni un buon giocatore di livello. Quindi le Accademie servono ma non è l’unico modo che ti possa far arrivare in Nazionale.

Nazionale e giovani. Due le scuole di pensiero, una pone un limite anagrafico per l’esordio in Nazionale Maggiore
Per me non ci può essere un limite di età. Quando un giocatore è pronto è pronto. Dipende l’ambiente dove e come sei gestito caratterialmente. Ci sono giocatori che se sbagliano si bruciano o sono bruciati, ci sono giocatori molto giovani che invece sbagliano ma questo li fa crescere. Il misurino per la Nazionale Maggiore non può essere l’età. Se ci sono i termini fisici e mentali gli si deve dare l’opportunità. Posso farti l’esempio di Jake Polledri. Quando allenavo l’Accademia venne per una prova a Calvisano. Per il Tour in Sudafrica s’infortunò un nostro giocatore. Contattato telefonicamente gli chiedemmo la disponibilità per il giorno dopo. Si presentò all’aeroporto di Londra e da lì incominciò il suo percorso azzurro. Da subito dimostrò di essere dotato di tutte le caratteristiche indispensabili compreso la personalità. La personalità non c’è nessuno che la possa allenare, o c’è o non c’è.

Conoscendo bene Franco Smith spiegami perché con tutte le cose che poteva fare si è preso una “gatta da pelare” come la Nazionale Azzurra?
Io e Franco abbiamo giocato insieme la stagione della conquista della Curry Cup con i Blu Bulls. E’ una persona splendida, serissima, molto umile e altrettanto competente. E’ vero, poteva far altro in Sudafrica ma ha giocato e allenato a Treviso, dove ha fatto un’esperienza molto, molto positiva. Questo tipo di scelta non può che essere personale ma se lui ha accettato questa sfida credo veda un grande potenziale in Italia. Visto le sue conoscenza farà certamente un ottimo lavoro a livello tecnico anche se dobbiamo ammettere che non è semplice e sarà molto, molto difficile. Poi ci siamo noi tutti che se ci impegniamo e gli diamo una mano perché svolga al meglio il suo lavoro, potrebbe anche riuscire in questi quattro anni. Dico questo perché forse in passato abbiamo fatto dei regali a persone che avrebbero dovuto combattere di più. Ogni tanto devi essere scomodo e nei club dobbiamo creare un’etica diversa per il bene di questo sport. Tutto il Movimento ne trarrebbe vantaggio.

A proposito di essere scomodi, Franco si porta dietro dai Cheetahs Quintin Kruger come Responsabile della Preparazione Atletica. Il resto dello staff gli è stato calato dall’alto. Non sul merito dei nomi ma sul metodo tu avresti preteso un tuo staff come si fa in tutto il resto del Mondo?
A differenza di tutto il resto del Mondo qui i Tecnici non hanno la possibilità di scegliere un proprio staff. E’ così. Io sono amico di Robert Du Preez e mi conferma che in Sudafrica lui trova la squadra da allenare e quando firma il contratto è abituale ci sia lo stesso staff con cui lavora da anni. Ma anche Erasmus, che ha appena vinto la Coppa del Mondo con gli Springboks, ha scelto lui lo staff. E’ un altro modo di lavorare. Giusto o sbagliato? Ritengo che copiare gli spunti da chi vince possa essere appunto vincente. Se devi vivere e lavorare quotidianamente le persone devono avere il tuo stesso modo di vedere le cose, ci deve essere automatismo, feeling. Senza togliere niente a Ciccio (Giampiero De Carli ndr) e Tronky (Alessandro Troncon ndr), ho lavorato con entrambi, sono delle bravissime persone, intelligenti e le competenze non mancano di sicuro visto le loro esperienze, ma rispondendo alla domanda specifica, dico che sia corretto che un Capo Allenatore debba avere la possibilità di scegliersi e lavorare con un proprio staff.

Siamo i soli a non utilizzare tecnici e giocatori provenienti dal XIII. E dire che la nazionale Azzurra di League è composta di ottimi professionisti italo australiani. Tu lo trovi sacrilego?
Importante che l’Italia non perda la sua identità. Detto questo, dobbiamo considerare che il rugby in Italia, anche visto il 6 Nazioni, sia divenuto un business. Se vogliamo sia competitiva, se vogliamo alzare il livello, si deve essere concreti. Molto dipende da quale obiettivo si vuole conseguire. Un tecnico è valutato e giudicato per i risultati che ottiene, qualsiasi giocatore porti il risultato lo inserisco in formazione. Se invece sono all’interno di un progetto di puro sviluppo e i risultati sono marginali, allora prediligo il giocatore del vivaio ma lo scenario è un altro.

Toglimi una curiosità: perché a Marsiglia, nella gara d’esordio del Mondiale 2007, foste irrispettosi nei confronti della Haka? Gli All Blacks ve la fecero pagare duramente.
Si guarda una cosa che io ho sempre sognato con la maglia Azzurra, è quella di affrontare gli All Blacks e assistere in campo alla Haka. Quanto è successo in quella occasione (la nazionale in cerchio snobbò la Haka ndr) è ancora un’amarezza personale. A Leeds ho giocato con Justin Marshall (All Black dal 1995 al 2005 ndr) e il giorno dopo mi ha chiamato incredulo appositamente per chiedermi cosa avessimo fatto durante la Haka. A parte il risultato (76 a 14 con 11 mete neozelandesi di cui 6 nei primi 30’ di gioco ndr) fu una scelta dello Staff e di alcuni giocatori ma chiaramente si rivelò errata. Si ce l’hanno proprio fatta pagare.

 

RugbyingClass di Umberto Piccinini

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