mercoledì, 30 Settembre, 2020

Esclusiva dell’Avanti!:
De Rita contesta l’Ocse

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De Rita-Ocse

 «Basta aspettare un paio di giorni e sarà già caduta nel nulla». Così il sociologo e fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, liquida in un’intervista esclusiva all’Avanti! la ricerca OCSE che dipinge la popolazione italiana adulta come un popolo di “analfabeti” del Terzo Millennio. Dichiarazioni, quelle del presidente del Centro Studi Investimenti Sociali, che non entrano nemmeno nel merito di un lavoro durato anni e portato avanti da un’equipe internazionale di esperti di 24 paesi. De Rita, infatti, descrive i risultati dello studio semplicemente come il frutto di «un’indagine molto tarata sull’idea di istruzione di tipo scolastico, che cerca di leggere la realtà riconducendo tutto nell’ottica di un’educazione formalizzata».

Secondo il sociologo non si tratterebbe, dunque, di un metodo valido perché «la scuola non forma». De Rita, riprendendo le parole del ministro del Lavoro Giovannini, ribadisce infatti che gli «italiani sono “inoccupabili” non perché manchino di competenze, ma perché molti giovani non vengono messi alla prova all’interno di un ambiente di lavoro».

In realtà la ricerca, come spiegava all’Avanti! il sottosegretario al Miur Marco Rossi Doria, mirava ad una valutazione ben più complessa di quella che è definita come competenza generale dei cittadini italiani adulti. Un’analisi che prende in considerazione la loro capacità di vivere, lavorare, orientarsi nella società del XXI secolo. In una parola, di essere dei cittadini capaci di scelte consapevoli, nella lavoro come nella vita quotidiana: un tema non da poco che ha delle profonde implicazioni, oltre che economiche, anche profondamente politiche.

Ma, De Rita sembra vederla differentemente e non ha dubbi quando afferma: «io sostengo che la gente la si forma solo mandandola a lavorare. Prenda l’artigianato, ad esempio: l’Italia ha i migliori artigiani del mondo e in questo settore iniziare la professione è senz’altro meglio che un inutile prolungamento degli studi». Difficile pensare però che un paese avanzato possa basare la sua economia sull’artigianato a meno di non ipotizzare davvero una “decrescita felice” o, più verosimilmente, una regressione medioevale.

Insomma, il presiedente del Censis mette in chiaro che secondo la sua opinione non è importante avere particolari competenze, «perché l’importante è che la gente sappia fare il suo lavoro e il lavoro lo si impara facendolo».

Non la vede così Andrea Ciarini, ricercatore in Sociologia economica e docente di Sistemi di welfare in Europa che smentisce l’analisi di De Rita: «È innegabile che l’Italia abbia un problema di ritardo sulle competenze e che questo abbia un impatto profondo sulla produttività. Sono troppi i segnali che arrivano per poter essere considerati sovradimensionati o fuorvianti».

Una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta visto che la mancanza di competenze ha portato il sistema produttivo a modellarsi “in basso” e questo, a sua volta, ha determinato un decadimento della domanda di lavoratori specializzati. L’Italia continua ad avere pochi laureati, ma allo stesso tempo le iscrizioni crollano perché, data la situazione, sempre più persone considerano un percorso di studi universitari come un “cattivo investimento”. Il problema vero sorge poi proprio quando quel sistema produttivo che ha contribuito a far navigare l’Italia, ormai da molti anni, si scontra con il mutato assetto dell’economia globale. E non regge l’impatto. Non potrebbe essere altrimenti, del resto. Per questo ci troviamo, oggi, nella condizione in cui il vero nodo dolente non è rappresentato dall’offerta, ma dalla domanda di lavoro: un problema che deriva della crisi e dall’assenza di strutture produttive in grado di tenere il passo con i tempi.

Ciarini continua, infatti, sottolineando che «per chi analizza il mondo del lavoro, questa realtà si rispecchia nel problema dell’incontro tra domanda e offerta (di lavoro ndr). Il nostro apparato produttivo, infatti, non è in grado di assorbire grandi quantità di lavoratori altamente specializzati. Non dobbiamo dimenticare che una grande parte del tessuto aziendale è composto da piccole e medie imprese, molte delle quali incentrate sul manifatturiero: si tratta di realtà spesso a conduzione familiare, poco inclini ad investire in formazione. Per questo, a sua volta, la competenza generale della popolazione cresce poco e l’Italia viene considerata un paese a bassa produttività».

Ma, in un mondo con poche competenze, come fare ad attestare il merito? Anche su questo De Rita sembra avere le idee molto chiare. Ribadisce i concetti già espressi, declinando la sua “metodologia” di selezione delle risorse umane. Il direttore del Censis considera la competency dell’Ocse un elemento di secondo piano: «Ricordo che quando mi trovavo nelle commissioni selezionatrici, spesso composte da tre persone, non andavamo a giudicare se la persona esaminata avesse le migliori competenze o il miglior voto all’esame di metodologia, ma la frase che ci dicevamo tra noi era “ha la grinta del generale o il bastone del maresciallo, oppure no?”. Tanto poi, a fare le tabelle glielo insegnavamo noi».

Come fare dunque a diventare dei “grintosi” se mancano le competenze di base per essere cittadini consapevoli e se, come ricordava Rossi Doria, non si è capaci nemmeno di selezionare o leggere criticamente le informazioni che si trovano su Google? La risposta, forse, ce la danno gli ultimi anni di storia e cronaca italiana che hanno visto sfilare, dentro e fuori i palazzi delle Istituzioni, schiere di vallette “grintose”, “marescialli” di dubbia competenza, “generali” e “colonnelli” asserviti. Una vera e propria “metodologia”, non c’è dubbio.

De Rita va oltre e analizza anche il fenomeno dei Cinquestelle: «Pensiamo all’esperienza dei grillini in Parlamento. Sembravano degli analfabeti, ma quando ho ascoltato gli ultimi dibattiti mi sono reso conto che, alla fine, quella piccola tecnicità per discutere le leggi, gli emendamenti, richiamare articoli l’hanno raggiunta pure loro e ci speculano sopra. Io non credo si debba sottovalutare il fatto che ogni mestiere si fa, punto. Vuoi fare i deputato? Vai e alla fine impari».

Un ragionamento che può avere delle implicazioni pericolose perché lascia molto spazio alle “impressioni” e, si sa, in un Paese travolto da innumerevoli scandali sui concorsi truccati e nepotismo, il dubbio che le commissioni possano essere facilmente “impressionabili” viene naturale. Inoltre, se il principio è che tutti possono imparare, allora, in base a quali criteri si sceglie chi ha il diritto di accedere al percorso di apprendimento? «Mah! La selezione si fa sostanzialmente per censo e per quel minimo di assicurazione che una laurea può dare».

Non resta, dunque, che giocarsi gli articoli 3 e 34 della Costituzione come ambo sulla ruota di Roma…

Roberto Capocelli

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